Nel mondo aumentano i conflitti assumendo una dimensione sempre urbana. L’autore di un libro recente dedicato a queste tematiche ci propone una riflessione, tra storia e attualità. Con lo spettro, pur nell’indifferenza, delle armi nucleari
La cosa più preoccupante è che ci siamo rapidamente assuefatti. Dopo aver vissuto per decenni nell’illusione di un duraturo e irreversibile destino di pace (perlomeno europea) ci siamo abituati al moltiplicarsi delle guerre a due passi da noi. Guerre combattute (Ucraina, Gaza, Libano, Iran) o guerre paventate (Groenlandia).
In questo quadro, già inquietante di per sé, più volte il tabù della minaccia del ricorso alle armi nucleari è stato violato. Talvolta si è cercato di edulcorare il quadro attraverso l’aggettivo “tattico”: armi nucleari, certo, ma tattiche (la cui potenza è comunque poco distante da quella della bomba sganciata su Hiroshima). Talvolta, invece, non si è osato pronunciarne il nome, ma il riferimento è stato diretto e inequivocabile, come quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana in poche ore o ha diffuso immagini, generate dall’intelligenza artificiale, di se stesso intento a schiacciare un enorme pulsante rosso. A fare da sfondo a tutto ciò il fatto che, a febbraio, il trattato New START (STrategic Arms Reduction Treaty) tra Stati Uniti e Russia, siglato per frenare la proliferazione di armi nucleari, è scaduto senza che nessuno abbia proposto di rinnovarlo e senza che l’opinione pubblica se ne sia troppo scandalizzata.
Nucleare, un’arma urbana
L’inquietante ritorno sulla scena pubblica delle armi nucleari racconta in modo paradigmatico, tra le varie, una cosa solo apparentemente secondaria: che la guerra della contemporaneità è diventata intimamente urbana. Le ragioni dell’urbanizzazione dei conflitti armati sono articolate e variegate, come ho provato a raccontare in “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana“. Ma la bomba nucleare è, in qualche modo, il simbolo di ciò.
Essa è, infatti, un’arma eminentemente urbana: come testimoniato dal fatto che, a oggi, le due sole volte che è stata impiegata in guerra è stata sganciata su aree urbane (Hiroshima e Nagasaki), la sua logica intrinseca ne rende l’utilizzo militarmente razionale solo in zone particolarmente dense, in cui vi è un’elevata concentrazione di edifici e funzioni chiave. Ossia, in primo luogo, nelle città. Non a caso, le simulazioni più accurate di come si svolgerebbe un conflitto atomico tra Russia e NATO indicano come tra gli obiettivi principali vi sarebbero le maggiori aree urbane dell’emisfero boreale, per danneggiare la potenza economica e strategica del nemico e inibire la sua capacità di ripresa.
Suburbanizzazione come difesa
Questa connessione tra città e ordigni atomici è talmente lampante che già nel 1951 un intero numero del “Bulletin of the Atomic Scientists”, rivista fondata e animata da prestigiosi fisici internazionali tra cui molti membri del “Progetto Manhattan” compreso Robert Oppenheimer, fu dedicato a riflettere su come riconfigurare la struttura territoriale statunitense in modo da renderla meno esposta all’impatto di un possibile attacco atomico sovietico.
Tra le varie proposte, vi fu quella di favorire la dispersione geografica della popolazione, poiché l’esistenza di grandi città rendeva gli Stati Uniti particolarmente vulnerabili. Secondo alcuni analisti, non è casuale che, mentre tali riflessioni si diffondevano nei circoli intellettuali, negli Stati Uniti prendeva avvio quell’impetuoso fenomeno che va sotto il nome di suburbanizzazione: una parte consistente della popolazione che, fino ad allora, aveva abitato nei centri urbani cominciò a spostarsi in aree esterne alle grandi città, nei cosiddetti suburbi.
Quello della suburbanizzazione è un fenomeno complesso, con cause multiple. Ma una spinta significativa è venuta senza dubbio anche da una serie di politiche pubbliche che ha reso possibile e conveniente il trasferimento al di fuori delle grandi città. Un’importanza cruciale ha avuto in particolare la costruzione di un’immensa rete autostradale, avviata nel 1956 dal presidente Dwight D. Eisenhower, che, prima di darsi alla politica, fu un militare di professione, svolgendo un ruolo di primo piano nella Seconda guerra mondiale. Fu lui a lanciare il più grande progetto pubblico della storia statunitense, finalizzato a realizzare 66.000 chilometri di autostrade, promosso attraverso la Legge nazionale per le autostrade interstatali e di difesa: significativamente, la rete autostradale era concepita anche come un’infrastruttura militare strategica.
È proprio questo capillare sistema di autostrade che ha consentito alle famiglie americane di trasferirsi nei suburbi (pur mantenendo il proprio posto di lavoro nei centri città) e alle industrie di disperdersi sul territorio. Grazie a ciò – e ad altri simultanei provvedimenti pubblici come, per esempio, generosi sostegni pubblici diretti e indiretti alle nuove municipalità suburbane – nel Secondo dopoguerra la popolazione suburbana americana è aumentata vertiginosamente, mentre quella di molte grandi città ha subito un tracollo.
Nessuno sostiene che quest’epocale trasformazione territoriale sia indissolubilmente legata alle riflessioni di un manipolo di scienziati. Ma non si può nemmeno trascurare l’assonanza tra le proposte di dispersione urbana in funzione anti-nucleare e i processi che hanno cambiato l’aspetto di ampie porzioni degli Stati Uniti esattamente in quella direzione.
Vittime civili
Chiunque di noi spera che la guerra nucleare sia solo uno spauracchio infondato. Il fatto che l’utilizzo di ordigni atomici sia stato sdoganato nella narrazione pubblica senza sollevare alcuna significativa reazione popolare non è incoraggiante, ma ciò potrebbe essere un inciampo tutto sommato secondario.
Ciò non toglie, però, che la guerra si sia pericolosamente avvicinata a noi, divenendo un tratto comune della politica internazionale contemporanea e influenzando in profondità le politiche pubbliche di moltissimi stati – anche di quelli in pace – attraverso massicci piani di riarmo. Ma la guerra della contemporaneità non è più quella che abbiamo studiato sui libri di storia o quella che abbiamo visto raccontata in tanti film d’azione.
Così come il mondo, negli ultimi decenni, è cambiato profondamente, anche la guerra è mutata in profondità. Con o senza ordigni atomici, la guerra, negli ultimi tre decenni, si è urbanizzata. È, e sempre più sarà, una guerra combattuta dentro le città, con tutto ciò che ne consegue, per esempio in termini di vittime civili e distruzione su larga scala, come la drammatica guerra di Gaza ha mostrato in maniera plastica.
Immagine di copertina: mostra “Cities”, 24^ Triennale di Milano, Inequalities, 2025 Una sezione consistente dell’esposizione è dedicata ai conflitti urbani. Nell’immagine uno scorcio di una celebrazione religiosa in una Rafah (Palestina) distrutta, il 1 marzo 2025 (foto di Abdel Kareem Hana, riprodotta in mostra)
Il libro
Il volume “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana” (di Francesco Chiodelli, Bollati Boringhieri, 2026, 141 pagine, 15 €) analizza la relazione strutturale che, a partire dagli anni Novanta del Novecento, si è stabilita tra conflitti armati e città. Il libro si compone di due parti. Nella prima si indagano i motivi per cui la guerra si è urbanizzata, analizzando le implicazioni di ciò dal punto di vista tanto delle trasformazioni tecnologiche quanto degli effetti dei conflitti (che, in alcuni casi, possono produrre veri e propri urbicidi). L’analisi accompagna il lettore attraverso diversi scenari bellici, dall’operazione militare statunitense a Mogadiscio all’assedio di Falluja, dalle azioni dell’esercito israeliano nei territori palestinesi alle battaglie della Guerra del Golfo. Nella seconda parte, l’autore analizza i diversi percorsi attraverso cui pratiche, logiche, regole e attitudini proprie degli scenari bellici si sono progressivamente insinuate nelle città “ordinarie”, caratterizzate cioè da una condizione di pace. Da Milano a Parigi, da Londra a New York, il libro indaga stati di eccezione, architettura difensiva, tecnologie per il controllo diffuso, impegno dell’esercito per questioni di sicurezza interna, svelando la normalizzazione dello strabordare della sfera bellica in quella civile. Il libro si chiude interrogandosi sugli spazi di possibilità di una geopolitica urbana della pace.



















