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Scritto da: Città e Territorio Mosaico

Ceuta, oltre le barriere della retorica

Ceuta, oltre le barriere della retorica
Racconto urbano e architettonico dell’exclave spagnola in Marocco. Tra storia, relazioni e geografie mutevoli. E una stagione recente di ottime architetture, da Alvaro Siza a Paredes Pedrosa

 

CEUTA (Spagna). C’è una città oltre le recinzioni, oltre le barriere, oltre la propaganda e gli slogan. Dove storie e memorie fanno da sfondo ad un’architettura contemporanea di livello internazionale, per certi versi sorprendente. All’interno di una geografia reale che è radicalmente diversa da quella politica, dove connessioni e relazioni sembrano più forti di passaporti e trattati.

 

La complessità negata

Ecco Ceuta, exclave spagnola sulle coste africane, nello Stretto di Gibilterra, poco più di 80.000 abitanti, una penisola stretta e montuosa proiettata verso est. Dista da Madrid circa 600 chilometri, meno della metà da Rabat (capitale del Marocco), Tangeri è molto vicina, a circa 70 km.

Spesso viene associata a Melilla, l’altra exclave spagnola in Marocco. Ma ha poco in comune: Melilla è più a est, più lontana dallo Stretto, e quindi meno sottoposta a quei flussi di migranti che oggi portano Ceuta (succede ciclicamente) al centro dell’attenzione dell’Europa e del mondo.

I giornali riportano principalmente scontri e polemiche, drammi vere ed emergenze presunte, ritorsioni, minacce, giochi e scaramucce. Con le diplomazie pronte a speculare su una vicenda geo-politica dai contorni decisamente poco chiari proponendo soluzioni immaginifiche, che già hanno dimostrato la loro inefficacia, come nel caso dei centri per accoglienza temporanea in Albania. Ceuta in realtà racconta molto di più, è emblema di questioni e paradossi urbani che, pur magari sfumati, troviamo altrove.

Permeabilità culturali

Provare a comprenderli significa ribaltare il punto di vista. Non concentrarsi sulle frontiere, sui confini, sulle reti, sui centri di detenzione, sulle Colonne d’Ercole (forse il monumento più famoso della città, in Piazza della Costituzione, nel punto più stretto della penisola, ai margini del centro) che ti fanno sentire alla fine del mondo. Serve invece guardare ad una geografia che è innanzitutto culturale. “Non puoi capirla Ceuta se non ti concentri sullo Stretto, su Tangeri, su Tetuan”.

Sono le parole di Carlos Perez Marin. Architetto, docente, è un osservatore appassionato della realtà locale, animatore culturale, sia attraverso il suo portale personale che attraverso gli studi e le ricerche dell’Instituto de Estudios Ceutíes. Il suo racconto di Ceuta oggi ha una premessa obbligata, la storia: “Quella del Mediterraneo. Abbiamo un patrimonio archeologico unico fatto di fortificazioni costruite in epoche diverse da popoli diversi, provenienti da regioni anche molto lontane. Cerchiamo di riportarlo alla luce, di dargli visibilità, di ritrovare quelle tracce nei nostri edifici”. I confini hanno sempre influenzato questo luogo, spagnolo fin dal Seicento. “L’approvvigionamento dei materiali da costruzione era difficile, gli scambi commerciali complessi. Così si costruiva con quello che c’era. Per tanto tempo, ad esempio, non ci sono state strutture metalliche”.

Ad inizio Novecento, lo scenario cambia. Il Marocco diventa un protettorato spagnolo, e Ceuta (comunque, sempre, città spagnola a tutti gli effetti) uno dei suoi porti d’accesso. Anche per la cultura costruttiva locale una piccola grande rivoluzione: “Arrivano progettisti internazionali, molti italiani, le Avanguardie, il cemento armato”.

Cambia la città con tanti edifici che ancora caratterizzano il paesaggio urbano. In particolare quello della sua parte centrale, sotto il Monte Hacho, con il suo forte. Guarda verso Gibilterra, che sta 25 chilometri più a nord. L’unico varco con il Marocco (Benzù, a nord, è chiuso da anni) è a sud-ovest, a 4 chilometri circa, El Tarajal. Quello è il teatro delle immagini diffuse in tutto il mondo in questi giorni, con migliaia di persone che hanno tentato di superare a nuoto la frontiera. Una lunga sequenza, inospitale, di spiazzi e di grandi superficie asfaltate. Le recinzioni indicano le direzioni, ritmano i controlli. Chiudono la vista, il mare da una parte, il monte dall’altra.

I cartelli e i divieti come unico strumento di riferimento. Poco lontano, abitato da circa 10.000 persone, molti irregolari, c’è quello che viene raccontato come il quartiere più pericoloso, il barrio Príncipe Alfonso. Esprime l’immagine tipica dei luoghi di passaggio e di confine: degrado, flussi, attività illecite, somma di costruzioni abusive.

Autonomia, concorsi, progetti di successo

Ma in realtà – come tante aree di frontiera – Ceuta non è (soltanto) una storia di separazioni. Anzi a prevalere, anche nei momenti di crisi, sono le ibridazioni e le sovrapposizioni. Di natura economica (tanti sono i cittadini marocchini che entrano ogni giorno per lavorare, nei cantieri, nei bar, negli alberghi), commerciale, di scambio. Le racconta Carlos Perez: “Per noi il Marocco rappresenta tante occasioni. Spesso andiamo a Tétouan, a Tangeri. Abbiamo sofferto, durante i mesi della pandemia quando il confine è stato chiuso a lungo. Facciamo parte di una sorta di grande città metropolitana sulla costa meridionale del Mediterraneo”.

Un confine come tanti, anche se questo ha condizioni estreme. È un varco instabile, inaffidabile. In certi giorni praticamente aperto, in altri – per attraversarlo, anche con il passaporto giusto – devi attendere ore, in coda in quei piazzali assolati. Questo perché Ceuta, territorio europeo a tutti gli effetti, non gode dei trattati di libera circolazione. Ovvero qui Schengen non si applica, con buona pace di chi in questi giorni fomenta paure.

La condizione attuale affonda in scelte politiche vecchie di 30 anni fa. Dal 1995 Ceuta è città autonoma. Uno status che la equipara ad una regione spagnola, con molto potere e agilità nell’influenzare Madrid, oltre che in una percentuale altissima di dipendenti pubblici (oltre il 30% dei residenti lavora per lo stato). Questo si è tradotto in ingenti flussi economici, in buona parte di origine europea. Proprio della metà degli anni Novanta sono infatti i finanziamenti per la realizzazione del perimetro fisico che vorrebbe isolare Ceuta e il suo territorio: non un muro ma una doppia linea di barriere metalliche. Insieme al sistema di protezione (dello stesso periodo è anche la costruzione del Centro di accoglienza temporanea, a nord) arrivano anche fondi per una serie di opere architettoniche che trasformanono la città con progetti di notevole qualità. Inaspettati per una piccola città di frontiera, e per il breve lasso di tempo in cui si concentrano.

La loro realizzazione si basa su un virtuoso sistema di concorsi pubblici, anche internazionali, come l’Europan 5 (1997-2000), che qui si è concretizzato nell’intervento di social housing di MGM Morales-Giles-Marisca Capturing the Landscape, concluso nel 2009 e molto premiato: proprio sotto il Monte Hacho, è un sistema di torri residenziali, quasi una seconda fortificazione, che dialoga con il paesaggio attraverso scelte radicali e superfici brutaliste, il cemento a vista, le griglie metalliche. Denuncia, con il tempo, un certo invecchiamento (sia per l’uso che per un clima particolarmente impattante) che rende il piccolo quartiere ancora più radicale.

In centro, ugualmente pluripremiata, è la biblioteca disegnata da Paredes Pedrosa, e conclusa nel 2014. Un progetto compatto – che mantiene inalterata l’immagine della sua massiva presenza – capace di cogliere la relazione con la storia, definendo un rapporto intenso con i reperti archeologici nel sottosuolo, che diventano presenze vive della composizione. L’ideale passeggiata architettonica si conclude nella corte centrale del Centro culturale Manzana del Revellin, opera di Álvaro Siza, inauguarato nel 2007. Un sistema di bianchissimi (matericamente e coloristicamente resistenti, pur a dispetto di usi saltuari degli spazi) edifici, un tassello rinnovato di centro storico che apre strette prospettive a sud (il mare che guarda alla costa marocchina) e a nord (verso Gibilterra).

In questa direzione intercetta il Parco Marittimo del Mediterraneo, opera postuma di César Manrique, inaugurato proprio 30 anni fa, quando la nuova storia di Ceuta ha inizio e definisce la sua identità: ponte tra culture e popoli, luogo di incontri e di (continui, forse inevitabili) scontri.

Immagine di copertina: la frontiera spagnolo-marocchina nei pressi di Ceuta (2019)

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