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Paolo VerdeschiScritto da: Città e Territorio Forum

Roma selfie-scape: idee per decentrare il (troppo) turismo

Roma selfie-scape: idee per decentrare il (troppo) turismo
Nel dibattito sugli effetti urbani dell’overtourism, riceviamo e pubblichiamo un contributo dalla capitale, la città più esposta ai paradossi attuali. Quartieri svuotati e servizi ormai inadeguati. Con una proposta che emerge da un convegno organizzato dall’Ordine degli architetti: si guardi al fiume. Ne parla il curatore

 

ROMA. C’è un gesto ormai riconoscibile che sintetizza il rapporto tra il turista contemporaneo e la città: voltare le spalle al monumento, allungare il braccio con lo smartphone e scattare.

In quell’immagine, il viso sorridente in primo piano, il Colosseo o la Fontana di Trevi ridotti a scenografia, si condensa un fenomeno che sta cambiando il volto di Roma e di molte altre città d’arte italiane in modo profondo e forse irreversibile. Il centro storico si trasforma in una cartolina dentro la cartolina: un luogo da fotografare, non da abitare, non da capire.

L’overtourism non è solo un problema di congestione fisica, ma una cecità culturale che impedisce al visitatore di comprendere l’autentica identità, la storia e il valore reale di ciò che sta osservando.

 

Scenografie vuote

Roma accoglie ogni anno circa 30 milioni di turisti, concentrati in modo schiacciante in un’area che rappresenta una frazione minima del territorio comunale. La crescita degli affitti brevi ha contribuito a ridurre l’offerta abitativa destinata ai residenti, aumentando la pressione sul mercato immobiliare e rendendo sempre più difficile trovare alloggi nei centri storici.

Il meccanismo è noto e si autoalimenta: i canoni salgono per effetto della pressione turistica, i residenti non riescono a sostenere i costi, lasciano le abitazioni che vengono immediatamente riconvertite in b&b o appartamenti per turisti, il che riduce ulteriormente l’offerta residenziale e fa salire ancora i prezzi. Un ciclo vizioso che trasforma i rioni del centro storico in scenografie vuote.

 

Solo per turisti

Il rione Trevi, cuore pulsante del turismo di massa, conta oggi meno di 4.000 abitanti, erano il doppio trent’anni fa. Rioni come Campo Marzio, Colonna e Pigna mostrano dinamiche simili: densità abitativa in calo, età media in aumento, servizi di prossimità in progressiva erosione.

I negozi a servizio di chi abita, la farmacia sotto casa, il fruttivendolo, il calzolaio, cedono il passo ad attività calibrate esclusivamente sul turista: gelaterie, ristoranti, pizzerie al taglio, negozi di gadget ecc. La scomparsa dei servizi di vicinato accelera l’abbandono del rione da parte dei residenti rimasti.

 

Esclusioni e rinunce

Il sovraffollamento rappresenta per le persone con disabilità un ostacolo quotidiano. Strade congestionate, marciapiedi occupati da tavolini e dehors, mezzi pubblici sovraccarichi e percorsi difficilmente accessibili rendono gli spostamenti sempre più complessi.

Chi utilizza una sedia a rotelle, chi ha disabilità visive o motorie si trova spesso costretto a rinunciare a servizi, attività e momenti di socialità. L’overtourism amplifica le criticità già esistenti e ne crea di nuove, contribuendo all’esclusione di una parte della popolazione dalla vita urbana.

Le conseguenze sono evidenti: servizi urbani sotto pressione, spazi pubblici congestionati e una progressiva trasformazione delle città in luoghi pensati soprattutto per il turismo. In questo contesto le categorie più fragili pagano il prezzo più alto.

 

Guadagni per pochi, costi per tutti

L’argomento più diffuso a favore del turismo di massa è quello economico: porta soldi, crea posti di lavoro, sostiene l’industria dell’ospitalità. È vero, ma la questione è più complessa.

I benefici sono concentrati e facilmente visibili: incassi per ristoratori, albergatori, gestori di tour operator, proprietari di immobili riconvertiti. I costi sono diffusi e spesso invisibili nella contabilità ufficiale: degrado del patrimonio pubblico, congestione del traffico, inquinamento acustico, pressione sulle infrastrutture idriche e fognarie, deterioramento del paesaggio urbano, perdita di coesione sociale.

A questi si aggiungono i costi a carico della collettività per la gestione dei flussi, per la vigilanza, la pulizia, la manutenzione straordinaria dei siti, che raramente vengono computati nel bilancio complessivo dell’industria turistica. Il problema non è il turismo in sé, è la concentrazione.

 

Il convegno. Overtourism 2. Gli architetti propongono

Roma è oggi uno dei principali laboratori europei in cui osservare gli effetti dell’overtourism. In questo scenario l’architettura e la pianificazione urbana tornano a essere strumenti concreti per immaginare soluzioni capaci di coniugare sviluppo, inclusione e sostenibilità. È in questo contesto che acquista significato la proposta elaborata dagli architetti romani nell’ambito del convegno “Overtourism 2. Gli architetti propongono”, promosso dall’Ordine degli Architetti di Roma, curato da Paolo Verdeschi insieme a Lorenzo Busnengo, lo scorso giugno e che ha provato a spostare l’attenzione dal centro città al fiume. Il Tevere, elemento di lettura delle stratificazioni di Roma, tocca quartieri di straordinario interesse storico, culturale e naturalistico e assume un ruolo centrale di questa visione. Da Ponte Milvio fino a Ostia, viene interpretato come una grande infrastruttura ambientale, culturale e paesaggistica, capace di connettere quartieri, memorie, spazi pubblici e opportunità di rigenerazione. Un asse lungo il quale immaginare forme di turismo sostenibile fondate sulla conoscenza dei luoghi e sulla cultura condivisa, anziché sul consumo veloce delle destinazioni più note. Sono 4 le aree identificate come poli alternativi di attrazione disegnando un itinerario che si estende al di fuori del centro storico convenzionale: il Distretto del Contemporaneo (con, tra gli altri luoghi, il Maxxi e le opere di Pierluigi Nervi, Ostiense-Testaccio (uno dei più interessanti laboratori di rigenerazione urbana della capitale, tra archeologia industriale, cultura e nuove funzioni urbane), Appia-Torricola (dove il rapporto tra patrimonio storico e paesaggio ha grandi potenzialità di sviluppo) e Ostia (dalle aree archeologiche alle architetture razionaliste agli stabilimenti balneari). Come altre città europee che hanno già adottato strategie simili, è il Tevere a tenere insieme questi poli come infrastruttura di mobilità dolce: un percorso lungo le sponde, percorribile a piedi e in bicicletta, con approdi fluviali che permettano di raggiungere i diversi siti anche via acqua. La sfida per le amministrazioni locali è trovare un equilibrio tra sviluppo turistico e qualità della vita dei residenti. Regolare i flussi, garantire accessibilità e preservare la funzione sociale dei centri storici non significa limitare il turismo, ma renderlo più sostenibile e inclusivo. Una città accessibile ai suoi cittadini e che allo stesso tempo faccia comprendere ai turisti che Roma non si esaurisce nel centro storico. La sua ricchezza culturale, artistica e paesaggistica si estende ben oltre, in quartieri e territori spesso ignorati dai flussi turistici dove l’identità, la storia e il valore reale di una città come Roma sono importanti quanto quelli del centro storico.

 

Immagine di copertina: Roma, la consueta folla intorno alla Fontana di Trevi (2024) 

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Tag: , , , , , , Last modified: 9 Agosto 2026