Itinerario nei paesaggi rurali delle aree interne alla ricerca di edifici senza tempo e senza contesto, bizzarri e sorprendenti. Sono quelli costruiti dai cittadini che hanno fatto fortuna all’estero. Grazie alle immagini e al racconto di Dinis Santos ci immergiamo in un paese immaginario
Esiste un volto del Portogallo, poco noto, che stimola e provoca interrogativi nel mondo dell’architettura. Si tratta del paesaggio rurale delle aree interne del nord e del centro dove, a partire dalla fine degli anni Sessanta, gli emigranti portoghesi hanno costruito le case dei loro sogni per affermare l’ascesa sociale duramente conquistata durante l’esilio nelle grandi e industrializzate città europee.
Il risultato è una costellazione di abitazioni unifamiliari, spesso disabitate o incomplete, caratterizzate da elementi decorativi e forme bizzarre a disegnare uno scenario architettonico peculiare che ha raggiunto la sua massima espressività negli anni Ottanta e su cui, qualche decennio dopo, l’architettura portoghese ha iniziato a interrogarsi. L’architetto e critico Nuno Portas ha ben sintetizzato la questione nella prefazione del libro “Casas de Sonho” (1995) mettendo in dubbio la capacità “delle autorità e dei tecnici, nazionali ma soprattutto locali, di trovare una strategia territoriale e forme urbane adatte ad accogliere le inevitabili manifestazioni delle differenze“.
Nel 2017, in riposta al dibattito, anche politico, sulle differenze e le disuguaglianze dettate dall’omologazione della globalizzazione, il fotografo Dinis Santos decide di immergersi in questo lato nascosto e discusso di un paese che era appena stato giudicato dagli standard europei come inadeguato, improduttivo e pigro. Ne nasce una serie di viaggi in bicicletta, in solitaria, compiuti dal 2017 al 2023 nei distretti di Aveiro, Viana di Castelo e Viseu, poi restituiti nel lavoro “Um país imaginário” (Un paese immaginario).
Si tratta di una raccolta di ritratti di case, senza tempo e luogo, senza riferimenti allo status sociale di proprietari e costruttori e soprattutto senza giudizio, che restituisce la fragilità di un territorio fatto di assenze, ambiguità e ibridazioni. “Un paese immaginario” appunto la cui identità risiede nella creatività e nella fantasia dei suoi stessi costruttori, abbandonati a loro stessi dallo stesso Stato che li aveva costretti a cercare futuro altrove. L’intervista con Dinis Santos ci accompagna alla scoperta di un Portogallo diverso e inaspettato, lontano dalle rotte tradizionali del turismo ma anche dalle mete ricercate da architette e architetti internazionali.
Cosa ti ha spinto a dedicarti a questo progetto?
Nel 2016, soprattutto nelle città, il Portogallo stava facendo i conti con gli effetti dell’intervento della Troika: precarietà lavorativa, affitti e costo della vita in crescita, redditi sempre più bassi. Vivevo a Porto, avevo poco lavoro, condividevo casa con amici e colleghi e maturavo il desiderio di lasciare la città per vedere come si stava fuori, nelle aree interne. Così comprai una bici, la prima “da adulto”, e iniziai a svegliarmi la mattina presto: con la macchina fotografica al seguito, prendevo il treno verso le località che la rete ferroviaria mi permetteva di raggiungere, poi rientravo in bicicletta. Scattavo senza uno scopo, dando retta solo all’impulso di immortalare ciò che attirava così tanto la mia attenzione al punto da convincermi a fermare la bici. Dopo alcuni viaggi, riguardando le fotografie, mi sono reso conto che c’erano due elementi che si ripetevano: le case, che per un motivo o per l’altro spiccavano nel paesaggio, e le palme. Da quel momento, ho iniziato a cercare altre case e altre palme, dando il via al progetto “Um Pais Imaginario”. Le case degli emigranti sono sempre state oggetto di ironia per il cattivo gusto che le contraddistingue, riducendo la questione a un giudizio estetico. Invece più le fotografavo e più mi rendevo conto che erano spazi di lotta: di classe, per uno spazio di proprietà, per un territorio, per il diritto di abitare, per il diritto di appartenenza a un luogo, denuncia per l’esilio economico. Il concetto di “paese immaginario” nasce proprio dal desiderio di decontestualizzare queste forme e questi spazi, superando la sterilità del giudizio “bello o brutto” e collocando invece la questione dell’identità nazionale sul piano della finzione. Ciò che mi ha spinto a realizzare questo progetto è stata la curiosità e la voglia di immergermi e perdermi nel territorio sconosciuto del mio paese, per comprenderlo e concedergli la possibilità di destare ancora curiosità e stupore.
Le case che hai ritratto hanno un volto, un carattere, una voce. Hai percepito in loro una sorta di personalità? Pensi che vogliano dire qualcosa?
Sì, credo che abbiano un immenso desiderio di comunicare con chi passa loro accanto, invitandolo a fermare lo sguardo. La maggior parte è chiusa e disabitata, ma quasi sempre c’è un elemento simbolico o una decorazione sulla facciata o in giardino che sembra dire: Guardami!. Gli elementi di maggior espressività sono senz’altro i pannelli di azulejos che ritraggono i proprietari e ne raccontano le storie di famiglia, raffigurano motivi religiosi o si inventano modi creativi per dimostrare l’affetto per il paese d’origine e per quello ospitante. Ricordo, ad esempio, bandiere che fondono quella portoghese con quella degli Stati Uniti o del Canada oppure i dialoghi tra Simón Bolívar, anticolonialista e liberatore dell’America latina, e la Madonna di Fatima.
Potremmo quasi dire che le facciate siano “sfacciate”: attraverso decorazioni e composizioni audaci, trasmettono una sfrontatezza e una sicurezza che però, come accade spesso anche nelle relazioni sociali, cela fragilità. Sei d’accordo con questa interpretazione?
Molti emigranti hanno realizzato il sogno di acquistare un terreno in Portogallo e di costruire una casa, reclamando un diritto che non è mai stato concesso loro. Tuttavia questo sogno non sempre si è realizzato così come lo avevano immaginato, e la contraddizione tra desiderio e realtà si nota nei dettagli. È stato fatto un investimento su ciò che è visibile dalla strada, risparmiando su ciò che è meno esposto al pubblico. Sulle facciate principali si ostenta ricchezza e si afferma il nuovo status sociale della famiglia, su quelle secondarie si usano materiali e dettagli più poveri. Anche loro però, comunicano qualcosa: sofferenza, sacrificio e fragilità.
Le forme, le decorazioni e i dettagli sono molto diversi tra loro, ma c’è qualcosa che li accomuna. Hai individuato qualche motivo o tema ricorrente?
Il più ricorrente in assoluto è il tema religioso: pannelli di azulejos raffiguranti i santi e la Vergine Maria. Il secondo più comune è quello dei simboli del paese ospitante. Gli elementi variano anche a seconda della zona geografica. Nel distretto di Aveiro ci sono molte case con scritte in ferro battuto, piastrelle con il nome della casa e repliche della Statua della Libertà. In altre zone invece, come nel distretto di Viseu, le decorazioni sono più sobrie e le forme delle case sono più sfacciate ed espressive: è molto comune trovare chalet o palazzi in miniatura, con capitelli, trabeazioni e merletti.
Il tuo sguardo resta esterno e privo di giudizio, tuttavia non sembra del tutto neutrale: lascia intravedere una denuncia o una provocazione. Qual è l’intenzione di questo lavoro?
È quello che accade dopo lo scatto che permette di costruire una narrazione. È nel gesto di raggruppare e mettere in sequenza le immagini che si costruisce un significato, una sensibilità, si delinea un’estetica e addirittura un’emotività. Per anni infatti ho scattato seguendo l’impulso, senza un’intenzione precisa. Poi quando ho iniziato a intravedere un filo narrativo, l’interesse è cresciuto e ho sviluppato quasi una sorta di feticismo per le case degli emigranti. Mi sono messo a fotografarle con la massima dedizione possibile, cercando di rappresentarle con precisione e onestà. Tuttavia il mio sguardo non è neutrale: si sente la mia vena malinconica, frutto della nostalgia dell’infanzia e del rimpianto per un paese che, per questioni politiche, non è mai esistito, che è stato sognato ma non si è mai concretizzato; così come si percepisce lo sforzo di smantellare e sminuire il “giudizio di gusto”.
Il libro è silenzioso, non ci sono parole tranne che in apertura, dove è riportato un frammento di dialogo: “Mi scusi, perché ha dipinto una finestra sul muro?“. “Beh amico, quel muro non aveva finestre. Allora ne ho dipinta una”. Da che cosa nasce?
Questa conversazione nasce da uno dei rari incontri con i proprietari, perché di solito le case sono vuote, vengono frequentate solo in estate o addirittura non sono mai state abitate. La finestra dipinta sulla facciata è un ottimo esempio della predominanza della finzione sulla funzione. Però è anche l’occasione per riflettere su un’altra questione: il primo Piano Regolatore Generale del Portogallo è stato approvato nel 1993, quindi lo Stato per anni è stato completamente assente nell’ambito dell’edilizia abitativa e della pianificazione territoriale. Molte delle case ritratte nel libro sono il risultato dell’iniziativa privata e dei suoi sogni, sono frutto dell’immaginazione e non di una cultura e di una politica abitativa. In un certo senso fino agli anni Novanta la questione della casa in Portogallo è stata ridotta ad una questione di soldi, le persone si sono lanciate nella costruzione perché potevano permetterselo, senza essere guidate o accompagnate. Quindi mi chiedo, quante altre “finestre” resteranno immaginarie e quante invece potranno essere pensate all’interno di un piano collettivo?
Nelle tue immagini si percepisce un progressivo avvicinamento alle abitazioni, come se ogni passo fosse un dialogo sempre più intimo. Ti è mai capitato di parlare con loro?
Ho cercato di restituire fedelmente l’approccio: l’impulso che mi faceva fermare la bicicletta e fotografare da lontano, a poco a poco si trasformava in un interesse concreto per un dettaglio o nella ricerca del punto migliore per scattare. Ho cercato di trasmettere questo movimento in modo che, man mano che si sfogliano le pagine, ci si avvicini sempre di più alla casa, anche se spesso, alla fine di questo progressivo avvicinamento, ci si si scontra con tapparelle e cancelli chiusi, con inferriate, silenzi e assenze. Quindi sì, è un dialogo, ma spesso a senso unico.
Immagine di copertina: “Um País Imaginário” (©Dinis Santos)
Per approfondire
“Um País Imaginário“ (Pierrot le Fou, 2023) è un viaggio fotografico attraverso il territorio portoghese e le sue architetture vernacolari contemporanee che porta a interrogarsi sul rapporto tra territorio, abitare e rappresentazione. Le immagini raccontano le trasformazioni delle aree segnate dall’emigrazione, dove le case diventano il luogo in cui si incontrano memoria, aspirazioni, modelli culturali importati e nuove condizioni economiche. Si tratta di “architettura senza autore” ma forte espressione di più ampi processi sociali, politici e territoriali.




























