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Riflettori accesi sul restauro


Il terremoto che ha colpito l’Abruzzo ha richiamato l’attenzione sul restauro dei beni culturali, in virtù della risonanza mondiale che ha ottenuto tale avvenimento, subito trasformato in evento mediatico di ampia diffusione. Il coinvolgimento delle nazioni del G8 nell’opera di ricostruzione ha costituito un’interessante, quanto opportuna, occasione per potere trasformare la terra abruzzese in un crocevia di diversificate culture ed esperienze tecnico-scientifiche.
Come già è stato tentato in occasione di alcuni precedenti terremoti che hanno devastato il territorio nazionale, la ricostruzione sarebbe auspicabile potesse trasformarsi in un laboratorio in cui affermare e promuovere la cultura del progetto di restauro e costituire un prototipo per sperimentare una metodologia di intervento efficace in chiave sistemica e non puntuale.
Il nostro patrimonio storico-artistico è stato spesso oggetto di campagne mediatiche demagogiche e retoriche sulla sua importanza e potenzialità in termini di sviluppo socioeconomico del paese. Campagne purtroppo non seguite da coerenti e chiare scelte politiche di programmazione di interventi a rete, con indirizzo di capitali su scala nazionale. Raramente si è assistito a un sistematico e proficuo dibattito culturale, se non limitato a pochi convegni di rilievo o pubblicazioni accademiche pregevoli ma per pochi addetti ai lavori.
Nel paese che possiede un paesaggio tra i più ricchi al mondo non si sente ancora il bisogno diffuso di dibattere pubblicamente e metodicamente sull’immagine della città attuale e futura, con l’obiettivo di rendere sostenibile e di qualità lo spazio costruito e non. Manca ancora l’esigenza sistematica di aprire un confronto tra gli attori della scena urbana e territoriale rispetto alla dualità nodale tra conservazione e innovazione.
L’attuale scenario vede, in un rapporto biunivoco, trasformazioni rilevanti nell’uso degli spazi strettamente connesse con il modificarsi dell’immagine della città. Complice, forse, la mancanza diffusa di un’efficace progettazione degli spazi aperti, si avvertono mutamenti significativi, tra cui il progressivo abbandono delle piazze storiche, considerate ormai musei urbani popolati soprattutto da turisti, mentre gran parte dei cittadini preferisce passare il tempo libero dentro immensi centri commerciali progettati con ottiche poco finalizzate alla socializzazione.
Complice, forse, la mancanza diffusa di un’efficace progettazione di restauro territoriale in cui inserire gli interventi sui singoli manufatti,lo spazio costruito appare sempre più spesso disomogeneo. Alcune parti edificate delle città,con un proprio tessuto urbano identificabile, si vanno trasformando in un insieme di singoli edifici non considerati parti di un paesaggio urbano omogeneo e non sempre restaurati con competenza e rigore.
La conoscenza di tecniche e materiali, di analisi approfondite su storia e identità dei manufatti antichi inseriti nel contesto urbano è alla base di scelte progettuali di qualità, ma, purtroppo, i restauri non sono sempre frutto di scelte metodologiche appropriate, specialmente in tempi di crisi economica. Il problema della formazione e dell’aggiornamento professionale del settore sembrerebbe determinante per migliorare la produzione di restauri, insieme alla semplificazione della legislazione e della burocrazia, all’adeguamento degli strumenti normativi alle esigenze attuali e a maggiori investimenti di risorse finanziarie efficaci. Attraverso una «rivoluzione culturale » , prima ancora che legislativa, da parte dei soggetti responsabili di un piano strategico generale di sviluppo del paese, si potrebbe, presumibilmente, arrivare ad attuare la sostenibilità del nostro territorio, coniugando la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico,con un inevitabile processo di innovazione non più necessariamente legato a eventi eccezionali.

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Last modified: 18 Luglio 2015