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Scritto da: Forum Reviews

Se polemiche e pasticci si mangiano l’arte

Se polemiche e pasticci si mangiano l’arte
La Biennale delle contrapposizioni. A Venezia vincono le questioni geo-politiche, i contenuti di padiglioni ed esposizioni rimangono sullo sfondo. Una ricostruzione critica di giorni che molto raccontano del mondo di oggi nel campo della cultura e delle discipline artistiche

 

La Biennale di Venezia è, insieme a documenta di Kassel, la mostra d’arte più prestigiosa e ambita da parte degli artisti, ma raramente è presente sulle prime pagine dei quotidiani di mezzo mondo, come è sorprendentemente successo quest’anno per le continue polemiche. Il primo elemento che ha scatenato la discussione è stata nei mesi scorsi la presenza del padiglione della Russia, che molti cittadini, intellettuali e istituzioni – tra cui la Commissione Europea e il nostro Governo – avvertono come inopportuna dopo l’aggressione all’Ucraina.

A questo sono seguite una serie di dichiarazioni, tanto battagliere quanto improvvide, da parte della giuria eletta, e poi scelte del tutto discutibili da parte dell’istituzione lagunare. I premi – gli ambitissimi Leoni conferiti all’artista più significativo della mostra internazionale e alla migliore partecipazione nazionale – saranno infatti assegnati non più da un gruppo di esperti, ma dal pubblico, mentre molti artisti hanno già dichiarato di ritirare la propria candidatura. Non sono poi mancate le polemiche per la presenza del padiglione di Israele e le chiusure per lo sciopero nel venerdì dell’anteprima.

Ma come siamo giunti a questa situazione assurda e pasticciata, in cui tutti i soggetti coinvolti sembrano aver compiuto passi falsi?

 

La presenza della Russia, tra polemiche e ambiguità

Sin dalla pubblicazione della notizia, a inizio marzo, la presenza della Russia alla Biennale ha suscitato forti polemiche di natura morale e politica, sia in Italia in Europa, dato il sostegno economico e militare all’Ucraina da parte dei paesi dell’UE a seguito dell’invasione russa. Per molti è inaccettabile che lo stato governato da Vladimir Putin sia istituzionalmente presente in uno dei più prestigiosi consessi culturali del mondo. Ne è seguita una lunga diatriba tra il Presidente dell’istituzione veneziana Pietrangelo Buttafuoco, che rivendicava orgogliosamente l’indipendenza della fondazione che presiede dal Governo, e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha affermato di essere stato messo a conoscenza dell’ingombrante presenza russa a cose fatte.

Nel gioco delle parti è difficile capire se la polemica tra i due ex amici sia originata dalla sottovalutazione politica della presenza russa da parte del primo o da un successivo riallineamento governativo del secondo. Giuli ad aprile ha mandato in laguna degli ispettori del MiC, i quali hanno però dovuto prendere atto della correttezza dei procedimenti intrapresi dalla Fondazione. La Russia, come tutti gli stati proprietari del proprio padiglione ai Giardini, è infatti invitata di diritto alla manifestazione, e la Biennale non poteva opporsi alla sua partecipazione.

Essendo però in vigore in Italia le sanzioni per le manifestazioni pubbliche organizzate da istituzioni russe, il padiglione poteva essere aperto e visitabile per l’anteprima (che è burocraticamente un evento esclusivamente a invito), ma non nei giorni di apertura della manifestazione, durante i quali sarà invece visibile da fuori. La Russia però non compare nel catalogo delle partecipazioni nazionali. Fa specie che, in questo frangente geopoliticamente complesso, esponenti della Lega, anche lagunari, si dichiarino contro “ogni censura”, fingendo di non sapere che il padiglione russo non è il frutto della libertà di espressione che l’arte dovrebbe avere, ma del controllo di Putin. Come non simpatizzare allora con Pussy Riot, Femen e tanti attivisti che, nei giorni dell’anteprima, hanno manifestato di fronte al padiglione russo con fumogeni e bandiere ucraine?

 

Giurate avventate e contenziosi giudiziari

A fine dello scorso mese la giuria della Biennale, fresca di nomina, di fronte alla crescente indignazione per la presenza del padiglione russo, ma anche di quello israeliano, diffonde una nota in cui le giurate, considerato “il legame tra artista e nazione rappresentata”, dichiarano che non avrebbero preso in considerazione per i premi “quei paesi i cui leader sono in questo momento accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”. Il Leone d’Oro non sarebbe stato quindi assegnato a Russia, Israele o alle Filippine (mentre, curiosamente, nessun riferimento veniva fatto a stati in cui di certo gli artisti non sono liberi, come per esempio l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo o la Cina).

Qualche giorno dopo Belu-Simion Fainaru, artista che rappresenta Israele, ha inviato alla Biennale una diffida alla giuria poiché tale orientamento sarebbe stato contrario ai criteri di equità per l’assegnazione dei premi, aprendo la possibilità di contenziosi giudiziari e possibili risarcimenti. A quel punto la giuria, parsa ingenuamente più attenta a posizionarsi nell’intellighenzia liberal che a perseguire una scelta in linea con la propria coscienza e i propri valori estetico-politici (come ogni giuria, tanto più se engagé, dovrebbe fare), sceglie di dimettersi anche per evitare ripercussioni legali in caso di ricorsi da parte degli esclusi.

 

Il contentino dei leoncini

Il presidente Buttafuoco, cui non si può imputare certo la mancanza di fantasia, compie allora una scelta che – ci si augura – rimanga un caso isolato: sceglie populisticamente di istituire i “Leoni dei Visitatori”, in alternativa a quelli “d’Oro” della tradizione. Saranno assegnati dai visitatori che hanno visitato entrambe le sedi principali, in forma telematica anonima: non siamo, in fondo, anche il paese di Sanremo? Peccato che i Padiglioni nazionali, che quest’anno sono cento, siano collocati anche in città, e che, probabilmente, i visitatori non avranno il tempo, la possibilità o l’interesse di vederli tutti. Per non parlare poi del fatto che l’arte contemporanea è una disciplina iperspecialistica: come si può immaginare che un visitatore, anche informato, sia nella condizione di produrre una scelta di qualità? Come non considerare gli effetti della provenienza geografica dei visitatori? Inevitabilmente questa modalità favorisce gli italiani, per vicinanza, e poi le nazioni ricche più popolose, da cui provengono la maggior parte dei visitatori della Biennale. Non era meglio quindi nominare degli ulteriori esperti o sospendere l’assegnazione dei premi?

 

Una Biennale segnata dalle tensioni geopolitiche

L’ultimo giorno dell’anteprima Art Not Genocide Alliance (ANGA), una rete estesa di artisti, curatori e addetti ai lavori che si sono opposti alla presenza del padiglione israeliano per le violente politiche di occupazione e di apartheid portate avanti dal governo a Gaza, ha proclamato uno sciopero che ha visto oltre venti padiglioni nazionali a chiudere, tra cui Belgio, Olanda, Spagna, Francia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria.

Negli scorsi mesi il gruppo aveva difatti presentato un appello alla Biennale, sottoscritto da oltre duecento addetti ai lavori che prendono parte alla kermesse veneziana, sia nella mostra internazionale “In Minor Keys” che nei padiglioni dei diversi paesi. L’istituzione in questi mesi, a ragione o a torto, non ha ritenuto opportuno rispondere. ANGA, insieme ad alcune organizzazioni pro-Pal, ha realizzato così una manifestazione a Venezia, che ha portato a qualche scontro con la polizia, che ha sfollato a manganellate i manifestanti diretti all’Arsenale (il padiglione di Israele è stato spostato all’Arsenale, poiché ledificio ai Giardini è in restauro). Nel frattempo, il primo giorno di apertura al pubblico, una settantina di artisti che prendono parte alla mostra internazionale o che espongono nei padiglioni nazionali hanno presentato un documento pubblico in cui si ritirano dall’assegnazione dei “Leoni dei Visitatori”, in solidarietà con la giuria dimissionaria.

Una Biennale insomma di cui probabilmente ci ricorderemo non per i contenuti artistici, ma per le questioni geopolitiche, le polemiche, le manifestazioni, le occasioni di confronto perse e i troppi inconcludenti proclami.

Immagine di copertina: protesta di “Art Not Genocide Alliance” contro la partecipazione di Israele alla Biennale di Venezia, 6 maggio 2026 (Anga)

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Tag: , , , , , , , Last modified: 12 Maggio 2026