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Luigi BartolomeiScritto da: Città e Territorio Mosaico Patrimonio

Sagrada Familia, la cattedrale del turismo globale

Sagrada Familia, la cattedrale del turismo globale
A Barcellona viene montato il braccio superiore della croce della Torre di Gesù Cristo, la più alta (172,50 metri) dell’edificio iconico, e ancora non concluso, di Antoni Gaudì. Celebrato come un traguardo simbolico, è un momento che pone riflessioni sul senso stesso di una costruzione monumentale. E il cantiere prosegue

 

BARCELLONA (SPAGNA). La Sagrada Familia dona all’Europa un cantiere che, per la sua durata, ricorda quello delle antiche cattedrali: la costruzione come una liturgia collettiva alla quale partecipano con le proprie donazioni (un tempo sarebbero state tasse) cittadini e volenterosi.

Si è sempre trattato di cantieri per ogni verso eccessivi: tanto rispetto alle economie di spesa quanto alla solidità dei contesti politici e sociali, sicché – giocoforza – le fabbriche venivano spesso interrotte consegnandoci quella poetica dell’incompiuto così empatica alla condizione di ciascuno, e di ogni epoca successiva che ai muri grezzi ha trovato via via il modo di aggrappare le proprie aspirazioni, in forma di concorsi o di utopie.

Della Sagrada Familia, tuttavia, cattedrale per forma, non per diritto, non sarà questo il destino perché, nel frattempo, il Cantiere è giunto nell’era del turismo globale, divenendone straordinaria attrazione. Ciò ha creato una condizione inedita rispetto alle fabbriche antiche i cui costi gravavano per la gran parte sulle risorse delle comunità locali.

Qui, per la prima volta, a sostenerli è il turismo globale che, con circa 4,7 milioni di presenze l’anno, consentirà agevolmente tanto di concludere i lavori quanto di mutare il cantiere di costruzione in uno di manutenzione e restauro, come accadeva nelle grandi cattedrali gotiche, le cui fabbricerie, però, si reggevano e si reggono principalmente sulla valorizzazione di patrimoni immobiliari.

Tra avvio del cantiere e approssimarsi della sua conclusione, il cambiamento più ragguardevole e forse difficilmente prevedibile, è però quello del contesto socio-culturale, che muta definitivamente il significato dell’installazione di una croce monumentale sulla guglia più alta della basilica. Se nel 1882 questo gesto poteva coronare l’unità spirituale di una città in una fede e, al contempo, evidenziare nel cielo il vertice di un’ideale cupola a sua protezione, oggi si tratta del compimento di un’icona e del rafforzamento estetico dell’identità urbana nell’ecclettismo orfico di Gaudì, definitivamente assurto a codice di brand urbano.

Colpisce l’ingenua fierezza di chi intende celebrare il coronamento della guglia di Gesù Cristo scivolando nel machismo dei primati, quasi sempre insignificante in architettura, specialmente ove si tratti – come in questo caso – di una chiesa, foss’anche di quella più alta del mondo. Ma proprio qui sta l’equivoco: quest’architettura che era sorta come simbolo di un culto e di una fede e che in ogni dettaglio era stata pensata come tale nella visione folle e geniale del suo artefice, nel tempo della sua edificazione – secondo un percorso già battuto da altri edifici – è divenuta ed è fruita anzitutto come emblema e icona monumentale, chiesa per accidens: aspetto di dettaglio che riguarda un numero sempre più ristretto di fedeli o la passione archeologica di tanti, in un’Europa dall’identità così incerta da correre verso il futuro con lo sguardo fisso sulle vestigia del proprio passato.

Fiaccato l’originale significato, è tipico concentrarsi sui significanti, ossia sui meri oggetti  predisposti ad esserne veicolo, che, quando siano divenuti simboli urbani, come a Parigi  o a Saint Denis divengono occasione di sfide curiose circa i processi di costruzione o di ricostruzione, diversi caso per caso, ma distanti talvolta dall’originario significato dei manufatti, talaltra – come in questo caso – da una ricerca sul miglior modo per corrispondervi oggi, ivi compresa la possibilità di astenersi e tacere.

Qui siamo invece di fronte ad un cantiere che sorse artigianale e si concluderà computazionale, inclusi virtuosismi e acrobazie in quota di vertebre di architetture sommitali in ceramica, acciaio e vetro.

Per la Sagrada Familia ogni scelta è complicata dall’innalzamento agli altari del suo autore, proclamato venerabile da papa Francesco nel 2025. Vi è una parte della stampa cattolica che da questa circostanza pare quasi sussumere il carattere rivelato della sua architettura, ma si tratta di una tentazione dalla quale occorre rifuggire, poiché – si perdoni la considerazione banale – la qualità delle opere d’arte si colloca oltre ogni valutazione morale del corrispondente artista. Ciò non significa che il dualismo tra luce e buio non parli del temperamento burrascoso di Caravaggio, ma che l’autorevolezza artistica dell’opera non è affatto diminuita dalla constatazione che essa fu il prodotto di un assassino; così come non è aumentata per essere l’esito del lavoro di un santo.

Forse solo nei territori dell’arte si può apprezzare davvero quanto si dice dello Spirito: che soffia dove vuole e non si sa da dove viene e dove va (Giovanni, 3,8).

Lasciando così la definitiva valutazione di quest’opera alla critica, il ruolo e il significato delle chiese, e specialmente delle cattedrali, nel tempo dell’overtourism, resta un tema che deve ancora essere sufficientemente dibattuto per trovare adeguate soluzioni. Quanto a Gaudì – proprio in quanto venerabile, questa volta – chissà che cosa penserebbe nel vedere la sua chiesa incompiuta elevata a parco tematico, quand’anche di “interesse religioso”…

Immagine di copertina: la posa del braccio superiore della croce della Sagrada Familia (© Fundació Junta Constructora del Temple Expiatori de la Sagrada Família, Pep Daudé)

 

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Tag: , , , , , Last modified: 26 Febbraio 2026