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Scritto da: Professione e Formazione

Italia sempre più gerontocratica, neoarchitetti sempre più poveri

«Rispetto al Rapporto dell’anno passato, che restituiva un quadro occupazionale appena sfiorato dalla grave crisi mondiale, la situazione di quest’anno risulta assai più preoccupante». Inizia così la XII Indagine AlmaLaurea sullo stato occupazionale dei laureati. La disoccupazione cresce non solo fra i triennali (dal 16,5 al 22%) ma anche fra i magistrali (dal 14 al 21%) e fra i laureati dei corsi a ciclo unico (dal 9 al 15%). Per Architettura, la contrazione è complessivamente dell’8% e, se il deterioramento nei mercati del lavoro «fa lievitare disoccupazione e scoraggiamento tanto più consistenti nel Mezzogiorno e fra le donne», tra gli architetti il tasso di occupazione maschile supera quello femminile di 8 punti percentuali. I toni diventano quasi militanti quando la mera esposizione dei dati cede il passo a qualche riflessione critica: la situazione peggiora nonostante la contrazione demografica (i diciannovenni in Italia sono calati del 38% in 25 anni); «fra i 27 paesi dell’Unione europea, il finanziamento pubblico in istruzione superiore italiano è più elevato solo di quello bulgaro»; l’Italia ha destinato a ricerca e sviluppo «l’1,2% del Pil nel 2007, risultando così ultimo fra i paesi più avanzati»; i giovani hanno bisogno di sostegno in un paese «che li vede a rischio di visibilità, condizionati da gerontocrazie inamovibili».
Per il «gruppo Architettura» la tendenza negativa è più evidente se si effettua un confronto tra i numeri forniti dall’Indagine, soprattutto partendo dai laureati pre-riforma, lavorativamente più consolidati. A livello occupazionale, la situazione all’oggi sembra essere buona: si può parlare di piena occupazione (89,2%) a 5 anni, mentre a 3 lavora più dell’80% degli intervistati. Per la maggior parte di loro il lavoro è diventato autonomo, con meccanismi di accesso che spesso hanno portato a proseguire un’attività familiare già avviata (come evidenziato già nel 2008). Per essere trovato, il lavoro ha richiesto mediamente poco più di 2 mesi; è definito «stabile» (anche se legato allo svolgimento di un’attività autonoma) da oltre 7 laureati su 10 e si svolge prevalentemente negli ambiti della progettazione e costruzione di fabbricati e impianti e delle consulenze professionali. I guadagni mensili netti medi a 5 anni sono però leggermente sotto la media: solo 1.296 euro contro 1.328.
All’interno di un’università in crisi (con 3 riforme, la Nota 160 e un ulteriore disegno di legge in discussione in meno di 20 anni!), per il nuovo ordinamento i dati cambiano. Tra i laureati di I livello (classi 4, 7 e 42) lavora il 35,8% (comprensivo della quota di chi ha proseguito gli studi), in una situazione di contrazione dell’occupazione (l’incremento di chi ha ricercato lavoro è del 3%). Questi hanno visto la loro retribuzione diminuire ulteriormente, scesa sotto gli 800 euro al mese (contro i 1.020 di media dei neolaureati triennali di altri settori). I laureati biennali di II livello (classi 3s, 4s, 10s, 54s e 103s), dal loro canto, stanno scontando una situazione occupazionale non migliore, con un tasso sceso dell’8%. A un anno dalla laurea si dichiara occupato quasi il 70% degli intervistati (comunque superiore alla media di 56,7 di altre lauree), mentre circa il 20% è alla ricerca di un lavoro che, quando c’è, diventa presto autonomo o di collaborazione e consulenza (rispettivamente per il 27,1 e il 33,9% a un anno). Il lavoro permette di utilizzare le conoscenze acquisite durante gli studi (il 90% considera la laurea efficace rispetto all’attività svolta), ma soprattutto durante il biennio (1 laureato su 5, in crescita rispetto allo scorso anno, considera il titolo di II livello fondamentale). Invece, le lauree a ciclo unico permettono ancora a poco più del 60% dei neo dottori di trovare lavoro a un anno dalla fine degli studi (contro la media del 42% degli altri settori, comunque in calo rispetto alle rilevazioni del 2008), ma molte sono le differenze di genere, nelle percentuali occupazionali e nelle retribuzioni. Gli uomini sono infatti favoriti e registrano un differenziale di 14 punti rispetto alle donne. Per quanto riguarda la stabilità del lavoro, la maggioranza (65%), esercita a un anno dalla laurea una forma di lavoro autonomo o di consulenza e collaborazione, meno del 10% sono gli assunti a tempo indeterminato ma il 18% lavora senza contratto. Sempre basse le retribuzioni, poco al di sotto di 830 euro (contro una media di 1.113) e segnano divari consistenti – e in aumento – tra uomini e donne, le quali mediamente guadagnano il 13% in meno dei colleghi (883 euro contro 773). Non resta che aspirare ai 1.283 euro dei laureati pre-riforma.

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Last modified: 17 Luglio 2015