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Riflessioni per una riforma delle professioni

Il mondo delle professioni intellettuali si è molto evoluto in questi ultimi decenni e nuove forme di attività sono apparse accanto a versioni più tradizionali, anch’esse peraltro segnate da elementi innovativi. Un mondo sempre più complesso e articolato la cui funzione fondamentale è riconducibile a prestazioni di supporto, sostegno, valorizzazione dei sistemi economico e produttivo, sociale e culturale, …
Sono attività che, pur presentando una specifica e autonoma rilevanza sia economica che «industriale» concorrono in modo marcato all’efficienza del sistema generale. Esse sono generalmente caratterizzate dai seguenti requisiti:
• appartengono all’economia della conoscenza;
• offrono servizi alla persona, all’impresa, alla collettività;
• talvolta si collocano ai margini di attività più consolidate, costituendone una specifica articolazione;
• hanno scarso, se non nullo, accesso a politiche pubbliche per la formazione e l’aggiornamento professionale;
• non possono fruire di misure di sostegno allo sviluppo e all’innovazione;
• non derivano da una programmazione ragionevole della formazione universitaria e delle misure di formazione postuniversitaria necessarie per un esercizio professionale di qualità;
• la concorrenza è affidata a parametri inadatti a rappresentare il valore della prestazione professionale;
• sono spesso caratterizzate da forme «artigianali» di organizzazione del processo progettuale.
Tali attività professionali possono avere affinità con il settore produttivo e qualche volta del commercio, nel senso che esse si affacciano su tali mondi: ma sono incerti sia la definizione del confine entro il quale si manifesta la prestazione d’intelletto sia il limite da porre all’azione di carattere industriale o commerciale, affinché non venga snaturata l’essenza stessa delle attività professionali.
Non c’è in questo giudizio una preoccupazione corporativa, bensì un interesse più ampio di carattere sociale e collettivo derivante dall’esigenza di favorire e proteggere gli «investimenti» necessari che un sistema economico deve effettuare per la crescita delle buone pratiche che portano innovazione e sviluppo.
In Italia questa verità non appare scontata, e pur in presenza di periodici impegni a ovviare alla ridotta crescita della popolazione laureata nel nostro paese, a confronto del cosiddetto «mondo ad avanzato sviluppo», nessuna politica sembra effettivamente essere indirizzata a una valorizzazione selettiva della formazione, delle capacità, dello sviluppo dei talenti necessari al progresso tecnico, economico e culturale, anche attraverso una preventiva valutazione dei fabbisogni necessari di professionalità. L’incertezza con la quale si procede, la confusione che si genera nel riconoscimento delle idoneità e degli ambiti di attività, specialmente per le professioni tecniche, il riconoscimento per legge di nuove aree di competenza diventano fattori di arretratezza o, peggio, di ulteriore marginalità del nostro sistema professionale.
Introdurre elementi nuovi anche apparentemente condivisibili senza una riforma complessiva dell’ordinamento delle professioni non produce altro che nuovi problemi, che vanno ad aggiungersi ai vecchi.
In questi anni, per esempio, l’assegnare tout court ai professionisti la connotazione di «imprenditori», senza indagare a fondo e differenziare fra loro le professioni, separando la parte di attività prettamente di elaborazione intellettuale da quella più orientata od orientabile verso la produzione industriale, ha quasi sempre prodotto marginalizzazione di talenti innovativi senza ingenerare nuova qualità. Il danno indotto sulla collettività è tanto più alto quanto più stretto è il rapporto fra la capacità progettuale e la vita quotidiana dei cittadini (che si misura in salute, qualità della città, rispetto del territorio,…).
Vi sono alcuni obiettivi che devono essere prioritari, da porre a guida di una riforma complessiva delle professioni: primo fra tutti quello della formazione, universitaria da un lato e di aggiornamento durante l’esercizio professionale dall’altro. Ma esiste inoltre un’urgente esigenza di programmazione degli sbocchi sul mercato: ci servono più architetti o più geologi in Italia? Oggi diremmo più geologi, ma non sappiamo utilizzare neppure quelli che già ci sono perché i decisori non li considerano e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Se la programmazione è il primo passo, occorre poi una realistica definizione di chiari percorsi formativi che siano coerenti non solo con le direttive europee ma anche con la peculiare situazione italiana, all’interno della quale il nostro «3+2» si è rivelato inutile e privo di riconoscimento. I nuovi percorsi formativi devono inoltre determinare anche un riallineamento razionale – e non in sanatoria – delle competenze professionali. Si aggiunga inoltre la regolamentazione della formazione continua, obbligatoria e riconosciuta, come elemento di qualificazione, aggiornamento e concorrenza; cosicché diventi alternativa a parametri puramente economici di concorrenza.  Altrettanto importanti sono la promozione e il supporto alle aggregazioni interdisciplinari per far fronte alla complessità dei problemi, mantenendo alto il valore della prestazione intellettuale in una organizzazione materiale che ne renda più efficace l’operato senza confondere la peculiarità dei diversi apporti.
Infine va riproposto, riformato, il sistema della rappresentanza istituzionale in Ordini e Collegi, che negli anni si sono trasformati e forniscono servizi e formazione agli iscritti, vigilanza sull’operare dei professionisti, e sono diventati strumenti di diffusione e promozione culturale, pur nel rispetto dei vincoli stabiliti dalla legge per il loro compito. Una riforma globale, insomma, che deve intervenire a sostegno e riconoscimento della capacità di autoregolazione innovativa attuata dagli Ordini e Collegi, valorizzandone funzioni e sottolineandone la rilevanza per l’interesse pubblico. Obiettivi urgenti, che presuppongono una discussione sempre rinviata e per questo ancor più difficile, ma necessaria se si vuole davvero programmare uno sviluppo e dare un futuro a un settore strategico come quello delle professioni.

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Last modified: 17 Luglio 2015