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Per la ca(u)sa dell’architettura

Con l’adozione di un Piano Urbanistico Attuativo di iniziativa pubblica per il centro storico, il Comune di Forlì, nell’aprile del 2009, ha «programmato» la demolizione della piazza Guido da Montefeltro e del sottostante parcheggio progettati negli anni ‘80 da Maurizio Sacripanti dopo aver vinto nel 1977 un concorso internazionale per la progettazione del teatro comunale, di cui la piazza e il parcheggio sono parte integrante.
A fronte di questa scelta dell’Amministrazione comunale, l’Ordine degli architetti di Roma e Provincia ha deciso, il 30 dicembre 2009, di diffondere un appello per la salvaguardia e la tutela della piazza che, nel giro di 15 giorni, ha raccolto oltre 300 firme di professionisti, docenti e studenti delle scuole di architettura.
Il 16 gennaio, nel corso di una conferenza stampa svoltasi nei pressi della piazza, cui ha fatto seguito un sopralluogo collettivo all’area, sono state esposte con maggiore chiarezza le ragioni dell’appello. Il giorno seguente, il sindaco della città, esprimendosi in merito all’iniziativa, si è dichiarato disponibile a un confronto, aprendo a una riflessione con gli estensori dell’appello per la riqualificazione di questo ambito della città di Forlì.
Quello che segue è un resoconto più dettagliato della vicenda.
Sono un architetto e non un giornalista, ma cercherò di narrare questa vicenda nella maniera più oggettiva possibile. Nel dicembre del 2007 ricevo una nota da Giampaolo Bassetti nella quale leggo della possibilità, sempre più concreta, che la Piazza Guido da Montefeltro, opera di Maurizio Sacripanti nel centro storico della sua città, a Forlì, possa essere demolita. Scrivo un articolo.
Bassetti è uno dei 65 architetti forlivesi, «…né noti, né illustri…» come si autodefiniscono, che nel 1986 firma sul «Resto del Carlino» una lettera aperta indirizzata al Presidente della Regione. Gli chiedono di moltiplicare il suo impegno per la realizzazione del progetto di Maurizio Sacripanti per il Teatro di Forlì, vincitore di un concorso internazionale di progettazione. Al progetto avevano dato già sostegno i più noti e illustri Carlo Aymonino e Aldo Rossi.
Segue, poco dopo, un appello degli ingegneri forlivesi per i quali «…il silenzio acquista il peso di un tradimento che può essere celato a tutto e a tutti, ma non alla propria coscienza». Queste prese di posizione non sfuggono a Bruno Zevi che, qualificandole come «evento senza precedenti», le testimonia sulle pagine de «L’Espresso» in un articolo dall’evocativo titolo «Quando parcheggiare diventa uno spettacolo», nel quale celebra il significato e il valore di quest’opera.
Il sindaco di allora, infatti, decide di partire comunque. Si fermerà alla realizzazione della piazza antistante il Convento di San Domenico (nel cuore del quale si inseriva la macchina scenica del teatro) e del sottostante parcheggio, «un vero parcheggio – come lo definisce Zevi lodando l’iniziativa del Comune – in un disegno concepito esplicitamente per l’auto e per l’uomo che la usa».
La vicenda arriva in parlamento nel 1989. La richiesta di alcuni deputati affinché il Ministero dei beni culturali conceda alla città i fondi stanziati per la realizzazione del Teatro, cade nel vuoto.
Seguono oltre dieci anni di relativo silenzio.
Poi, nel 2002, l’Amministrazione di Forlì indice un concorso di idee. Una scelta legittima per risolvere il tema di un invaso urbano chiaramente incompleto, a causa della mancata realizzazione dell’organismo del teatro. Il bando del concorso contempla, tra le righe, la possibilità di demolire l’opera di Sacripanti.
Il progetto del gruppo vincitore, guidato dall’architetto Alessandro Bucci di Faenza, prevede, invece, di conservare l’opera di Sacripanti, proponendo un intervento di naturalizzazione dell’intera area.
Nel 2006, allora, la virtuosa Amministrazione comunale di Forlì, dopo aver recepito l’esito del Concorso, decide di nominare «…un apposito gruppo di lavoro interno, affiancato da due consulenti esterni, che, utilizzando anche le idee e i contributi emersi dal concorso, si incarichi di redigere un progetto di riqualificazione dell’area».
Al gruppo di lavoro, su iniziativa della Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì-Cesena, preziosa locataria del Complesso del San Domenico, di proprietà Comunale, viene affiancata la società Sinloc S.p.a. di Padova, con «l’incarico di redigere uno studio di fattibilità per approfondire gli aspetti economici-finanziari e procedurali dell’operazione».
L’esito è molto articolato, si parla di possibile riproposizione dei giardini degli antichi orti conventuali, di parcheggi interrati, di costruzione nell’area di un edificio a destinazione terziaria, di possibile uso di capitali privati.
Una sola cosa è certa e quantomeno singolare nel programma: la demolizione della piazza parcheggio di Maurizio Sacripanti! In barba agli esiti del concorso.
Quanto descritto e quanto testualmente citato è riportato nella delibera di adozione del Piano Urbanistico Attuativo di iniziativa pubblica del 20 aprile 2009 relativo al comparto ru5/Piazza Guido da Montefeltro.
Il giorno seguente un gruppo di Verdi, emulando le gesta di uno dei maggiori responsabili del ventennio più drammatico del Novecento nel nostro paese, si lascia fotografare dalla stampa con i picconi in mano sulla piazza Guido da Montefeltro.
L’architetto Bassetti mi scrive ancora. Attendo qualche mese. Nel frattempo sono eletto Consigliere dell’Ordine degli Architetti di Roma. A fine dicembre parlo con il Presidente e decidiamo di pubblicare la lettera, avviando contestualmente una richiesta di firme a sostegno. Quella di Amedeo Schiattarella, Presidente dell’Ordine, è la prima firma, la mia è la seconda. Nell’arco di poco più di due settimane, nonostante le festività e i ponti natalizi, le firme superano ampiamente il numero di trecento.
Alle firme dei docenti della facoltà di Valle Giulia (presso la quale insegno e che divulga l’appello) – mi preme citare quella di Franco Purini legato a Sacripanti negli anni della formazione – seguono le firme di docenti di altre università italiane. L’appello è sottoscritto da istituzioni come la Fondazione Zevi, l’inarch, da numerosi professionisti tra cui Massimiliano Fuksas. Ma soprattutto, evento assai gratificante, è firmato da tanti studenti delle facoltà di architettura, alla sensibilità dei quali sarà affidato il futuro delle nostre città. Si aggiunge la firma del Presidente dell’Ordine degli Architetti di Forlì. Un giovane architetto cesenate, Filippo Tasselli, crea un gruppo «pro-parcheggio» su facebook che raccoglie in pochi giorni oltre 250 iscritti.
Il 16 gennaio, su invito dell’architetto Bassetti, sono a Forlì per spiegare con maggiore chiarezza, in una conferenza stampa, le ragioni dell’appello. L’evento si conclude con un sopralluogo nella piazza, alla presenza di cittadini e giornalisti. I politici invitati si scusano ma non riescono a venire per precedenti impegni assunti. Il giorno seguente, sulla stampa locale e nazionale, l’evento ha un importante risalto. Il sindaco, intervistato, dichiara di «essere molto favorevole alla volontà di confronto» e che questa iniziativa può «…diventare oggetto di riflessione alta sulla città».
Ho cercato di attenermi ai fatti, chiudo con alcune considerazioni nel merito di alcuni commenti rilasciati da esponenti politici forlivesi, che hanno vissuto come una indesiderata intrusione nelle loro vicende la pubblicazione dell’appello.
Roma e Forlì non sono poi così distanti. Fanno parte dello stesso paese.
Ogni architetto è consapevole di come le risorse economiche a disposizione delle Amministrazioni comunali diventino sempre più esigue al punto tale che l’uso di capitali privati, la cosiddetta finanza di progetto, si configuri come passaggio ineludibile per l’attuazione dei programmi pubblici.
Ma l’uso di capitali privati è tanto più auspicabile quanto più tutte le parti ne traggono un equo profitto; il privato sotto il profilo economico, le Amministrazioni sotto il profilo della qualità del bene pubblico.
Se, nel caso specifico, la città di Forlì ha deciso di perdere, nella sua interezza, un’opera che appartiene alla storia dell’architettura contemporanea del nostro paese, resta in piedi solo l’interesse del privato.
Forse è giunto il momento che il nostro paese torni a considerare il valore del giudizio della storia, in questo caso della storia dell’architettura contemporanea; la storia scritta da persone il cui sapere e il cui pensiero sono riconosciuti da una vastissima comunità scientifica internazionale. Forse è il momento di sospendere i processi sommari e capire che un’opera di architettura, se di dichiarata qualità, può essere riletta, attualizzata, integrata. È la differenza che passa tra un’operazione culturale e un’operazione di elementare, e dannosa, semplificazione.
L’Amministrazione di Forlì è legittimata ad agire in totale autonomia; forse, dopo questo appello, lo farà con maggiore consapevolezza delle proprie responsabilità civili e culturali.
Il fatto che a oggi non siano stati ancora reperiti i fondi per attuare il programma ci conforta solo nell’imminente. Resta lo sconforto per la chiara scelta di una pubblica amministrazione di demolire aprioristicamente un’architettura altamente rappresentativa del panorama culturale del dopoguerra o peggio ancora – come ho letto su alcuni giornali – di affidarne il destino a un referendum, sottraendosi alle responsabilità per la quale è stata democraticamente eletta. Spero di essere smentito.
Siamo convinti che la sensibilità di storico del sindaco Balzani, docente e preside della Facoltà di conservazione dei beni cultuali, potrà evitare la perdita di una parte preziosa del patrimonio della storia dell’architettura contemporanea. Lo ringraziamo pubblicamente per il suo gesto di apertura al dibattito. La ricerca del confronto, da parte dei promotori e dei firmatari dell’appello, andrà avanti. Ce la stiamo mettendo tutta. L’epilogo annunciato di questa vicenda, per fortuna, non è stato ancora scritto.

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Last modified: 17 Luglio 2015