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Una città tutta per i libri

L’idea di una città di libri evoca un’immagine fantastica: torri di volumi barcollanti, vicoletti formati da canyon e pile di polverosi tomi rilegati, viali simmetrici tra scaffali carichi. Come quelle pensate da Italo Calvino o Jorge Luis Borges, richiama alla mente una città di saggezza e sorprese, di storie, significato, sapere e lingue infiniti. Non evoca invece un complesso industriale delimitato da un’autostrada e dal perimetro ben sorvegliato di un’area smilitarizzata. Eppure, a suo modo, la sudcoreana Paju Book City riconcilia questi estremi in un’impresa architettonica tra le più insolite e straordinarie.
Costruita su un terreno paludoso, le ex pianure alluvionali e risaie trenta km a nord-ovest di Seoul, Paju Book City è il tentativo di creare un’ambiziosa new town basata esclusivamente sull’editoria. Leggeremo anche i necrologi del libro e della parola stampata quasi ogni giorno, ma questa notizia non ha raggiunto Paju. I progetti della città del libro sono stati proposti per la prima volta nel 1989, quando il paese stava uscendo da un periodo di repressione politica. Dopo anni di attività clandestina e di censura, l’editoria aveva ripreso slancio e dignità, e dopo la liberalizzazione del regime, nel 1987, è rinata con un’esplosione di piccole case editrici spesso a conduzione familiare. I loro libri ben curati hanno cercato di suscitare nel paese un rinnovato interesse per la storia e la cultura, che per l’arco di tempo a cavallo tra il dominio coloniale giapponese, una brutale guerra civile e la dittatura militare sono state distorte, manipolate e smarrite. Il progetto è stato, almeno in parte, una reazione al rapace rinnovamento urbanistico di Seoul, alla perdita del tessuto storico della città e alla sua rapida immersione nella cultura della grandezza e della congestione. Il fatto che sia stata ribattezzata «Città per il recupero dell’umanità perduta» la dice lunga sulle intenzioni dei creatori.
Il progetto è stato avviato dall’editore Yi Ki-Ung, le cui ambizioni prevedevano la creazione di una città dei libri che sarebbe anche diventata una specie di museo dell’architettura: Paju vanta infatti edifici di alcuni dei migliori architetti che lavorano in tutto il mondo. Il piano generale di un milione e mezzo di metri quadri e le strutture più raffinate del sito sono opera del noto studio londinese Architectural Research Unit (Aru), diretto da Florian Beigel e Philip Christou.
Gli autori volevano creare quella che definiscono, in modo affascinante, «palude urbana», un’idea paradossale che permettesse loro di inserire la nuova città nel paesaggio, di costruire qualcosa che fosse legato al suo contesto piuttosto che un nonluogo di periferia. Il contesto è magnifico, a modo suo addirittura epico – il fiume Han, lo sfondo montuoso – ma è tagliato fuori dall’autostrada sopraelevata, che funge anche da diga. Così la città è su due livelli: uno inferiore e più fitto, che ospita l’attività vera e propria, e uno superiore e più libero, che Beigel chiama poeticamente «gli strati che appartengono all’orizzonte». Qui una serie di padiglioni, spazi pubblici ed edifici realizzati al di sopra delle più grandi strutture sottostanti si affaccia sulle strade e sul panorama più oltre.
Il piano regolatore segue i contorni e le linee del paesaggio, con una via principale che si snoda al suo interno come un fiume e una serie di stradine più serrate che creano una fitta rete di piccole case editrici, tipografie, distributori e così via. Ci sono anche edifici assai ambiziosi. Quasi pronto è il Museo della Mimesi, una delle più sensazionali strutture recenti dell’architetto portoghese Alvaro Siza, le cui pareti in puro calcestruzzo si curvano al vento come pagine di un libro avvolgendo la corte scultorea che ne è al cuore. SANAA, lo studio d’architettura giapponese del Serpentine Pavilion di Londra, realizzato quest’anno, ha disegnato una scatola sobria, sede di una casa editrice di straordinaria e austera eleganza. Lo studio londinese Foreign Office Architects ha costruito una magnifica casa editrice teatrale che si affaccia sulla strada simile a una scheggia modernista, dalla facciata in vetro delicatamente corrugata che rivela lati dal sapore quasi nautico, rivestiti di legno laddove si affacciano sul giardino. In costruzione ci sono gli ambiziosi edifici esotici di Yung Ho Chang, Xaveer de Geyter, Stan Allen e alcune strutture di architetti coreani che lascerebbero di stucco in qualunque capitale, a maggior ragione in un sito industriale alla periferia di Seoul, specie quelle di Moogyu Choi e un audace pezzo espressionista in cemento di Kim Jun-sung e Hallim Suh.
Al centro della città c’è un enorme complesso culturale progettato da Kim Byung-yoon, con albergo (dove, mi è stato detto, non ci sono TV), ristoranti, auditorium e, sul tetto, un regno sopraelevato di panchine, negozi, biblioteche e gallerie che si affacciano sulle vivaci acque del fiume e sul monte Simhak.
Gli edifici più belli del sito, però, sono dello stesso studio Aru (e del partner locale Jong-Hoon Choi). Il primo è per la casa editrice Youl Hwa Dang di Yi Ki-Ung, una struttura enigmatica a forma di U intorno a una piccola corte. Sembra un vivido pittogramma, con la facciata scura che dà sulla strada, ma con «pareti di luce» sulla corte, membrane traslucide che richiamano i pannelli di carta delle case tradizionali. Un ampliamento con libreria e caffè offre un intrigante contrasto con gli edifici originali, conservando i ricordi più impercettibili dell’architettura classica europea nei dettagli decorativi, nel portico e così via. Questo tradizionalismo è stato concepito come una mite provocazione al modernismo estremo circostante e funziona con una chiarezza sconcertante.
L’altra struttura dell’ARU, altrettanto affascinante, è per la casa editrice Positive Thinking. Progettata con uffici in scala domestica e divisa in due unità che creano tra loro un’intima piazza pubblica, è realizzata con il tradizionale mattone coreano grigio scuro in una cornice d’acciaio. Il risultato è un ibrido di archetipi orientali ed europei profondamente radicati. Ha qualcosa della casa di Ludwig Wittgenstein a Vienna e qualcosa delle case di ringhiera di Pechino, una specie di lingua architettonica eurasiatica che, in modo quasi sorprendente, riesce a essere sia tradizionalista sia alla mercé del modernismo estremo di Mies van der Rohe. Dentro le sorprese continuano. Il soffitto è un paesaggio urbano capovolto, con i blocchi di lanterne di carta che interrompono lo spazio dall’alto.
La scala domestica è magnifica: si tratta di veri e propri uffici, niente lastre di vetro, niente open space, ma una serie di stanze a misura d’uomo, terrazze e luce naturale. Se a Paju c’è un problema è che, come in tutte le città nuove, regna una sorta di quiete, una mancanza di reale densità complicata da questioni di azzonamento: in un’area industriale, costruire abitazioni è difficile ma senza non si può creare una vera città. Malgrado ciò, si cominciano lentamente a costruire alloggi e ci sono le prime manifestazioni dell’attività urbana e commerciale che rappresenta la nascita di un luogo reale.
Non è eccessivo dire che questo è uno dei complessi culturali e architettonici più straordinari e misconosciuti al mondo. L’idea che oggi una città sia dedicata esclusivamente alla stampa, e che un sito industriale possa essere meta di pellegrinaggio architettonico, non potrebbe essere più consolante e incoraggiante per chiunque tragga piacere da quelle vecchissime tecnologie dell’informazione che sono i libri e gli edifici.

A city dedicated to books and print, in The Financial Times, 12 agosto 2009

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Last modified: 17 Luglio 2015