Inghilterra, la crisi del social housing ai tempi della Brexit

by • 31 ottobre 2017 • Città e Territorio, Mosaico4983

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Dalla demolizione dei Robin Hood Gardens alle new town, fallimenti e speranze ai tempi della più grande emergenza casa dal dopoguerra

 

Le crepe del Brutalismo

Nonostante l’accorata mobilitazione di architetti come Richard Rogers e Toyo Ito, ad agosto è iniziata a Londra la demolizione dei Robin Hood Gardens, l’unico complesso residenziale realizzato da Alison e Peter Smithson, autori della iconica Hunstanton School a Norfolk e maestri indiscussi del Brutalismo inglese. La demolizione riaccende il dibattito che infiamma architetti e decision makers inglesi fin dagli anni settanta, quando i Robin Hood Gardens (1972) e le altre opere del Brutalismo hanno diviso l’opinione pubblica tra gli ostili, la maggioranza, e gli estimatori, soprattutto architetti. Il Royal Institute of British Architect (RIBA) ha perfino steso un codice per definire i parametri del Brutalismo, e sostiene la posizione degli architetti che considerano le massive geometrie in cemento degli Smithson e degli altri brutalisti, tra cui Ernö Goldfinger (Balfron Tower, 1966), e Denys Lasdun (National Theatre, 1976), come la massima espressione architettonica inglese in opposizione al formalismo degli anni trenta e quaranta.

Eppure, con poche eccezioni, tra cui il Barbican di Chamberlin, Powell and Bon (1959), molti sono gli edifici brutalisti nel mirino dei developer inglesi, spesso sostenuti dalla gente comune, alla ricerca spasmodica di nuove aree da edificare. Infatti anche le 214 unità dei Robin Hood Gardens verranno sostituite da 1.575 nuove case, progettate da Haworth Tompkins, Metropolitan Workshop e CF Møller.

In realtà, sullo sfondo di questa vicenda si delinea una situazione politica e sociale le cui criticità vanno ben oltre la semplice questione (così come viene descritta dalle riviste di architettura alla moda) della tutela dei beni architettonici o di una differente percezione dei valori estetici dell’architettura. L’Inghilterra è oggi nel pieno di una delle più grandi emergenze abitative di sempre, mentre il sistema del social housing (edilizia sovvenzionata), accidentalmente consolidatosi proprio negli anni del Brutalismo, ha mostrato le sue crepe.

Gli annunci di Theresa May

Non a caso il 3 ottobre il primo ministro inglese, Theresa May, ha annunciato che la sua principale “missione” non sarà l’attuazione della Brexit, bensì quella di risolvere il problema della crisi dell’abitazione. Nel più importante annuncio della conferenza annuale Tories, i conservatori inglesi, May ha perciò promesso un impegno costante nella realizzazione di edilizia economica a vantaggio delle future generazioni: 2 miliardi di sterline destinati esclusivamente al cosiddetto affordable housing.

Anzichè calmare gli animi, l’annuncio ha destato polemica perchè, paradossalmente, è emerso rapidamente che l’iniezione di denaro pubblico potrebbe consentire la costruzione soltanto di 25.000 nuove unità abitative nei prossimi cinque anni. Mentre sono più di un milione le famiglie in attesa di una casa da parte delle autorità locali. La prima ministra ha quindi dovuto correggere il tiro ed annunciare che i nuovi investimenti sono solo una parte di una strategia ben più vasta. Nuovi terreni, di proprietà dello Stato, verranno infatti resi disponibili per le nuove edificazioni al fine di coprire la carenza di residenze al di sotto della soglia media di mercato, quella in cui la crisi abitativa è ormai cronica. La questione è soprattutto sociale, dato che non sono mancati negli ultimi decenni gli investimenti nell’edilizia inglese di lusso e per la media borghesia. Quello che manca, invece, diversamente da quanto accadeva fino a trent’anni fa, sono le residenze accessibili alla working class.

In questo contesto politico non sono solo a rischio le architetture del Brutalismo, la cui demolizione al massimo viene vista come un male minore. Infatti, sono in molti a voler “smantellare”, per esempio, l’inviolabilità delle green belt, un altro caposaldo dell’architettura britannica, pur di trovare nuovi spazi da edificare.

Nella contestazione verso il numero dieci di Downing street, oltre a quelle degli strati sociali meno protetti, si sono aggiunte in questi anni le voci delle amministrazioni locali e delle associazioni di architetti, che non vedono, da parte del governo, un vero impegno nel disegnare una strategia a medio e lungo termine che da anni reclamano. Insomma, l’annuncio di May è visto come un atto populistico mirato al consenso, e dunque al voto, per fermare l’ascesa dei laburisti di Jeremy Corbyn, il paladino della sinistra inglese, che fanno del social housing uno degli assi portanti della loro politica. L’affordable housing è quindi giornalmente al centro di ogni discussione sui media. Ne consegue anche l’enfasi su questi temi nei programmi d’insegnamento universitario in architettura, tradizionalmente orientati alla pratica professionale in Inghilterra, su cui il RIBA esercita una notevole influenza.

 

Le new towns e il caso di Portsmouth

La pressione sociale e culturale è inoltre particolarmente forte nelle città ad alta densità abitativa, soprattutto sulla costa meridionale. Tra esse spicca Portsmouth che, con i suoi duecentomila abitanti concentrati su un’isola di poche miglia quadrate, è diventata un caso di studio. Infatti, la città della Royal Navy presenta la più alta densità abitativa nel Regno Unito. L’impossibilità di dare una risposta convenzionale alla domanda di abitazioni ha collocato la locale Università in una posizione di leadership nella ricerca sul social housing e sullo sviluppo urbano sostenibile. Non a caso qui è stato fondato il Cluster internazionale sulle città sostenibili, fondato e diretto da Steffen Lehmann, che sul tema ha appena pubblicato un manifesto nazionale per la rigenerazione delle città inglesi.

Un altro fatto ha riacceso i riflettori su Portsmouth a seguito della polemica sulla demolizione dei Robin Hood Gardens. Qui infatti si era celebrata nel 2004 la clamorosa demolizione del Tricorn Centre, il complesso progettato da Owen Luder e Rodney Gordon. Il Tricorn, considerato il più grande edificio brutalista, un esempio insostituibile, secondo l’unanime parere della critica architettonica, era anche risultato, secondo la BBC, l’edificio più odiato di Inghilterra. Sulla vicenda era intervenuto anche il principe Carlo che lo aveva bollato come «un mucchio di muffa di elefanti». Anche in questo caso, l’obiettivo era tuttavia quello di liberare spazi all’interno di città ormai incapaci di rispondere positivamente alla domanda di residenza; questione ulteriormente complicata dalla tradizionale aspirazione dei cittadini alla town house, la caratteristica tipologia abitativa a due/tre piani, con bow window e backyard. Le famose street in the sky dei Robin Hood Gardens erano infatti un tentativo, in gran parte fallito, di avvicinare l’unità tipologica ad appartamento a quella della town house.

Sul british dream della town house si fondano anche le nuove dieci new town inglesi, un’altra delle strategie urbane inglesi che ritornano di moda in tempo di crisi. Ma anche su questo non sono mancate le polemiche, visto che il tentativo di rinfocolare il mito della garden city si scontra oggi con le aspirazioni ambientaliste di una sempre maggiore fetta della popolazione. Il caso di Welborne, una delle dieci new town, sempre alle porte di Portsmouth, è emblematico: da una parte si disegna un piano per accogliere 15mila abitanti che dovrebbero assorbire l’urto della domanda in crescita, dall’altra lo si fa senza investire in innovazione e intervenendo in un cosiddetto greenfield, un terreno cioè che avrebbe potuto essere destinato ad attività agricole-produttive.

La crisi dell’edilizia si sta tuttavia rivelando anche un’opportunità professionale per gli architetti neolaureati che, per esempio a Portsmouth, superano la cifra record del 94% di impiegati a sei mesi dalla laurea. Essi sono in larghissima maggioranza occupati nel settore residenziale, che, come evidente, nei prossimi anni crescerà ulteriormente. Tuttavia, al centro dell’insegnamento vi è la consapevolezza di non voler alimentare false speranze (ciò di cui si accusa invece il Governo). Dato che la programmazione è uno strumento essenziale in tale contesto, l’educazione viene considerata oggi un settore strategico. La crisi si supera infatti solo con una programmazione coerente e credibile, che risponda alle vere esigenze della comunità. Come il caso dei Robin Hood Gardens ha dimostrato, anche le grandi idee degli architetti rischiano di essere azzerate senza un opportuno piano di manutenzione (e soprattutto senza finanziamenti pubblici mirati). E i Gardens, già a pochi anni dalla costruzione, mostravano tutti i segni del degrado. Su questo punto, il motto no continuity, no community trova allineati gli uffici tecnici, gli architetti e i docenti universitari.


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