L’Aquila otto anni dopo: architettura interrotta, città in bilico

by • 26 aprile 2017 • Mosaico, Patrimonio5160

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Il punto sulla ricostruzione del centro storico dell’Aquila: accanto agli edifici monumentali accuratamente restaurati, si va rivelando una nuova città dai colori scintillanti e dai tratti imbarazzanti

 

L’AQUILA. Anche quest’anno l’anniversario del sisma (il 6 aprile 2009 la scossa principale), è stato l’occasione per fare il punto sulla ricostruzione. I due uffici, l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dell’Aquila (USRA) e l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere (USRC), incaricati di istruire l’iter burocratico dei progetti e valutarne la congruità economica, hanno fornito i dati della loro attività.

I numeri sulla ricostruzione pubblica e privata non sono facilmente confrontabili ma dal rapporto emerge la difficoltà di quella pubblica che procede molto lentamente: per essa mancano, a differenza di quella privata, “riferimenti alle ditte appaltatrici, tecnici e relativi costi”, come si legge sul sito dell’USRA dove si richiama “la necessità di rendere più leggibili e trasparenti i processi”. Un caso eclatante è quello dell’edilizia scolastica affidata al piano “Scuole d’Abruzzo. Il futuro in sicurezza” della Regione: i finanziamenti sono stati assorbiti principalmente dai comuni del cratere, così l’Aquila ad oggi non ha neppure una nuova scuola. Gli istituti scolastici sono ospitati in strutture non idonee o nei moduli provvisori che, a distanza di 8 anni, richiedono costosi interventi manutentivi.

Ma, al di là degli aspetti quantitativi, è oggi possibile leggere le prime tracce della nuova città che man mano vengono rivelate dallo smantellamento dei cantieri. Le cronache raccontano una ricostruzione che procede senza una linea guida come una somma di interventi spesso incoerenti, come dimostra la vicenda del tunnel dei sottoservizi che, messo in cantiere dopo ben sei anni, va ora ad interferire con edifici già ristrutturati o cantieri aperti rischiando di produrre solo ulteriori ritardi e molti problemi.

Accanto ai molti edifici monumentali protetti e accuratamente restaurati sotto la supervisione della Soprintendenza, si va rivelando una nuova città dai colori scintillanti e dai tratti imbarazzanti. Percorrendo i vicoli di quello che era uno dei più vasti e conservati tra i centri storici italiani, si scoprono invadenti intonaci “a cappotto” che ingoiano le storiche modanature e cornici in pietra, disordinati fasci di tubi a vista, pietre angolari posticce che si sbriciolano al minimo urto, curiose targhe “rinascimentali” per i numeri civici, casuali scassi nelle murature per l’alloggiamento dei contatori, pietre impropriamente lasciate in vista sui cantonali, incoerenti ritagli nell’intonaco che mostrano acriticamente tracce di archi o portali, intrecci di discendenti, improbabili colori estranei all’architettura storica. E, dietro le impalcature, si può apprezzare l’applicazione diffusissima (seppur qualificata “invasiva” dalle norme del MIBAC acquisite dal Piano di ricostruzione!) di reti per il rinforzo delle murature.

Insomma appare evidente che il Piano di ricostruzione, varato solo nel 2012, non è in grado di orientare le scelte progettuali attraverso indicazioni operative. D’altra parte il Piano rimanda al PRG del lontano 1975 che prevedeva, per esempio, in centro storico solo interventi di restauro conservativo ma nelle more di piani di recupero mai elaborati! Così, l’adeguamento normativo ha preso il posto del progetto di architettura che è stato evidentemente considerato, sia per l’edilizia storica che per le nuove costruzioni, solo un inutile intralcio all’affare che l’edilizia della ricostruzione poteva rappresentare (come ci raccontano il mare di euro che inonda la città e, parallelamente, la ricca cronaca giudiziaria).

Al pedissequo adeguamento normativo si è accompagnato poi lo sciagurato slogan “dov’era com’era”: sbalordisce la disinvoltura con cui sono state manomesse le proporzioni geometriche dell’impaginato di facciata di un edificio degli anni quaranta col classico rivestimento di travertino (l’ex Inail), come preoccupa l’applicazione acritica dello slogan (“com’era” con tutte le alterazioni aggiunte negli anni) al ripristino di uno degli accessi al centro cittadino (dalla Fontana luminosa), alla riedificazione di via Sallustio dove si è rinunciato a riprogettare un intero brano di città, o ancora all’intervento su uno degli edifici più interessanti degli anni trenta, l’ex colonia montana di Roio ora sede della Facoltà di Ingegneria dalla sorte ancora incerta.

All’Aquila si è quindi istituzionalizzata l’inutilità del progetto di architettura, inteso come strumento per l’elaborazione di soluzioni alternative o “equivalenti”, originali e adeguate al singolo caso. L’attività dei progettisti è piuttosto rivolta, oltre che alla produzione di un abnorme numero di schede ed elaborati, all’individuazione delle opzioni che possono assicurare vantaggi economici, come per esempio la scelta dei coppi per i manti di copertura anche per le parti ricostruite!

La ricostruzione non ha avuto come obiettivo la qualità architettonica, né per l’edilizia storica né per i nuovi inserimenti, come testimonia la scelta di evitare concorsi di idee o di progettazione. Tuttavia, si è forse sottovalutata la conseguenza di questa scelta: la perdita di qualità architettonica coincide con la perdita di quella identità che solo il rispetto e la conservazione del carattere dei luoghi può assicurare.

Si è rinunciato, mancando un’occasione unica, a trasformare la città in un interessante laboratorio progettuale prima, e in un cantiere pilota poi, in cui sperimentare le idee dei maestri – Scarpa, Albini, Venezia, Latina – sul tema dell’intervento nel contesto storico. E già appare con triste evidenza quale sarà il risultato dell’assenza di un’idea organica di città, di un piano per le parti e per gli spazi pubblici, di un progetto per i singoli edifici, storici o moderni: una somma incoerente di edifici che non è una città.


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