Landscape Of[f] Limits: i confini per la costruzione di un nuovo paesaggio

by • 7 Settembre 2020 • Città e Territorio, Professione e Formazione815

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La summer school del Master in Sustainable Architecture and Landscape Design del Politecnico di Milano, di cui il Giornale è media partner, ridisegna Piacenza partendo dal suo rapporto con l’acqua. Intervista a Sara Protasoni

 

«In questi periodi soprattutto dobbiamo sviluppare le capacità di guardare oltre i limiti consolidati. Che si parli di progetto alla scala del paesaggio o di modalità di fare didattica, la differenza è relativamente piccola: integrazioni e contaminazioni sono i soli fattori che ci permettono di costruire un futuro diverso». Così Sara Protasoni, architetta paesaggista che coordina il Master in Sustainable Architecture and Landscape Design del Politecnico di Milano, introduce il workshop di progettazione “Landscape Of[f] Limits”, con il quale in questi giorni è ripreso il semestre accademico.

 

Professoressa Protasoni, ci spiega meglio di che cosa tratta la summer school?

È una scommessa e una sfida. Il nostro Campus di Piacenza è stato colpito duramente dalla pandemia, per quasi 6 mesi i padiglioni sono rimasti deserti. Ricostruire il senso della partecipazione è forse ancora più urgente rispetto a tutto il resto. Soprattutto per una comunità internazionale, composta da studenti e professori che vengono dai 5 continenti. E che oggi, grazie a questa strana virtualità, fanno progetti a distanza, costruendo una geografia particolare. Strana e affascinante.

 

Con il rischio che si perda il contatto con il luogo.

Innegabile che questo rischio esista, dobbiamo innovarci per ritrovare forme nuove di interazione tra locale e globale. Nel nostro workshop avremmo potuto lavorare su Shanghai o su Chicago, tanto per citare due luoghi in cui si trovano fisicamente i nostri studenti. Invece abbiamo deciso di “restare” a Piacenza, di affrontare il delicato e attualissimo tema di una media città che, pur essendo a poche centinaia di metri dalle acque del più grande fiume italiano, ha nei decenni negato un rapporto identitario. Ma questo non significa chiudersi. Progettare oggi questi spazi vuol dire essere al centro di una riflessione che tutto il mondo occidentale deve affrontare.

 

In che senso?

Le fasce di territorio tra le aree dense della città e le sponde fluviali sono luoghi della complessità e dei contrasti, una densa sequenza di limiti: la cinta muraria, la ferrovia, l’autostrada, i perimetri delle aree produttive, le divisioni dei campi agricoli, l’argine maestro del Po. Sono questi limiti che danno forma allo spazio, ripensarli è l’unico modo per costruire un nuovo paesaggio. Che non sia il punto di arrivo ma di partenza per una rinnovata sensibilità.

 

Un ragionamento che coinvolge la discussione sui luoghi della post-pandemia.

Anche, ma non solo. Mi piace pensare che innanzitutto dobbiamo focalizzarci sul valore eco-sistemico: un fiume, quel fiume, è natura, biodiversità, protezione. Tutelarne e valorizzarne le acque e gli habitat non è una questione soltanto etica, è interesse di ognuno di noi. Poi, certamente, c’è una ritrovata consapevolezza del ruolo di spazio collettivo dimenticato negli anni. Se c’è una pista ciclabile fruibile, dei punti panoramici, delle piccole attrezzature per il tempo libero, questi paesaggi possono diventare i parchi estesi delle nostre città. Gareth Doherty, tra i relatori che ci stanno accompagnando in questo percorso, ci ha mostrato che senza immaginare il futuro è impossibile disegnare nuovi spazi. Questo è il messaggio più profondo che vogliamo trasmettere ai nostri studenti che saranno bravi a trasformarlo in idee che poi condivideremo con le amministrazioni pubbliche.

 

È possibile farlo se molti di loro – 70 in totale, espressione di 20 diverse nazionalità e una decina di scuole internazionali – affrontano questi temi chiusi in una stanza, a migliaia di chilometri, davanti ad uno schermo?

È esattamente l’altro limite che tutte le Scuole di architettura devono affrontare. Non dobbiamo giocare in difesa, cerchiamo invece di sfruttare le potenzialità di questa condizione virtuale. Il computer non è solo un mezzo, i flussi di informazione costruiscono piattaforme nuove, i progetti non possono che esserne influenzati, a partire dalla percezione dei luoghi. Abbiamo invitato alcuni colleghi a lavorare con noi: Hope Strode, Federico de Molfetta, Marco Navarra e Valerio Morabito sono attivi in ambito accademico ma sono anche architetti militanti. Stanno sperimentando modalità inusuali e sorprendenti di approccio: nei primi lavori abbiamo visto i luoghi di progetto diventare lo sfondo di videogame ed essere descritti attraverso suoni e rumori che si trovano in rete. Da questo processo di innovazione e di contaminazione passa la nostra capacità di immaginare quel futuro di cui parliamo.

 

Le attività e il programma di Landscape Of[f] Limits del Politecnico di Milano sono consultabili al sito web landscapeofflimits.com. Le conferenze, su piattaforma TEAMS, sono aperte.

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