Ospedali per l’emergenza a Milano: davvero a tempo di record?

by • 8 Aprile 2020 • Progetti2302

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L’ospedale ricavato nell’ex Fiera del Portello a pieno regime dal 30 aprile, data in cui si auspica che i contagi si azzerino. E anche l’interessante prototipo “Cura” è in ritardo

 

MILANO. Il 31 marzo è stato inaugurato il nuovo ospedale presso Fieramilanocity, struttura aperta in una decina di giorni per fronteggiare l’emergenza Coronavirus e che metterà a disposizione, quando sarà completata, fino a 200 posti di terapia intensiva. Un record difficilmente eguagliabile nella patria della burocrazia e delle lungaggini. «È una struttura ospedaliera a tutti gli effetti, non un ospedale da campo», ha sottolineato Ezio Belleri, direttore generale del Policlinico di Milano, ente che gestirà questa struttura. Superata l’enfasi per la bella notizia, subentra la curiosità per capire i dettagli del progetto e della realizzazione. Si sa, quando in Italia si realizzano strutture a tempo di record (pensiamo alle new towns del post-sisma 2009 in Abruzzo) è sempre necessario scoprire cosa c’è dietro l’apparenza mediatica. Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano, ha dichiarato ai media che «hanno lavorato in 10 giorni 500 persone, su 3 turni per 24 ore al giorno e quasi 100 imprese». Un cantiere inevitabilmente complesso, che a quanto pare è stato gestito in tempi e modi record anche dal punto di vista della sicurezza.

Nonostante le procedure snelle, a dimostrazione che non ci vuole poi molto per velocizzare le opere pubbliche (generalmente zavorrate dai tempi biblici degli appalti), resta evidente come la politica non avesse previsto di prendere questa decisione. Nonostante Regione Lombardia sia stata tra le prime istituzioni a lanciare l’allarme (la prima famosa apparizione del presidente Attilio Fontana con la mascherina risale al 27 febbraio), non si è cominciato a parlare di questo ospedale, in stile Wuhan, prima dell’11 marzo, quando l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha rivelato che era stato individuato un sito e che erano almeno due giorni che la Regione ne stava scrivendo al Governo.

Il punto è che proprio in Cina, la prima struttura “Huoshenshan”, da un migliaio di posti letto, era stata messa in cantiere a Wuhan il 24 gennaio e poi inaugurata il 3 febbraio. Pochi giorni dopo, il 6 febbraio, era poi diventata operativa la seconda struttura “Leishenshan”, da circa 1.300 posti letto. C’è stato quindi più di un mese per studiare e preparare una soluzione simile, eventualmente anche su scala nazionale. Invece non c’è stata una risposta univoca neppure all’interno della stessa Lombardia, tant’è che la gestione per l’ospedale allestito alla fiera di Bergamo, inaugurato il giorno seguente, è stata molto diversa.

Secondo quanto comunicato dalla stessa Fondazione Fiera Milano, il 16 marzo venivano presentati alla stampa i padiglioni 1 e 2 del Portello a Fieramilanocity, «messi a disposizione per affrontare l’emergenza Coronavirus», ed è stato illustrato «il prototipo di modulo ospedaliero predisposto da Nolostand, società del Gruppo Fiera Milano Sea, supportata dalla Direzione tecnica di Fondazione Fiera Milano». Sul sito web dell’ospedale Fiera Milano viene specificato che all’interno dei due padiglioni, che coprono oltre 25.000 mq di superficie, sono stati allestiti speciali moduli/container attrezzati con circa 205 posti letto, e che si stratta non solo di una degenza per i ricoverati da Coronavirus, ma di una struttura in grado di curare ogni altra patologia correlata.
Lo stesso Pazzali evidenzia come si sia sviluppata l’idea generale: «Fondazione Fiera aveva disegnato un layout da 400 posti, ma era un ospedale da campo. Poi grazie al confronto con colleghi come il gruppo di Guido Bertolaso [chiamato dalla Regione a gestire l’apertura dell’ospedale: ndr] abbiamo raffinato il progetto che è stato cambiato in corsa 5 o 6 volte».

A capo del progetto troviamo Infrastrutture Lombarde, società controllata da Regione Lombardia, la quale è stata incaricata da Fondazione Fiera Milano (con la consulenza di Bertolaso e del suo staff) di svolgere a titolo gratuito analisi, verifica e approvazione della progettazione, gestione e coordinamento cantiere con direzione lavori e coordinamento sicurezza. La Fondazione, che svolge dal canto suo un ruolo di coordinamento alla progettazione e degli appalti di forniture, ha direttamente incaricato i progettisti effettivi dell’opera, Manens-TIFS (società padovana di ingegneria con ampia esperienza in architettura ospedaliera), Deerns Italia (società milanese fornitrice di servizi per l’ingegneria), STP Studio Priolisi (studio milanese di ingegneria che ha nel curriculum la direzione lavori di MiCo), Gestione Progetti e GAe Engineering (società torinese di ingegneria).

Sono state previste tre fasi d’intervento. La prima, con la realizzazione di quattro moduli (ciascuno composto da due unità di degenza e un’unità di servizi sanitari), per un totale di 53 posti letto, con i servizi dedicati ed aree di supporto per lo svolgimento in loco di tutta l’attività sanitaria diagnostica e terapeutica. A seguire saranno attuate la fase 2 (termine previsto 12 aprile) e la fase 3 (termine previsto 30 aprile) per il completamento delle altre unità operative. La nuova struttura sarà quindi a pieno regime dal 30 aprile (quasi un mese dopo la chiusura dei due ospedali di Wuhan); di fatto un controsenso rispetto alla curva dei contagi che, secondo gli ultimi studi, in Lombardia dovrebbe azzerarsi a partire dal 22 aprile. Nonostante la virtuosità di questa iniziativa messa in campo a tempi di record rischiamo di ritrovarci, questo sì in pieno stile italico, con un’opera pubblica già vecchia appena ultimata.

Rischia di fare la stessa fine il progetto, definito open source, “Cura” (Connected units for repiratory ailments – già brandizzato con tanto di logo e sito web ufficiale), presentato a Milano negli stessi giorni dell’ospedale al Portello. Il primo prototipo è stato finanziato da soggetti non istituzionali (Unicredit con il supporto del World Economic Forum) e ha coinvolto diversi progettisti e istituti italiani, tra cui spiccano lo studio CRA-Carlo Ratti Associati con Italo Rota, l’Istituto clinico Humanitas, il Policlinico di Milano, il team di Jacobs (Alberto Riva) e Ivan Pavanello di Projema (MEP Engineering). Sfruttando una pratica ormai abbastanza rodata, sia a livello di sperimentazione architettonica che emergenziale, la proposta è quella di utilizzare container attrezzati a camere di biocontenimento al posto delle tende in prossimità degli ospedali, al fine di ottenere strutture modulari veloci da assemblare, facilmente trasportabili, aggregabili, reversibili e riutilizzabili in futuro. «Le prime unità saranno pronte nelle prossime settimane», ha dichiarato lo stesso Rota non più tardi del primo aprile, sottolineando qualche ritardo dovuto a questioni tecniche. Se tanto ci dà tanto…

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