Verso una riappropriazione collettiva dei beni ecclesiastici

by • 17 Luglio 2019 • Patrimonio, Professione e Formazione1076

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La nostra testata è media partner della prima Summer School italiana dedicata a strategie di valorizzazione del patrimonio culturale delle comunità religiose. Intervista a Daniela Ciaffi, vicepresidente di Labsus, l’associazione per la cura condivisa dei beni comuni

Franco Milella, in un recente articolo su «Il Giornale dell’Arte» (n.395, marzo 2019) scrive che «degli oltre 110mila beni culturali architettonici censiti nella Carta del Rischio del 2012, oltre il 60% è in stato di abbandono, di degrado, di inaccessibilità. Anche il patrimonio immobiliare pubblico dello Stato, per oltre il 76% detenuto dagli enti locali, non gode di una sorte migliore…». Ebbene, delle soglie d’inutilizzo di quello ecclesiastico non sappiamo nulla, e di quello degli ordini religiosi nemmeno la consistenza. Sarà uno dei temi centrali della Summer School “Nuovi scenari per patrimoni monastici dismessi”, in programma a Lucca dal 25 luglio al 3 agosto 2019. Qui ne parliamo con Daniela Ciaffi, docente di Sociologia urbana presso il Politecnico di Torino, dove si è laureata in Architettura, e vicepresidente di Labsus, l’associazione per la cura condivisa dei beni comuni.

L’esperienza di Labsus evidenzia la forza della società civile italiana nell’attivare il riuso d’immobili pubblici con modalità bottom up. Cosa significa concretamente?

Partiamo dal tema del sottoutilizzo che accompagna quello dell’abbandono. L’esempio che noi proponiamo per comprendere le potenzialità dell’uso dei beni comuni è quello delle scuole. Le scuole sono l’armatura del Paese, infrastrutture diffuse che creano valore immateriale e che funzionano come servizio pubblico dalle 8 alle 16. Grazie al movimento delle Scuole aperte oggi esse possono essere usate come beni comuni dalle 16 alle 22. Non si tratta di favorire delle associazioni cui affidarle in uso esclusivo, ma di farle diventare nei fatti dei beni comuni vissuti dalla collettività. Azioni simili potrebbero essere applicate anche a edifici ecclesiastici che esercitano non solo la funzione religiosa, ma anche sociale e identitaria. Tali beni potrebbero diventare beni comuni in un periodo limitato della giornata, sull’esempio delle scuole. Penso all’oratorio di santa Chiara a Palermo che è già usato nella prospettiva del bene comune attraverso la proposta di corsi e opportunità per tutto il tessuto sociale. Il vero tema in relazione ai beni ecclesiastici credo sia la trasposizione di quanto già elaborato per la governance pubblica alla governance degli enti ecclesiastici.

 

Per gli immobili ecclesiastici restano però i limiti del Canone e per le chiese, in particolare, l’uso liturgico è esclusivo e la cessazione di tale destinazione non consegue nemmeno con la vendita o l’alienazione secondo il Codice civile. A ciò si aggiunga il cortocircuito conseguente al fatto che i beni ecclesiastici (ossia nel possesso di enti ecclesiastici) appartengono ad enti che il diritto canonico definisce pubblici e che lo Stato identifica invece come beni privati…

È esatto. Diverso è per gli edifici che sono stati confiscati alla Chiesa dallo Stato durante le successive soppressioni, ed ancora un altro è il caso di quelle chiese che restando tali non sono però beni ecclesiastici perché di proprietà dello Stato mediante il Fondo edifici di culto (FEC), come la Chiesa del Gesù di Roma e molti altri edifici monumentali in Italia. Bisogna però sottolineare che i beni ecclesiastici sono “beni comuni” per la stratificazione di componenti immateriali quali la storia e il valore sociale. Ciò aumenta il potenziale relazionale, ossia la “simpatia” tra comunità e immobile a vantaggio del suo possibile riuso condiviso.

 

In tema di valorizzazione immobiliare sociale, l’Italia pare però piuttosto indietro rispetto ad altri Paesi europei

Il diritto all’uso e alla cura dei beni comuni da parte dei cittadini è iscritto nell’articolo 118 della Costituzione italiana secondo il quale «le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza». Questo articolo, introdotto nel 2001, è ancora poco noto. Labsus da 5 anni promuove i Regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni. Già adottati da 200 comuni italiani, sono il fondamento dei patti di collaborazione, strumento operativo per la costruzione degli accordi per il riuso e la cura dei beni comuni tra la pubblica amministrazione e la società civile, senza sostituire gli strumenti urbanistici esistenti. In ognuno di questi 200 comuni i cittadini possono esercitare il diritto di prendersi cura dei beni comuni, praticando un esercizio di democrazia contributiva. Il patto di collaborazione è a mio avviso lo strumento più efficace per avvicinare e responsabilizzare una comunità alla cura dei beni comuni. Il patto di collaborazione nasce per rispondere ad un bisogno reale e sentito, promosso da una comunità attiva. Tra l’oggetto materiale e la comunità c’è un legame stretto, profondo. Questo legame è spesso già presente nella relazione tra gli immobili ecclesiastici e la comunità limitrofa. Sebbene il diritto civile li annoveri tra i beni privati in quanto di proprietà di persone giuridiche private, sono percepiti e sono a servizio del bene comune.

 

Paolo Maddalena, già giudice costituzionale, in un articolo sul «Manifesto» del 17 maggio evidenziava che per la Costituzione italiana la proprietà privata sussiste con lo scopo di assicurare la funzione sociale. La conseguenza è che «l’abbandono è di per sé una violazione contro questo obbligo, con la conseguenza del venir meno della tutela giuridica del proprietario nominale, e quindi dello stesso diritto di proprietà privata». Questo può riguardare anche gli edifici ecclesiastici abbandonati?

In tempi in cui tanto gli esperti quanto molta opinione pubblica sono attenti a non sprecare risorse, al riuso e al riciclo, un bene abbandonato – anche ecclesiastico – è una grave perdita. In alcuni contesti di povertà e crisi arriva ad essere uno scandalo inaccettabile. È il medesimo punto sul quale insiste anche un giurista di strada quale Gregorio Arena. Da qui l’importanza di ricordare che la legge che riconosce la proprietà privata è anche quella che ne fissa i limiti per assicurarne la funzione sociale.

Tuttavia, come scrivono Francesca Battistoni e Flaviano Zandonai, «l’abbandono e il sottoutilizzo di risorse, immobiliari ma non solo, rappresenta una delle principali sfide del Paese», e ciò ben oltre la percentuale degli immobili ecclesiastici. Le forze del terzo settore, tante volte invocate in questo ambito, si dimostrano spesso incapaci di sostenere i costi di recupero e manutenzione.

Anche in Italia dovremmo iniziare a comprendere e supportare il terzo settore come motore del PIL e non come ambito residuale. Sappiamo che il management che funziona nell’economia dei beni comuni è quello dei servizi. Non si tratta dunque di dare a qualche ente o associazione la concessione del bene in modo esclusivo, ma di promuovere un’economia di servizi che nasca dalla conoscenza dei territori, dei relativi bisogni e capacità. Occorre poi incrociare tali informazioni, senza restare nella logica della concorrenza ma operando in un paradigma collaborativo. Gli immobili ecclesiastici potrebbero contribuire a creare nuovi legami tra il mondo ecclesiale e il terzo settore, innescando processi virtuosi a favore dei beni comuni. Per sostenerne l’uso potrebbe essere d’aiuto studiare ed eventualmente traslare il principio di sussidiarietà nell’ambito del diritto ecclesiastico e del diritto canonico. Si tratta di un lavoro di frontiera come spesso accade quando si tratta del riuso di beni legati alla collettività. Un tema difficile ma di grande importanza, perché permette di sperimentare nuove forme di democrazia contributiva ed economia collaborativa. In questo senso gli enti ecclesiastici dovrebbero maturare la consapevolezza dell’enorme potenziale (e conseguente responsabilità) che detengono nei confronti dello sviluppo del Paese.

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