Ri_visitati. Il Rock Garden a Chandigarh, metafora del nostro presente

by • 25 Marzo 2019 • Mosaico, Patrimonio2165

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Visita al parco urbano autocostruito nei decenni da Nek Chand: un modello ecologico a pochi passi dal centro amministrativo pensato da Le Corbusier per la capitale del Punjab, di cui costituisce il contrappunto

 

Il passato

Nek Chand (1924-2015), impiegato statale addetto alla manutenzione delle strade, si trasferì a Chandigarh negli anni ’50, dopo aver perso tutto ciò che possedeva quando il Punjab, dove era nato e cresciuto, venne diviso tra India e Pakistan. Le statue che cominciò a realizzare non appena arrivato in città raccontano storie dell’India, storie quotidiane di uomini e donne dei villaggi, di principi e cortigiane, di asceti e devoti che lavano i loro peccati nelle acque delle fontane. Il giardino, di 25 ettari, conclude verso nord la Leisure valley, dolce e verde vallata fatta di percorsi sinuosi, alberi e fiori: è il lungo parco lineare voluto da Le Corbusier come spina dorsale e polmone di Chandigarh. Nel Rock Garden si fondono, con garbo, libertà e sapienza, strutture post-moderne, torrette a cupola, reminiscenza di antichi palazzi in stile indo-saraceno, adornati di mosaici colorati e specchi d’acqua con un sistema musicale di dolci cascate.

Chand cominciò a lavorare settant’anni fa a un progetto che oggi può essere considerato un modello di riqualificazione del territorio attraverso il riutilizzo dei rifiuti. Egli collezionava infatti spazzatura di ogni sorta, che tutte le sere trasportava a casa con la sua bicicletta. Per custodire le statue si appropriò illegalmente di un piccolo appezzamento di terra nella foresta che cresceva dietro casa sua, alla periferia di Chandigarh. Qui lavorò pure a nuove opere, ideando strutture più grandi, con anime in acciaio recuperato.

Nel 1972, quando il governo decide di ripulire questa porzione di foresta, il suo segreto venne alla luce. I funzionari rimasero stupefatti. Erano pronti a demolire il giardino di statue e mosaici. Ma la notizia dell’opera si andava diffondendo, attirando sempre più visitatori. Le autorità si convinsero allora del valore di questa inusuale realizzazione paesaggistica e decisero di offrirgli stipendio, attrezzature e veicoli, oltre a cinquanta operai per portare a termine il lavoro.

 

Il presente

Il progetto del parco, presentato per la prima volta in Italia alla Biennale di architettura di Venezia 2016, bene s’inserisce nel filone spaziale e paesaggistico dell’architettura “naturale” di Antoni Gaudí, poi magistralmente interpretata da Bruce Goff, Paolo Soleri, Cesar Manríque e Friedensreich Hundertwasser.
Protagonista la relazione natura-artificio, accompagnata da forti contrasti cromatici e di texture. Bianco e nero si alternano, a dialogare con l’azzurro del cielo indiano e con l’acqua. Toni scuri della terra e bianchi, lucidi, della ceramica smaltata trattata con la tecnica popolare del trecandís che Gaudí aveva reinterpretato pochi decenni prima nelle sue opere barcellonesi.

Superfici di cemento liscio, pavimenti e pareti in ciottoli di fiume. Le porte di accesso e le pareti esterne realizzate con barili di petrolio sovrapposti. Altri muri costruiti con uno splendido sistema modulare fatto di piccole anfore ceramiche. Alcuni con tubi di neon non più funzionanti. Altri ancora con migliaia di prese in ceramica smaltata bianca. Straordinarie le sculture, realizzate tutte con materiali di scarto, selezionati e riutilizzati. Fra le più originali quelle fatte da migliaia di colorati braccialetti tipici: straordinario esempio di quello che si può fare con molto poco, con quello che si getta, riutilizzando gli scarti con poesia, arte e gioia.

Un lavoro fondamentale se consideriamo l’usanza indiana di gettare tutto per terra -plastica compresa- ed anche per il fatto paradossale di trovarsi proprio a Chandigarh, città iper-programmata urbanisticamente, e fatta di architettura “importata”. Questo desiderio di colore e gioia, plasmato negli elementi architettonici fluidi che accompagnano organicamente i movimenti dei cittadini, e nella reinterpretazione onirica dell’antico, sembra quasi una rivincita sul formalismo delle scatole di cemento della modernità europea.

Amato dai locali e dai turisti, il Rock Garden è il sito più visitato di Chandigarh. Esso ci appare oggi come un manifesto di umanità e libertà contro la rigida programmazione urbana, e sembra contenere anche l’architettura più attuale ed avanzata, perché realizzata con materiali recuperati, di seconda mano, proprio quelli di scarto del grande cantiere della città moderna.

 

Il futuro

Il Rock Garden si trova poco distante dal “cervello urbano” pensato da Le Corbusier per la capitale del Punjab: la sede del Parlamento, recentemente dichiarata Patrimonio UNESCO. Così come le altre opere indiane del maestro di origine svizzera, pensiamo che anche il Rock garden meriti l’inclusione nelle liste UNESCO, come contrappunto formale e concettuale del Campidoglio, ed anche come modello aperto e dinamico per la città del prossimo futuro: democratica, verde, senza auto private, ricca di opere arte e gioiosa.

È attualmente in costruzione il completamento della terza fase del parco pubblico, di dimensioni e scala diverse. Non più intima ma monumentale. In contrasto intenso con le zone adiacenti e in dialogo serrato con la zona rappresentativa della città. Affascinante nel suo non-finito, con un sistema di ampi portici realizzati in cemento dal quale pendono giganti altalene che fanno la felicità dei visitatori. I portici sono sorretti da colonne realizzate con casseforme flessibili: queste imprimono sulla colata forme fluide e lisce che la luce radente fa risaltare soprattutto nelle ore pomeridiane. Moderni capitelli dalle barre sottili di acciaio arrugginito, come alberi artificiali, o come tentacoli metallici di enormi calamari. Questi fantasiosi elementi architettonici poco hanno a che vedere con quelli presenti a Chandigarh, e tanto con la reinterpretazione di antichi simboli indiani. Colonne ed archi, tipici della tradizione monumentale autoctona, ma inesistenti nella nuova città, riappaiono qui, come pure nelle attuali costruzioni della periferia. È presente dunque un desiderio di dialogo aperto con il passato, con le ricchissime tradizioni dell’India antica. Dialogo messo in atto anche da Le Corbusier ma in maniera differente, simbolica e futuribile, nella grande esplanade che collega la sede del Parlamento al Palazzo di Giustizia.

 

Postilla: considerazioni etiche

Questo testo è stato scritto in India, respirando l’aria irrespirabile di Delhi, una delle megalopoli più inquinate del mondo. Da qui si comprende più facilmente l’insegnamento di Chand, infaticabile pensatore, artista e paesaggista, che ha plasmato con le proprie mani spazi gioiosi e giocosi per l’uomo. La costruzione di nuovi luoghi urbani ecologici è un’urgenza: l’opera di Chand parla di riutilizzo e incoraggia il risparmio. Ricordandoci così l’impegno constante per la salvaguardia della nostra casa, il nostro pianeta.

 

* L’articolo è l’esito della ricerca “Concatenación armónica entre arquitectura y naturaleza en zonas intertropicales”, condotta dall’autore presso la Facoltà di Architettura della Universidad Nacional de Colombia, sede Medellín (Gruppo di ricerca: Transepto)

 

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One Response to Ri_visitati. Il Rock Garden a Chandigarh, metafora del nostro presente

  1. […] segnalare inoltre la vicinanza con il Rock Garden e con il lago Sukhna, attorno al quale è stato definito un parco aperto e democratico che si […]