MArRC, museo di luce con troppe ombre non diradate

by • 10 Maggio 2016 • Mosaico, Patrimonio2017

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Inaugurato il 30 aprile, il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, che ospita i Bronzi di Riace, è stato integralmente riallestito con un nuovo percorso di visita (ma con tempi dilatati, costi triplicati e interdittive antimafia)

 

REGGIO CALABRIA. L’archeologia, con i suoi reperti, ha a che fare, nell’immaginario collettivo, con la terra, con le stratificazioni ipogee, con i recessi anaerobici; e i musei che involgono come bozzoli quei frammenti di antiche storie innescano sinestesie legate inesorabilmente alla polvere e alla tomba. Ecco, dimenticatevi tutto questo. Il nuovo museo dei Bronzi di Riace, che adesso ha pure un nuovo logo, MArRC (Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria) è, per antonomasia, un museo di luce. Di un bianco abbacinante le pareti, le «isole» con le vetrine espositive (200), i soffitti, e dove la luce naturale, intensa come sa esserlo solo al Sud, e per questo schermata da velari anch’essi candidi, proviene pure da quelle finestre dell’originario progetto piacentiniano, liberate dalla tamponatura successiva.

Ma è un’altra la metafora preferita dal premier Matteo Renzi il 30 aprile scorso all’inaugurazione del museo, integralmente riallestito (fino ad allora visitabili solo le sale di Reggio Calabria greca e romana, dei Bronzi di Riace e di Porticello), quella di un’Italia che sa vincere le sfide. Era già piaciuta al Governo Monti, quando i Bronzi ricollocati sulle nuove basi antisismiche, dopo essere stati per quattro anni orizzontali, in restauro nella sede del Consiglio regionale della Calabria, furono per l’allora ministro ai Beni culturali Enzo Bray un’immagine forte del Paese che si rimette in piedi.

A quale prezzo, però? Di mezzo ricorsi, errori e «sviste» di progettazione (opere, pur indispensabili, come il restauro facciate, la ristrutturazione degli uffici della Soprintendenza che ha sede nello stesso edificio, persino l’adeguamento antisismico, in un’area sensibile come quella dello Stretto), problemi tecnici, gare con clausole determinanti per l’aggiudicazione di un appalto ma poi disattese (come quella che, a garanzia della fruizione dei Bronzi, impegnava la Cobar, che si stava occupando del restauro, al mantenimento dell’apertura della sala in cui erano custoditi per tutta la durata dei lavori). E, ancora, l’aggiudicazione di questa stessa gara (nella commissione non c’era ancora Simonetta Bonomi, che poi avrebbe seguito tutto il travagliato iter del museo, ma la soprintendente siciliana Caterina Greco, oggi alla Soprintendenza di Agrigento) sulla base di una cifra rivelatasi irrealistica con conseguente lievitazione dei costi. Qui, come altrove, da imputare allo strumento perverso dell’appalto integrato, per cui sulla base di un progetto preliminare viene bandita la gara che sarà aggiudicata alla ditta che offre il ribasso migliore e che stilerà poi anche i progetti definitivo ed esecutivo, fase in cui entrano in gioco tutte le varianti e integrazioni non previste nel preliminare. Nel caso di Reggio, non approntate dagli stessi progettisti indicati dai vincitori dell’appalto ma da uno (ABDR Architetti Associati) selezionato dalla Struttura di missione, seppure all’interno di una rosa di studi professionali riconosciuti per i requisiti richiesti dall’incarico.

Questioni che hanno causato dilatazione delle tempistiche (otto gli anni trascorsi dall’avvio dei lavori che, invece, avviati nel novembre 2008, avrebbero dovuto concludersi nel marzo 2011, in tempo per le celebrazioni del 150° dell’Unità, nel cui ambito era stato finanziato l’intervento) e triplicazione dei costi (dagli 11 milioni di euro iniziali a 29). Fino all’ultimo passaggio buio con l’interdittiva antimafia che ha raggiunto la Set Up Live, che si stava occupando della manutenzione nei cluster Expo e che in riva allo Stretto si è occupata dell’allestimento; interdittiva valida a Milano ma non a Reggio Calabria perché, ci riferisce Patrizia Giordano della Set Up Live, «la Prefettura di Catanzaro non l’ha ritenuta rilevante per i lavori del museo». Ecco spiegato l’interrogativo col quale avevamo lasciato nell’ultimo articolo i lettori. Dal pieghevole realizzato dal Mibact, distribuito proprio per l’inaugurazione, troviamo confermato che solo questa ditta, insieme alla Gnosis Architettura, si è occupata dell’allestimento. In cosa è consistito, allora, quell’accordo tra Set Up Live e il ricorrente consorzio Research, tentato e raggiunto fuori dalle aule giudiziarie da Francesco Prosperetti, oggi soprintendente speciale per il Colosseo, già direttore regionale Mibact in Calabria e Rup per l’allestimento del museo? Cosa ne ha ottenuto la Research? E, sempre per l’allestimento, perché non troviamo scritto che quello dei Bronzi (sala filtro compresa) è stata la Cobar, che ha eseguito il restauro dell’edificio, a farlo perché nel dicembre 2013 c’era l’urgenza di riportare i Bronzi a casa e non si poteva attendere i tempi dell’aggiudicazione dell’appalto per l’allestimento? A leggerlo bene, questo pieghevole più che informare sembra disinformare. Per esempio, anche dove Paolo Desideri (ABDR Architetti Associati), che ha firmato la progettazione del restauro architettonico e l’allestimento museografico, dice che «nel  programma per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia», oltre al «progetto per il restauro e ampliamento» sarebbero stati inseriti anche «i nuovi allestimenti». Mentre proprio la mancata previsione della copertura finanziaria per questi ultimi è stata motivo di forti ritardi, criticità progettuali e di reperimento di fondi (tant’è che alla fine, i 5 milioni mancanti, li ha dovuti trovare la Regione Calabria). Così come abbiamo già spiegato cosa significa che «la progettazione architettonica» gli sia stata affidata «a seguito di procedura di evidenza pubblica». Non una gara, che si era già aggiudicata la Cobar, indicando per tale progettazione lo studio barese Fuzio, di cui si sono perse le tracce, ma un concorso a partecipazione ristretta.

C’era stata pure la vicenda parallela dell’altro progetto, quello dell’ampliamento del museo con la realizzazione di una sala sotterranea (1.000 mq) per migliorare i servizi al pubblico e garantire uno spazio pedonale antistante l’ingresso, firmato dall’architetto romano Nicola Di Battista, che si era aggiudicato il concorso d’idee nel maggio 2011. Senza precedenti nella storia dei beni culturali, il Mibact ne aveva annullato il bando, sotto la pressione del mondo associazionistico e dell’allora presidente regionale Giuseppe Scopelliti. Un progetto contestato sia sul fronte della rilettura urbanistica delle aree circostanti (pedonalizzazione della piazza De Nava e differenza di quota tra questo nuovo piano d’accesso al museo e il corso Garibaldi), sia per il pericolo di compromettere i resti della necropoli ellenistica, la cui visita al pubblico è stata aperta per la prima volta proprio in occasione dell’inaugurazione (quello di Reggio è l’unico museo al mondo ad ospitare al proprio interno una necropoli).

Insomma, è l’intero sistema che andrebbe rivisto: il punto non è quello di accertare la validità o meno del prodotto finale  – il restyling del museo e l’allestimento – ma l’iter per raggiungerlo. Al di là di ogni demagogica metafora cavalcata dal corso politico di turno. Quello di Reggio Calabria resta un museo della luce con troppe ombre non diradate.

 

Il nuovo percorso di visita

Il percorso, dall’alto in basso, invertito rispetto al precedente, secondo il progetto scientifico dell’ex direttrice Bonomi, che ce lo illustra, «esordisce con le testimonianze più remote della frequentazione umana in Calabria da parte sia dell’uomo di Neanderthal che dell’homo sapiens, conservate al secondo piano, denominato piano A (“Prima della Magna Grecia”). Attraverso una rampa di scale si accede al primo livello, denominato piano B (“Città e santuari della Magna Grecia”), dove si possono ammirare le testimonianze delle città-stato fondate lungo le coste ioniche da gruppi organizzati di migranti da varie zone della Grecia. La prima parte del piano è dedicata alla sintetica illustrazione della storia, dell’urbanistica e della cultura materiale di queste nuove città. La seconda parte del piano è dedicata ai santuari eretti all’interno e all’esterno di questi centri urbani. Nell’ammezzato, denominato piano C (“Aspetti di vita quotidiana nelle città della Magna Grecia”), si mostrano le rare testimonianze materiali di teatro, poesia e musica che tanta parte ebbero nelle civiltà dei Greci d’Occidente, ma anche semplici arredi e le suppellettili delle case e i documenti dell’attività delle botteghe artigiane. Seguono i corredi funerari dalle necropoli di Gioia Tauro e di Locri, tra i quali spiccano per eleganza i bellissimi specchi di bronzo. La seconda parte del piano presenta i popoli di stirpe italica, i Lucani e i Bretii, che conquistarono le città magno greche ponendo fine a un periodo di splendore. Il percorso di visita giunge quindi al piano terra, denominato piano D, dedicato alla città di Reggio. Qui è esposta per la prima volta una sintesi ragionata di reperti che ne illustrano la lunga storia e il rigoglioso sviluppo. La statua marmorea del kouros di Reggio introduce il visitatore allo speciale capitolo della statuaria greca di bronzo riemersa dal mare, la sala dei Bronzi di Riace e dei Bronzi di Porticello, nella quale culmina il percorso del museo».

«Efficiente, accogliente, sicuro», questa la triade su cui punta il nuovo direttore, Carmelo Malacrino, uno dei venti selezionati dal Mibact con concorso internazionale per i grandi musei del Paese, in cui rientra anche quello in riva allo Stretto e che, dopo aver traghettato, attraverso il non semplice rush finale, il museo all’attesa apertura integrale, annuncia eventi e mostre di livello internazionale, insieme a un ulteriore potenziamento delle dotazioni tecnologiche. Restano, infine, gli ultimi lavori (intanto è stata cambiata la lastra di vetro già degradata del piano di calpestio) per aprire al pubblico pure l’ampio roof-garden, dedicato sulla terrazza di copertura alla ricreazione e alla caffetteria.

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