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Scritto da: Patrimonio Reviews

Chiara Curti: il mio Gaudì, libero e medievale

Chiara Curti: il mio Gaudì, libero e medievale
Nel centenario della scomparsa, un anno speciale dedicato all’architetto modernista catalano. Tra cantieri (che proseguono) e visite eccellenti, intervista alla studiosa italiana che pubblica due libri e offre chiavi di lettura sorprendenti

 

BARCELLONA (Spagna). Chiara Curti ha raggiunto una posizione di primo piano come studiosa, interprete e divulgatrice della figura di Antoni Gaudí, amplificata dalla recente pubblicazione di ben due libri dedicati all’architetto catalano usciti a pochi mesi di distanza, in felice coincidenza con il centenario della sua morte. Non si tratta di due biografie, ma di due tappe di un unico progetto, che parte dall’ascolto di una selezione di voci che hanno conosciuto Gaudí (“Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici”, Triangle Books, 2025, 256 pagine, 28,50 €) per ricostruire l’uomo dietro all’architetto (“Gaudí vivo”, Edizioni Ares, 2026, 296 pagine, 20 €).

Curti si inserisce nel filone che capovolge l’immagine deformante di genio austero e solitario, fanatico religioso e massone (persino folle e omosessuale) attraverso un minuzioso lavoro di ricerca documentale che allarga lo sguardo a testimonianze e racconti inediti, o volutamente tralasciati dalla letteratura scientifica. L’autrice lascia parlare le fonti e porta alla luce un Gaudí relazionale, un leaderche guida ma non impone, esige ma valorizza” e che vive il processo creativo come atto collettivo di una comunità. Secondo la convinzione incredibilmente attuale che “l’architettura non è solo costruzione di spazi, ma cura dell’uomo”. Per Curti, la fede di Gaudí è un fattore essenziale per interpretare la sua architettura.

 

Sei arrivata allo studio di Antoni Gaudí attraverso un percorso che sembra nato quasi per caso, ma che poi si è trasformato in una vera vocazione. Qual è stato il momento in cui hai capito che la tua ricerca avrebbe avuto una direzione duratura?

Arrivata da poco a Barcellona, ero stata contattata dall’Ordine degli Architetti per accompagnare il direttore tecnico della Sagrada Familia, Jordi Bonet, nelle visite ufficiali. In una di queste con un gruppo di parlamentari europei, mi proposero di organizzare una mostra a Strasburgo. Il parallelismo tra la costruzione della basilica e quella dell’Europa sarebbe stato il filo conduttore. In quel momento si stavano completando i pinnacoli, rivestiti di trencadís. Il mosaico di frammenti ceramici è una metafora potente: anche una società ferita può ricostruirsi, può trovare una nuova unità senza cancellare le differenze. Decidemmo di riprodurne uno in Parlamento, realizzandolo insieme ai politici. Formai poi un comitato scientifico d’eccellenza dove invitai tutti i grandi esperti di Gaudí. Aiutò il fatto che fossi decisamente più giovane di loro, l’unica donna e straniera: non mi percepivano come una concorrente. Da lì è partito tutto. A proposito di coincidenze, il caso ha voluto poi, che il mio vicino di casa, Josep Maria Garrut, avesse conosciuto Gaudí da ragazzo..

 

Negli anni hai lavorato con studiosi, architetti, restauratori, istituzioni culturali e nel cantiere della Sagrada Família. Qual è la tua visione dall’interno, come vedi il futuro della ricerca?

La figura di Gaudí ha conosciuto un successo crescente. Un successo che ha generato una curiosità nuova, spesso nata dal desiderio di comprendere perché la sua opera continui a suscitare un’attrazione così profonda, tanto da creare un’economia basata sulla “marca Gaudí”. Il rischio, tuttavia, è che ciascuna disciplina tenda a ricondurre l’architetto al proprio terreno: il teologo alla teologia, l’architetto all’innovazione tecnica, il filosofo alle forme del pensiero. Sarebbe auspicabile tornare a una conoscenza sapienziale, capace di tenere insieme le diverse dimensioni della sua persona e della sua opera. Non una lettura enciclopedica, né biografie basate unicamente sul momento storico, né studi delle soluzioni tecnologiche, né la ricerca forzata di tratti agiografici ma il riconoscimento di un uomo straordinario che ha saputo unire scienza, tecnica, fede, quotidiano, relazioni. In sintesi, architettura e vita.

 

A proposito della “marca Gaudí”, Barcellona ha costruito una parte importante della propria immagine internazionale intorno a lui. Il turismo ha generato risorse fondamentali per il restauro e la ricerca, ma ha anche modificato il rapporto quotidiano con le sue opere. Come si possono conciliare tutela, conoscenza e vita della città?

Forse, prima di tutto, bisogna chiedersi che cosa significhi davvero tutelare un’opera. Quando un edificio nasce per un uso preciso, tutelarlo significa anche permettergli di continuare a vivere secondo quella funzione. Le case di Gaudí non furono concepite per accogliere milioni di visitatori. Qui la difficoltà è evidente: la conservazione deve misurarsi con un uso che non apparteneva alla loro natura originaria. Una chiesa, invece, è pensata per un flusso continuo di persone, anche se il passaggio dal fedele al turista pone altre questioni. La sfida consiste allora nel governare questi flussi senza disprezzarli: proteggere le opere, trasmetterne il significato e, allo stesso tempo, lasciare che le persone continuino a goderne.

 

Oggi Gaudí non è studiato soltanto nelle università: intorno alla sua opera è nato un ecosistema composto da fondazioni, musei, istituzioni culturali, centri di ricerca e dal cantiere della Sagrada Família. Chi orienta oggi la ricerca? Questo sapere è complementare e condiviso?

Anche qui il caso di Gaudí è singolare. Di norma, le grandi opere d’arte di una città appartengono allo Stato, oppure sono poste sotto la tutela e il coordinamento di un’istituzione pubblica. Le opere di Gaudí, invece, appartengono a proprietari diversi, tutti privati. Non esiste una figura unitaria che ne orienti la conservazione, lo studio e la comunicazione. Questa frammentazione costituisce certamente un limite e una sfida. Il sapere prodotto non è sempre condiviso, né realmente complementare: esistono piuttosto molti centri, ciascuno con le proprie finalità, le proprie competenze e il proprio rapporto con l’opera. La necessità di garantirsi un flusso di visitatori talvolta rischia di banalizzare le opere e gli interventi. Gaudí, inoltre, è difficile da ricondurre a un unico sistema di pensiero, perché la sua architettura non nasce da una teoria astratta. Tuttavia, ciò che appare come un limite può trasformarsi in possibilità: l’assenza di un’autorità intellettuale unica può lasciare spazio a nuovi sguardi e a forme di ricerca meno prevedibili. Gaudí è, in questo senso, un terreno profondamente democratico. Rimane ancora molto da studiare. Sarebbe auspicabile che, accanto ai centri di ricerca che stanno nascendo, si sviluppassero iniziative capaci non soltanto di divulgare ciò che già sappiamo, ma di produrre conoscenze nuove, fondate su studi rigorosi e su nuove fonti.

 

La Sagrada Família, che conosci bene, è un’istituzione dedicata allo studio e alla conservazione di Gaudí, e appartiene a questo sistema.

Occupa però una posizione diversa: è un organismo vivo in costruzione. Qui la domanda su Gaudí non è soltanto culturale o storiografica: è urgente e quotidiana. Alla Sagrada Família non basta raccontare Gaudí, è necessario comprenderlo, per continuare a costruire un’opera che egli ha concepito ma che non ha potuto concludere. La conoscenza diventa quindi una responsabilità. Per questo non parlerei di un unico ecosistema, ma di sistemi diversi che convivono intorno a Gaudí. La vera sfida consiste nel creare tra loro luoghi di confronto, senza cancellarne le differenze.

 

L’Anno Gaudí coincide con una fase importante per la Sagrada Família e con una rinnovata attenzione internazionale alla figura dell’architetto.

Proprio per l’indipendenza delle diverse istituzioni, l’Anno Gaudí non ha assunto una forma unitaria. Ogni ente lo ha interpretato secondo la propria natura, le proprie competenze e i propri obiettivi. Sono nate mostre, iniziative, incontri e nuovi percorsi di lettura, molti dei quali ancora in divenire. Per gli addetti ai lavori in ottobre, alla Pedrera si svolgerà un congresso internazionale, una call for papers il cui obiettivo è quello di promuovere e ampliare la ricerca.

 

Dopo una lunga stagione di studi concentrata soprattutto su geometria, struttura e innovazione tecnica, potrebbe essere l’occasione per una nuova lettura critica della sua opera?

Non parlerei di una nuova interpretazione compiuta. Siamo dentro un processo. Le diverse proposte stanno producendo materiali, domande e prospettive che dovranno essere raccolti e compresi nel tempo. Forse il sapere più importante non nascerà da una singola mostra o da un solo programma destinato agli specialisti, ma da chi saprà attraversare questa pluralità, viverla e ricondurla a una sintesi. Il risultato più profondo dipenderà però dalla capacità di colui che saprà trarne una visione unitaria, senza ridurre la complessità dell’opera.

 

Ti trovi in una posizione particolare: sei studiosa, curatrice, dialoghi con il mondo accademico e collabori con le istituzioni che si occupano dell’opera di Gaudí. Da questo osservatorio privilegiato, ci sono temi che ritieni ancora poco esplorati?

La nostra conoscenza di Gaudí è ancora simile alla parte visibile di un iceberg: ne comprendiamo soltanto una porzione. Rimangono molti documenti da ritrovare, molte relazioni da ricostruire e numerosi aspetti della sua opera e del suo pensiero ancora da studiare. Per questo considero necessari anche gli studi parziali, dedicati a un dettaglio apparentemente secondario. Un simbolo, una soluzione costruttiva, una frase o un documento possono diventare la chiave per comprendere qualcosa di molto più vasto. Mi è accaduto spesso di partire da un elemento minimo per poi scoprire una struttura di pensiero più ampia. Credo che sia un’esperienza comune a chi studia seriamente Gaudí. Ognuno di noi possiede soltanto una tessera di un mosaico ancora incompleto. Il principale equivoco sarebbe pensare che il quadro sia già definito. In realtà, siamo ancora davanti a un’opera conoscitiva aperta.

 

Perché Gaudí continua a essere così attuale per il grande pubblico?

Le iniziative dell’Anno Gaudí, da sole, non hanno necessariamente aumentato il numero dei visitatori delle sue opere. Ha avuto invece una forza particolare il centenario, insieme ad alcuni avvenimenti simbolici di quest’anno: il completamento della torre di Gesù Cristo, la venuta del Papa e l’attenzione internazionale che si è concentrata su Barcellona capitale dell’architettura. Questa coincidenza ha reso evidente un paradosso: una parte della cultura architettonica contemporanea si è progressivamente allontanata dall’esperienza quotidiana delle persone. Mentre Gaudí, che per molto tempo non è stato nè compreso né amato dal mondo dell’architettura, continua a essere profondamente amato dalle persone. La sua è un’architettura che non osserva la realtà dall’alto, ma che si mette al servizio di essa.

 

Spiegati meglio.

Quando le persone entrano nella Sagrada Família scoprono qualcosa che gli appartiene e che condividono. Gaudì insisteva sul concetto che “essere originali è tornare all’origine” e l’origine per lui è il senso religioso, la spiritualità; non in senso prettamente cristiano, ma attraverso dei simboli universali riconoscibili da chiunque: una stella, la frutta, l’albero, la nascita di un bambino, la vita in movimento. La facciata della Natività sembra una pala medievale tridimensionale: tutti sono occupati a fare qualcosa di profondamente umano, vi sono raggruppate tutte le preoccupazioni del mondo, le questioni profondamente umane. I visitatori riconoscono questo legame con la realtà. All’interno della basilica le navate simboleggiano un bosco: l’uomo medievale aveva uno sguardo trasfigurato che era capace di riconoscere in un colonnato un bosco. Noi oggi non siamo più capaci di guardare in questo modo, le colonne sono solo colonne, ma per Gaudí erano alberi.

 

Vuoi dire che Gaudì ragionava secondo modelli medievali?

Sicuramente, soprattutto nel metodo: inizia la costruzione con una porta, che segna il passaggio tra il sacro e il profano, e poi costruisce l’abside, che simboleggia un ventre, al cui centro è posto l’altare, che rappresenta il Cristo. Gaudí è stato un uomo profondamente libero, non ha mai avuto l’affanno di finire per forza le sue opere, non era un architetto egoico, viveva la professione come un servizio: non si presentava come l’autore della Sagrada Família, ma spesso diceva che ne era il custode, una figura la cui funzione è quella di prendersi cura. Perché a un certo punto della sua vita ha sentito impellente la necessità di mettere il suo talento al servizio della società, staccandosi dagli incarichi borghesi per avvicinarsi al mondo operaio, perché sentiva che gli oppressi comprendono meglio la responsabilità del sacrificio.

 

Parliamo dei tuoi ultimi libri. Proprio quest’anno che celebra il centenario della morte di Antoni Gaudí, pubblichi due biografie che propongono una visione non della sua opera, ma della sua figura. “Il mio Gaudí” è stato presentato ufficialmente alla Sagrada Família. Un racconto costruito attraverso lettere, ricordi e testimonianze inedite di chi conobbe l’architetto catalano

Lavorando sugli archivi gaudiniani per diversi incarichi, mi capitavano spesso sotto mano documenti e testimonianze di persone che avevano conosciuto Gaudí, e mi colpiva che tutti avessero l’urgenza di trasmettere dei tratti caratteriali della sua persona. Tra tutte quelle raccolte, ho selezionato 19 testimonianze, ordinate cronologicamente dall’infanzia alla morte di Gaudí, tra amici, artisti, intellettuali, collaboratori, fino alla monaca che gli faceva le pulizie, che permettono di ricostruire Gaudí partendo dalla sua quotidianità. Una scoperta dell’uomo attraverso lo sguardo degli altri. Emerge un ritratto molto lontano dal mito costruito di genio austero e solitario.

 

“Gaudí vivo” è uscito in concomitanza con la visita di Papa Leone XIV alla Sagrada Família. Come “Il mio Gaudí”, è una lettura che si apre volutamente a un pubblico ampio, con l’obiettivo “non di spiegare Gaudí, ma di lasciarlo parlare”, come scrive Marco Bersanelli nella prefazione.

Sulle opere e su Gaudí architetto esiste bibliografia in abbondanza, quello che mancava era una chiave di lettura per comprendere il percorso umano che ha portato Gaudí a fare quello che ha fatto. Ritengo poi che il metodo lo imponga l’oggetto: Gaudí non si è mai curato di conquistarsi il consenso dagli architetti, nemmeno ai suoi tempi. Credeva che la vera comprensione nascesse soltanto dall’esperienza diretta; così, quando a 31 anni ha incominciato a lavorare alla Sagrada Família ha intrapreso un percorso di comprensione della fede che lo ha portato a una conversione spirituale profonda. La conseguenza è l’abbandono progressivo degli importanti incarichi per le famiglie borghesi, alcuni ancora in corso. Il progetto del Tempio espiatorio diventa quindi una conseguenza della persona, non il contrario. La sua scelta esistenziale diventa quella di creare un luogo di accoglienza per tutti. Basti pensare che fu su iniziativa propria che realizzò la scuola per i figli degli operai del cantiere, scelse i poveri del quartiere per i calchi delle sculture dei santi, e non fece mai mancare uno stipendio ai lavoratori nonostante i momenti di crisi delle donazioni.

 

Ascoltandoti si ha l’impressione che il vero protagonista dei tuoi libri non sia tanto Gaudí quanto il rapporto tra architettura e vita. Se è così, che cosa significa oggi raccogliere la sua eredità? È una lezione che riguarda anche il modo in cui insegniamo l’architettura?

È un complimento, e ti ringrazio per aver colto questo accento: nei miei libri Gaudí è certamente il centro, ma attraverso di lui cerco soprattutto il rapporto tra architettura e vita. Gaudí non chiese mai ai suoi discepoli di diventare gaudisti. Non fondò una scuola destinata a ripetere le sue forme. Spiegava le proprie opere, trasmetteva tecniche, metodi e criteri, ma non pretendeva di essere imitato. Del resto, sarebbe difficile: ogni sua opera cambia linguaggio, perché nasce da un luogo, da un uso e da una necessità concreta. I suoi discepoli raccolsero alcuni procedimenti costruttivi, ma non copiarono il suo stile. Questa è già una lezione importante anche per l’insegnamento dell’architettura: trasmettere un modo di guardare e di lavorare, non un repertorio di forme. Vi è poi un elemento ancora più profondo, non trascurabile: Gaudí invitava i suoi collaboratori a partecipare alla Società di San Vincenzo de’ Paoli, cioè a un’esperienza di carità fondata non soltanto sull’aiuto, ma sull’incontro con i poveri. Credo che la sua eredità sia soprattutto questa: esercitare la professione come servizio alla vita degli altri. Essere architetti non al di sopra della realtà, ma dentro di essa.

Immagine di copertina: la Sagrada Família e Barcellona (courtesy Sagrada Família)

 

Chi è Chiara Curti

Nata a Milano nel 1972, Chiara Curti si laurea in Architettura al Politecnico di Milano e nel 1999 si trasferisce a Barcellona. È qui che, quasi per caso, nasce il suo interesse per Antoni Gaudí, che diventerà il principale oggetto della sua ricerca. Nel 2022 ottiene il dottorato in Storia dell’Arte con una tesi sulla vita relazionale di Antoni Gaudí come fondamento della costruzione della Sagrada Família. La collaborazione con la Junta Costruttrice della Sagrada Familia non è solo teorica e divulgativa: ha partecipato al restauro della cripta e del Portale della Fede della Facciata della Natività. Dal 2015 insegna presso l’Ateneu Universitari Sant Pacià di Barcellona e presenta i propri studi in congressi e seminari scientifici. Parallelamente all’attività accademica Chiara Curti è curatrice di mostre di arte e architettura e divulgatrice esperta su Gaudí: collabora con L’Osservatore Romano, National Geographic e Sàpiens, oltre a partecipare a programmi televisivi e documentari. È autrice di tre libri: “La Sagrada Família. Catedral de la Luz” (2022), “Il mio Gaudí” (2025) e “Gaudí vivo” (2026). Nel 2025 è stata insignita del titolo di Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia.

Un anno di celebrazioni

Le commemorazioni per il centenario della morte di Antoni Gaudí (1852-1926) prevedono un calendario di iniziative che si svolgono durante tutto il 2026 tra Barcellona e le altre località spagnole legate all’architetto. Oltre agli atti emblematici presso la Sagrada Familia (tra cui l’inaugurazione della Torre di Gesú Cristo e la visita del Papa la primavera scorsa), ogni edificio da lui firmato apre la porta a mostre, attività popolari, concerti, itinerari ad hoc, raccolti e facilmente identificabili all’interno della pagina web del Consell Gaudí. Il Consell per al Foment i la Difusió de l’Obra de Gaudí, creato nel 2014, è un organo consultivo del Dipartimento di Cultura della Generalitat della Catalogna, che riunisce i responsabili di 14 opere di Gaudí in Catalogna; per l’Anno Gaudí sono state però coinvolte anche 4 opere fuori dalla Catalogna: il Capricho di Comillas, il Palazzo episcopale di Astorga, Casa Botines a León e la Cattedrale di Mallorca. Per gli addetti ai lavori è previsto un congresso internazionale che si terrà presso La Pedrera tra il 22 e il 24 ottobre, dove i massimi esperti su Gaudí discuteranno i risultati delle ricerche più recenti. L’intensificarsi della saturazione turistica e la commercializzazione del patrimonio architettonico legate all’evento sono tra le critiche mosse in questi mesi dalle associazioni dei residenti e intellettuali, che hanno colto l’occasione per riportare il focus sul cantiere infinito della Sagrada Familia, gli espropri previsti per realizzare la scalinata di accesso, i disagi dovuti al flusso incessante di visitatori e la gentrificazione dei quartieri adiacenti (ma non sono gli unici). La “cattedrale del turismo globale” resta al centro dello storico dibattito sulla necessità di portare a termine un’opera di cui sono andati perduti i disegni e plastici originali durante la Guerra Civile, e che viene vista come un pastiche prodotto del consumo culturale di massa. Tra turismo, marketing e misticismo, quello legato a Gaudí è un fenomeno globale che va senz’altro oltre al valore artistico delle sue opere. Come era solito dire Juan José Lahuerta, eex direttore della Cattedra Gaudí, non esistono architetti moderni che possano vantare un successo di pubblico come Gaudí, a tutti gli effetti divenuto “una gigantesca icona turistica”.

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Tag: , , , , , , , , Last modified: 31 Agosto 2026