Adattare ma senza rinnegare. Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Alessandro Bianchi, garante del verde del Comune di Milano. Al centro i temi urbani, così stressati dai cambiamenti climatici, e le facili retoriche che si stanno sviluppando
MILANO. Il cambiamento climatico rappresenta la principale sfida che le città dovranno affrontare nel XXI secolo. L’intensificarsi delle ondate di calore, la maggiore frequenza degli eventi meteorologici estremi e la crescente vulnerabilità degli insediamenti urbani impongono un ripensamento delle politiche di pianificazione e della gestione dello spazio pubblico. Tuttavia, proprio mentre cresce la consapevolezza della necessità di adattare le città al nuovo clima, si sta affermando una narrazione che rischia di produrre un equivoco culturale: attribuire alla città storica europea la responsabilità di una crisi che ha origini completamente diverse. Il dibattito che si è sviluppato in occasione della presentazione del Piano del Verde e del Paesaggio del Comune di Milano, che si è svolta a Palazzo Marino il 24 luglio 2026, offre l’occasione per riflettere su questo rischio.
Emergenza e cancel culture
Nel suo intervento introduttivo il sindaco Giuseppe Sala ha ricordato un recente colloquio con il nuovo sindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire, il quale gli avrebbe confidato che la capitale francese sta ormai studiando come organizzare la vita urbana in uno scenario caratterizzato da temperature estive che potrebbero raggiungere i 50°. L’affermazione, che potrebbe apparire provocatoria, trova in realtà fondamento nelle strategie elaborate dalla Ville de Paris attraverso il programma Paris à 50°C, nato per preparare la città agli effetti delle future ondate di calore. La questione è dunque reale e non può essere sottovalutata. Il cambiamento climatico impone un adattamento profondo delle città. Ma adattare non significa rinnegare.
Negli ultimi anni, infatti, si è progressivamente diffusa una lettura che tende a identificare la città compatta, minerale e storica come un modello ormai superato. Le piazze lastricate, gli edifici continui, la densità urbana e persino la pietra sembrano essere diventati, nell’immaginario collettivo, i simboli di una forma urbana incompatibile con il futuro. È una rappresentazione che rischia di trasformarsi in una vera e propria cancel culture di storia e cultura urbana, nella quale oltre duemilacinquecento anni di civiltà vengono giudicati esclusivamente attraverso le categorie dell’emergenza climatica contemporanea. È una conclusione che merita di essere discussa criticamente.
La città europea non è un semplice insieme di edifici. È una costruzione culturale. Dalla polis greca alla città romana, dal comune medievale fino alla città rinascimentale e alle grandi trasformazioni ottocentesche, la forma urbana ha rappresentato il luogo nel quale si sono costruite istituzioni, relazioni sociali, commercio, democrazia, conoscenza e identità collettiva (ci riferiamo in particolare a Lewis Mumford, “The City in History” e ad Aldo Rossi, “L’architettura della città”). Le sue regole compositive non sono casuali, ma il risultato di una lunga sedimentazione storica nella quale architettura, spazio pubblico e paesaggio hanno trovato un equilibrio che costituisce ancora oggi uno dei principali patrimoni della cultura europea.
Isole di calore, i veri motivi
La crisi climatica non mette in discussione questo patrimonio. Ne impone piuttosto un aggiornamento per cause di forza maggiore di salute pubblica. Occorre infatti distinguere con chiarezza tra le cause del cambiamento climatico e gli effetti che esso produce negli ambienti urbani. Secondo il sesto Rapporto dell’IPCC (l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite), il riscaldamento globale è determinato prevalentemente dall’accumulo di gas serra derivante dalla combustione dei combustibili fossili, dalla produzione industriale, dall’agricoltura e dagli allevamenti intensivi, dal sistema energetico, dai trasporti, dalla deforestazione e dalle trasformazioni nell’uso del suolo. A questi fattori si aggiungono oggi gli effetti ambientali dei conflitti armati, il cui impatto emissivo è sempre più rilevante.
Non è dunque la città storica consolidata ad aver prodotto il cambiamento climatico. Le piazze italiane ed europee, i centri medievali, gli impianti rinascimentali o i boulevard ottocenteschi non sono la causa dell’innalzamento delle temperature globali. A produrre emissioni sono piuttosto i modi in cui queste città vengono abitate e alimentate: le fonti energetiche, il riscaldamento degli edifici, la mobilità, la produzione e i consumi. Non è dunque la città storica a dover essere messa sotto accusa, ma il modello di urbanizzazione ad alta intensità energetica che si è affermato nel secondo dopoguerra: espansivo, dipendente dall’automobile e alimentato in larga misura da fonti fossili.
La climatologia urbana descrive da tempo il fenomeno dell’urban heat island, l’isola di calore urbana, determinata dalla capacità delle superfici minerali di accumulare energia durante il giorno e restituirla lentamente nelle ore notturne. Asfalto, cemento e coperture impermeabili contribuiscono ad aumentare le temperature locali rispetto alle aree rurali circostanti. Si tratta di un fenomeno fisico ben conosciuto, ma anche in questo caso è necessario evitare semplificazioni. L’isola di calore non è il prodotto inevitabile della città storica; è soprattutto il risultato della progressiva impermeabilizzazione dei suoli, della riduzione della vegetazione, della diffusione dell’asfalto e della perdita del ciclo naturale dell’acqua, processi che hanno caratterizzato in larga misura l’urbanizzazione della seconda metà del Novecento. È qui che occorre collocare la vera critica a certa urbanistica – non tutta ben inteso – del secondo dopoguerra.
Negli ultimi 60 anni una parte significativa della crescita urbana europea è stata guidata dalla dispersione insediativa, dall’espansione automobilistica, dal consumo di suolo agricolo e dalla costruzione di periferie prive di adeguati spazi pubblici e infrastrutture ecologiche (reti verdi e blu). Quartieri interamente asfaltati, parcheggi, grandi superfici commerciali e infrastrutture stradali hanno sostituito progressivamente il suolo naturale, aumentando la vulnerabilità climatica delle città. In molti casi le periferie costruite negli ultimi decenni risultano oggi molto più esposte alle alte temperature rispetto ai centri storici, dove la compattezza edilizia, la ridotta esposizione solare delle strade, la presenza di corti interne, portici e materiali ad elevata inerzia termica continuano a offrire condizioni microclimatiche sorprendentemente favorevoli.
Nessuna negazione, servono equilibrio e integrazione
Questo non significa idealizzare la città storica né negarne i limiti. Significa riconoscere che la risposta alla crisi climatica non consiste nella sostituzione di un modello urbano che ha attraversato oltre due millenni di storia, ma nella correzione degli errori più recenti della pianificazione urbana e territoriale. La città europea possiede infatti una qualità fondamentale che la cultura urbanistica contemporanea tende talvolta a sottovalutare: la densità. Jane Jacobs (in “Death and Life of Great American Cities”) aveva già osservato come la compattezza urbana rappresentasse una risorsa sociale, economica ed ecologica, capace di ridurre gli spostamenti, favorire la prossimità e mantenere vivo lo spazio pubblico. Analogamente, Jan Gehl (in “Cities for People”) ha dimostrato come la qualità della città dipenda innanzitutto dalla sua capacità di essere abitata e percorsa dalle persone, più che dalla quantità delle superfici disponibili.
In questa prospettiva il verde non deve essere interpretato come l’alternativa alla città, ma come una sua infrastruttura fondamentale. È questo il significato più interessante del Piano del Verde e del Paesaggio di Milano. La riforestazione urbana, la de-impermeabilizzazione dei suoli, il recupero delle acque meteoriche, la tutela del patrimonio arboreo e la costruzione di corridoi ecologici non rappresentano una negazione della città costruita, ma strumenti attraverso i quali essa può recuperare un nuovo equilibrio con il clima. Le cosiddette Nature-Based Solutions, oggi promosse dalla Commissione europea e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, non propongono infatti la sostituzione della città con la natura, ma la loro integrazione.
Anche l’esperienza parigina conferma questa impostazione. Il programma Paris à 50°C non immagina di demolire la città haussmanniana, né di trasformare il centro storico in un grande parco urbano. Propone invece di rafforzarne la resilienza mediante alberature, ombreggiamento, superfici permeabili, adattamento energetico degli edifici e una diversa gestione dello spazio pubblico. L’obiettivo non è cancellare la città nelle sue forme storiche, nella sua cultura sedimentata, ma renderla nuovamente capace di rispondere alle condizioni ambientali del presente.
L’Italia dispone probabilmente del più importante patrimonio urbano storico del mondo. Le sue città sono il risultato di una relazione secolare tra costruito e paesaggio. Dai giardini rinascimentali ai filari alberati di origine ottocentesca, dalle piazze monumentali ai navigli, fino ai sistemi delle ville suburbane, la tradizione italiana non ha mai concepito natura e città come realtà contrapposte. Questa eredità rappresenta oggi una risorsa progettuale, non un vincolo.
La sfida climatica impone certamente innovazione tecnologica, nuove infrastrutture verdi, una diversa gestione dell’acqua, una drastica riduzione delle emissioni e una revisione dei modelli di consumo energetico. Ma non richiede di riscrivere la storia della città europea. Al contrario, proprio la sua lunga esperienza dimostra come gli insediamenti urbani abbiano sempre saputo adattarsi ai mutamenti economici, sociali e ambientali senza perdere la propria identità. Difendere la città tradizionale non significa assumere una posizione nostalgica né opporsi alla transizione ecologica. Significa ricordare che il cambiamento climatico è innanzitutto una crisi energetica e ambientale del pianeta, non una crisi della forma urbana. La città amplifica alcuni effetti del riscaldamento globale, ma non li genera. Confondere queste due dimensioni conduce a individuare un falso responsabile e rischia di distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi: un modello di sviluppo fondato sull’uso intensivo dei combustibili fossili, sull’espansione incontrollata delle aree urbanizzate, sulla progressiva artificializzazione del suolo e sul consumo indiscriminato delle risorse naturali.
La modernità non consiste dunque nel sostituire la città con la natura, ma nel ricostruire il loro equilibrio. La città europea ha attraversato oltre 25 secoli di storia perché è sempre stata capace di trasformarsi senza rinnegare sé stessa. È questa la lezione che oggi dovremmo recuperare: non cancellare la città tradizionale, ma renderla nuovamente il luogo nel quale innovazione, cultura e ambiente possano convivere. Solo così l’adattamento climatico diventerà un progetto di civiltà e non la rinuncia alla più grande invenzione collettiva dell’Europa.
Immagine di copertina: Milano






















