L’ufficio open space ha chiuso?
Le nuove frontiere del progetto puntano a soddisfare le esigenze, spesso inconsce, degli utenti
Published 21 settembre 2024 – © riproduzione riservata
Torri che s’aggrappano l’un l’altra, crescendo verso il cielo. Questa potrebbe essere l’immagine simbolica che riemerge alla mente quando pensiamo agli uffici nelle città moderne. Questa immagine stereotipata riflette, e in questo caso non solo metaforicamente ma anche letteralmente, il nostro leggendario quanto scadente approccio alla progettazione dei luoghi di lavoro, sin dall’inizio dell’era moderna.
Dagli anni sessanta del secolo scorso, queste vuote facciate vetrate sono state trasposte anche in layout interni, promuovendo il cosiddetto ufficio open space. Sembrava come se la produzione di massa si fosse trasferita dalle fabbriche agli uffici. Non ultimo, le scrivanie private sono state trasformate in tavoli condivisi, senza zone personalizzate, per fondere la rivoluzione digitale con l’efficienza. «Ma qui sta succedendo qualcosa, e tu non sai cosa», chiedeva profeticamente Bob Dylan in The Thin Man Ballade (1965), «vero signor Jones?».
Dopo la crisi pandemica, ma anche ben prima, è iniziata a crescere la richiesta di concepire lo spazio dei cicli quotidiani nei luoghi di lavoro prendendo più seriamente in considerazione gli umani che abitano queste stanze. Come sottolinea Byung-Chul Han in The Burnout Society (2015), la nostra epoca è caratterizzata da “violenza neuronale” con disturbi mentali di vario tipo, sempre più frequenti, in particolare, nelle giovani generazioni, causati da un auto-sfruttamento finalizzato ad un’autorealizzazione radicata solo nella dimensione produttiva. I ritmi di lavoro non sono gli unici, né i peggiori elementi che causano l’incremento di questo rischio. Oltre alla “deprivazione di significato” che permea le routine quotidiane, alla frammentazione assurda e troppo frequente dei compiti, e alla quotidiana pressione gerarchica ad estendere il tempo di lavoro “grazie” a dispositivi digitali sempre attivi, anche l’architettura sta conquistandosi un ruolo di primo piano. I luoghi di lavoro sono, infatti, uno degli inneschi di questo dannoso esito. Appropriatamente, proprio su questa soglia, le neuroscienze e il design stanno lavorando per predisporre ambienti che siano capaci di adattare lo spazio alle esigenze, quasi sempre inconsce, di tutti i vari utenti.
Significato e scopo, corpo e gioco, nuovi lavori, territorio e personalizzazione, e produttività lenta, sono tra gli argomenti chiave che guidano la nostra esplorazione in questo prossimo ciclo di articoli. Attraverso quattro contributi vogliamo rendere lo stato dell’arte di come le scienze umane stanno alimentando questo cruciale ed irrevocabile cambiamento nella progettazione del posto di lavoro.
Iniziamo con la recensione di un libro che aprirà la discussione sull’intersezione tra neuroscienze e progettazione dell’ufficio. In seguito, proseguendo con un caso studio, esamineremo l’applicazione delle scoperte neuroscientifiche alla progettazione spaziale e alle sfide che comporta. Seguirà un’intervista che riunisce esperti di diverse discipline (designer, developer e neuroscienziati) per discutere le tendenze attuali e i malintesi più comuni. Infine, amplieremo l’indagine concentrandoci su esperimenti e ricerche prodotti sugli ambienti ufficio, attraverso una lente neuroscientifica.



















