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Arianna PanarellaScritto da: Reviews

Arte e architettura, lo spazio conteso

Arte e architettura, lo spazio conteso
Fulvio Irace restituisce la dimensione urbana e politica di Francesco Somaini, Adachiara Zevi tratteggia criticamente l’evoluzione di un rapporto disciplinare complesso. Due libri offrono letture per il presente

 

Nel momento in cui il progetto contemporaneo torna a interrogarsi sul senso dello spazio – non più soltanto come costruzione, ma come campo di forze, dispositivo critico e luogo di negoziazione tra individuo e collettività – due libri recenti riaprono una questione che attraversa tutto il Novecento e si impone con rinnovata urgenza nel presente: il rapporto tra arte, architettura e città.

Da un lato, la voce militante, visionaria e profondamente politica di Francesco Somaini, restituita attraverso gli scritti raccolti e curati da Fulvio Irace; dall’altro, l’indagine lucida e appassionata di Adachiara Zevi, che mette a fuoco il confronto – spesso aspro, talvolta irrisolto – tra artisti e architetti nello spazio condiviso.

Due libri diversi per impostazione e linguaggio, ma attraversati da una stessa tensione: capire se e in che modo le pratiche artistiche e progettuali possano ancora incidere sulla forma e sul significato dei luoghi che abitiamo.

 

Gli scritti di Somaini: sculture come incisioni urbane

Ci sono artisti che scolpiscono la materia e altri che tentano, con ostinazione quasi prometeica, di scolpire lo spazio stesso della città. Francesco Somaini appartiene a questa seconda, più rara categoria, e il volume curato da Fulvio Irace ne restituisce con grande chiarezza la statura teorica, oltre che la radicalità dello sguardo.

Il libro – “Francesco Somaini. Corpo urbano: dalla scultura alla città. Scritti polemici (1970-1982)” (a cura di Fulvio Irace, Johan & Levi, 2026, 172 pagine, 23 €) – raccoglie una selezione densa e significativa di scritti, appunti, dichiarazioni di poetica e materiali progettuali elaborati tra il 1970 e il 1982: un arco temporale cruciale, in cui l’esperienza americana – dalle esposizioni newyorkesi ai progetti monumentali per città come Atlanta, Baltimora e Rochester – costringe Somaini a confrontarsi con la scala vertiginosa e spesso alienante della metropoli moderna. È proprio in questo passaggio che la sua riflessione si fa più incisiva, più polemica, più necessaria.

La scultura, per Somaini, non può più limitarsi a occupare uno spazio: deve metterlo in crisi. Deve entrare nel tessuto urbano come elemento perturbante, come forza capace di restituire spessore simbolico a una città che il modernismo ha progressivamente svuotato. Il bersaglio è chiaro: l’astrazione dell’International Style, la neutralità apparente delle sue superfici, ma anche le utopie megastrutturali che, nel tentativo di dominare la complessità, finiscono per cancellarla. Il lavoro di Irace è fondamentale proprio perché non si limita a raccogliere questi materiali, ma li ricompone in una traiettoria coerente, illuminandone i riferimenti teorici e il contesto culturale. Le letture di sociologia e urbanistica, le suggestioni provenienti dal dibattito architettonico, il dialogo con figure centrali del pensiero novecentesco emergono con forza, restituendo l’immagine di un artista che pensa e agisce ben oltre i confini disciplinari.

Particolarmente affascinante è il ruolo dei fotomontaggi e dei disegni visionari, che nel volume assumono una funzione tutt’altro che accessoria: sono veri e propri dispositivi progettuali, strumenti attraverso cui Somaini immagina interventi capaci di incidere nel corpo della città. Non utopie astratte, ma ipotesi concrete, anche quando formalmente estreme, che cercano di restituire allo spazio urbano una dimensione esperienziale, quasi rituale.

In questo senso, il concetto di corpo urbano diventa la chiave interpretativa dell’intero lavoro: la città non è più sfondo, ma organismo vivo, attraversato da tensioni, conflitti, stratificazioni. La scultura si inserisce in questo organismo non come elemento decorativo, ma come presenza attiva, capace di generare relazioni e significati.

Letto oggi, nel contesto del centenario della nascita di Somaini, il libro acquista una risonanza particolare. In un’epoca segnata da nuove forme di standardizzazione e da una crescente perdita di identità degli spazi pubblici, la sua richiesta di una ri-sacralizzazione della città – intesa non in senso nostalgico, ma come recupero di una dimensione simbolica e collettiva – appare sorprendentemente attuale.

Confronto disciplinare, storia e critica  di una frizione costante

Se il libro su Somaini racconta il tentativo, quasi solitario e radicale, di un artista di entrare nel cuore della città per trasformarla, il volume di Adachiara Zevi “Artisti e architetti alla prova dello spazio” (Donzelli Editore, 2025, 560 pagine, 50 €) affronta la questione da una prospettiva più ampia e sistematica, interrogando direttamente il rapporto – storico, conflittuale e mai del tutto risolto – tra arte e architettura.

Non è una semplice ricognizione, ma un attraversamento critico costruito per nuclei tematici, che permette all’autrice di muoversi liberamente tra epoche, contesti e figure, mettendo in relazione esperienze anche molto distanti tra loro. Ne emerge un discorso stratificato, in cui teoria, storia e militanza si intrecciano senza mai perdere tensione.

Il punto di partenza è tanto semplice quanto decisivo: arte e architettura condividono lo spazio, ma raramente condividono una visione. Da qui nasce una frizione costante, che Zevi non cerca di risolvere in modo conciliatorio, ma piuttosto di comprendere e, in qualche misura, di valorizzare. La sua posizione è netta: ogni idea di “sintesi delle arti” intesa come fusione indistinta è destinata al fallimento. Solo il riconoscimento delle differenze può aprire a un dialogo autentico. Questa consapevolezza attraversa l’intero volume e si traduce in un’analisi puntuale delle derive che hanno segnato entrambe le discipline. Da un lato, artisti che, appropriandosi del linguaggio architettonico, finiscono per ignorarne la complessità, limitandosi a ingigantire il gesto artistico; dall’altro, architetti che, nel tentativo di superare il funzionalismo, scivolano in una dimensione estetizzante, riducendo l’arte a decorazione.

Il libro si muove così tra esempi emblematici e passaggi teorici, attraversando alcune delle esperienze più significative del secondo Novecento. Le ricerche di artisti come Lucio Fontana e Jackson Pollock diventano momenti chiave per comprendere la trasformazione dello spazio nell’arte contemporanea, mentre la crisi del “white cube” segna la fine di un’illusione di neutralità espositiva. L’allestimento emerge come atto critico, il museo come luogo di confronto, lo spazio urbano come terreno di scontro e possibilità.

Uno dei passaggi più intensi riguarda le collaborazioni tra artisti e architetti, non idealizzate ma analizzate nella loro complessità, così come le pratiche radicali che hanno messo in discussione l’idea stessa di costruzione, aprendo a forme di intervento temporaneo, effimero, talvolta apertamente antagonista. Arte e architettura si confrontano con questioni che non possono più essere eluse: sostenibilità, responsabilità sociale, uso consapevole delle risorse, partecipazione delle comunità. Il libro non offre soluzioni facili, né tenta di chiudere il dibattito. Al contrario, lo riapre, rilanciando una domanda fondamentale: è ancora possibile immaginare uno spazio in cui arte e architettura collaborino senza annullarsi a vicenda?

In questo senso, “Artisti e architetti alla prova dello spazio” non è soltanto un saggio sul passato recente, ma uno strumento critico per leggere il presente. Un invito a ripensare lo spazio non come contenitore neutro, ma come luogo in cui si giocano questioni estetiche, politiche e sociali, e in cui il confronto tra discipline può diventare, ancora, una risorsa e non un limite.

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Tag: , , , , , , , , , Last modified: 17 Giugno 2026