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Scritto da: Mosaico Patrimonio Progetti

Proteggere un patrimonio, doppio: riapre il cannocchiale di Scarpa alla Gypsotheca

Proteggere un patrimonio, doppio: riapre il cannocchiale di Scarpa alla Gypsotheca
Un complesso progetto di restauro e un anno di lavori, a Possagno, per l’addizione disegnata 70 anni fa da Carlo Scarpa per accogliere le statue di Antonio Canova. Dettagli e materiali per contrastare infiltrazioni e umidità

 

POSSAGNO (Treviso). I lavori di restauro del cannocchiale scarpiano sono durati poco meno di un anno: dal 3 giugno 2025, data dell’inizio delle operazioni di messa in sicurezza del sito, fino al 29 maggio 2026, giorno in cui la manica adiacente all’Ala Lazzari è stata riaperta al pubblico. Si trattava di un intervento non più procrastinabile (in virtù di un finanziamento di 460.00 euro del Ministero della Cultura), considerata l’entità e la diffusione delle infiltrazioni dalla copertura e l’estensione degli ammaloramenti causati dall’umidità ascendente sul pavimento lapideo e lungo le pareti in elevazione.

 

Le ricerche sul degrado

Già tra il 2005 e il 2007 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Venezia aveva portato a termine un programma di risanamento conservativo mirato a risolvere alcune problematiche di degrado che poi si sono ripresentate a distanza di qualche anno. L’addizione progettata da Carlo Scarpa risale al 1957, anno in cui ricorreva il bicentenario dalla nascita di Antonio Canova, pertanto, se un intervento di conservazione a 50 anni dalla costruzione di un edificio può essere considerato un fatto naturale, lo è molto meno dover porre mano a un ulteriore restauro a neppure 20 anni di distanza.

Questa condizione ha indotto i tecnici della Soprintendenza a indagare più a fondo sulle cause di degrado, approfondendo la conoscenza del manufatto attraverso una serie di indagini preliminari imprescindibili per poter intervenire in modo mirato e risolutivo.

La prima fase è stata quindi la messa in sicurezza mediante l’installazione di un ponteggio che ha avvolto completamente il corpo di fabbrica, con una copertura provvisoria in modo da garantire la protezione della copertura dalle intemperie; contemporaneamente è iniziata l’attività di ricerca promossa dall’Università IUAV di Venezia, attraverso il Cluster Matesca (Materiali tecniche edificatorie strutture del costruito antico). Trattandosi di un approccio interdisciplinare che ha coinvolto anche il laboratorio di Geomatica CIRCE, LabMeS (Laboratorio materiali e strutture) e FisTec (Laboratorio di fisica tecnica ambientale), Emanuela Sorbo, responsabile scientifica del progetto, ha svolto il ruolo di coordinamento, coadiuvata da Francesca Bertoncello, Tommaso Moretto e Gianluca Spironelli.

L’attività di ricerca ha contemplato indagini archivistiche, consultazioni di fonti bibliografiche, rilievi geometrici, analisi diagnostiche finalizzate a individuare le prime valutazioni conservative, dopo aver delineato un quadro conoscitivo approfondito, integrando dati e informazioni indispensabili per comprendere lo stato di conservazione del manufatto e per supportare le scelte progettuali e gli interventi di restauro.

 

Lastre in calcestruzzo e vetrata in ferro

A questa prima fase è seguito il rilievo geometrico, fotogrammetrico, con impiego di laser scanner, droni e sistemi informativi geografici (GIS), oltre ad analisi idrologiche finalizzate a esplorare la rete di smaltimento delle acque meteoriche, morfometriche per individuare il gradiente di pendenza della copertura per un corretto deflusso, prospezioni con georadar non invasive, indagini termografiche, pacometriche, microsismiche per valutare lo stato delle sollecitazioni con applicazione di sensori e monitoraggio, poi ancora endoscopie e modellazione con discrettizzazione degli elementi costruttivi.

Questi studi preliminari hanno delineato una situazione generale alquanto compromessa con fenomeni estesi di degrado: il flusso delle acque meteoriche lungo i discendenti era pari a un decimo di quello necessario, vi erano ristagni sia sulla copertura, che sui pluviali e soprattutto nell’intercapedine in corrispondenza della soletta del pavimento. Era quindi necessario sostituire i discendenti, asportare l’accumulo di materiale umido addossato al piede delle murature in elevazione e nei sottofondi, oltre alla rimozione completa del pacchetto di copertura, in gran parte imbevuta d’acqua, per ripristinare la corretta pendenza con il ricollocamento dello strato superiore composto da lastre di calcestruzzo, di 80 x 80 centimetri, prive di armatura e sottilissime (non più di 2 centimetri), da asportare evitando di danneggiarle irreparabilmente.

La tenuta all’acqua della grande vetrata terminale del cannocchiale è stata ripristinata con calibrati interventi di sigillatura e rifinitura della scossalina sul filo inferiore in corrispondenza della vasca d’acqua.

Un intervento corale e modello

Del resto già nel 1958 alcuni carteggi testimoniavano percolazioni d’acqua piovana attraverso i lucernari e la necessità di intervenire con reiterate azioni di manutenzione. L’intonaco interno sulla parete ovest è stato scarificato, mettendo a nudo la struttura portante di laterizio e sostituito da un nuovo strato con le medesime caratteristiche materiche e di tonalità di quello rimosso. Le pareti in elevazione sono in muratura, ma realizzate con laterizio disomogeneo, come riscontrato dall’inedita alternanza tra uno strato inferiore di mattoni forati sormontato da un paramento di mattoni pieni.

Il solaio di copertura anziché essere di cemento armato è di laterocemento con blocchi di laterizio fessurati e travetti di calcestruzzo realizzati con una tecnica approssimativa. Va anche detto che la vulnerabilità dell’edificio rispecchia la situazione economica di quegli anni in cui l’Italia era uscita in macerie dal conflitto e il boom economico ancora non si vedeva all’orizzonte.

Il quadro sopradescritto illustra la situazione gravemente compromessa con cui si sono dovuti confrontare i progettisti dell’intervento di conservazione, dal Soprintendente Fabrizio Magani, che ha seguito le fasi preliminari, al suo successore, l’archeologo Vincenzo Tiné che ha supervisionato l’iter della progettazione esecutiva e del cantiere, coadiuvato dall’architetto Andrea Mantovani, direttore operativo, nonché curatore del restauro delle teche espositive progettate da Carlo Scarpa. L’ultima fase dei lavori è stata eseguita sotto il controllo dalla soprintendente Marta Mazza.

La progettazione esecutiva e la direzione dei lavori sono state affidate all’architetto Giulio Muratori dello Studio Muratori & Zanon di Padova. Tra le imprese coinvolte nell’opera vi è la ditta Asolo Costruzioni e restauri e l’Impresa Garbuio che hanno effettuato le opere di risanamento, impermeabilizzazione, i ripristini degli intonaci e delle tinteggiature; Francese Giuseppe che ha curato la conservazione dei cementi armati; l’Officina Zanon Gino di Paolo e Francesco Zanon e la ditta Passarella Restauri che sono intervenute sulle teche di ferro, legno e vetro contenenti i bozzetti di argilla.

 

Le teche emblema dell’allestimento

Quest’ultime investono un ruolo non secondario nell’allestimento scarpiano, infatti è proprio grazie alle bacheche progettate da Scarpa per le Gallerie dell’Accademia che Vittorio Moschini già nel novembre 1951 scrive una lettera alla Fondazione Canova indicando il nome del maestro veneziano per realizzare i supporti per i bozzetti del Canova.

È stato quindi condotto uno studio analitico sulle teche, in particolare sui disegni custoditi nell’Archivio Scarpa di Treviso e su un prezioso disegno del Museo delle arti applicate di Vienna (MAK). Le bacheche sono in tutto 9 in 5 varianti tipologiche a seconda dell’involucro vetrato e del piano di appoggio, di legno rivestito di tessuto, di forma quadrata o rettangolare.

L’intervento non è stato ancora ultimato e ha preso avvio da una teca paradigma, che è stata completamente smontata e rimontata, inserendo una cerchiatura metallica invisibile alla base lignea, ripulendo i fermavetri di muntz-metal e sostituendo i vetri con lastre di vetro temperato extrachiaro di 4 millimetri di spessore, al posto di quelle di 5 millimetri che erano state impropriamente collocate dopo aver distrutto quelle originarie da 3 millimetri. Sono stati inseriti anche dei sistemi nascosti di fissaggio dei bozzetti al piano d’appoggio, in modo da metterli in sicurezza in caso di eventi tellurici.

Il lavoro svolto sottolinea il ruolo fondamentale della manutenzione programmata finalizzata a procrastinare quanto più possibile ulteriori e ingenti interventi di restauro e rappresenta il risultato di una proficua collaborazione tra istituzioni della tutela, università, amministrazione comunale di Possagno, Museo Gypsotheca Antonio Canova, liberi professionisti e imprese e conferma il valore della ricerca applicata come strumento fondamentale per la conoscenza, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio architettonico del moderno.

Immagine di copertina: Museo Gypsotheca Antonio Canova, Possagno (Treviso), Ala Scarpa dopo il restauro, 2026 (©Lino Zanesco)

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