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Scritto da: Professione e Formazione

Renato Nicolini (1942-2012) Va difeso «contro» i suoi ammiratori

Renato Nicolini (1942-2012) Va difeso «contro»  i suoi ammiratori

Correva l’anno 1974 e in uno dei due importanti numeri monografici che «Controspazio» dedicò all’opera di Ridolfi, Renato Nicolini, all’epoca caporedattore della rivista, scrisse un articolo dal titolo provocatorio: Ridolfi difeso contro i suoi ammiratori, una spigolosa disamina delle vischiose vicende dell’architettura italiana dalla ricostruzione in poi. Accontentandoci del titolo, oggi, con una facile parafrasi potremmo dire: Nicolini difeso contro i suoi ammiratori. La commovente e sincera esplosione di dolore seguita alla sua scomparsa, è stata purtroppo accompagnata da una sorta di parata auto-celebrativa di molti che hanno approfittato di questa triste vetrina per autocelebrarsi. Quanti possono sedere alla destra del Padre? Chi il più amico, il più fedele collaboratore, il più avventuroso dei compagni di avventure? Sono convinto che tutto questo fervore avrebbe permesso a Renato di lanciarsi in uno di quei commenti tanto taglienti quanto surreali che gli erano propri. Citazioni dotte o ironici calembour, conclusioni leggere che nascevano da complesse riflessioni politiche. Già, la politica: la linfa vera del suo pensiero, un modo di pensarla e di attuarla quasi sempre sgradito ai palazzi e agli apparati, che anche in questa occasione se la sono spesso cavata con trite parole di circostanza. Prima del Nicolini architetto di cui forse maggiormente si dovrebbe parlare qui, è la sua immagine politica che scatta in primo piano. Dal 1977 l’estate non è più soltanto una stagione meteorologica o una composizione di Vivaldi, il suo primo aggettivo dopo «afosa» è «romana», tanto che di questa trasformazione semantica hanno preso atto anche Google e Wikipedia.
Nicolini l’assessore alla Cultura, fatto proprio dalla gente, anche da quella che con la cultura aveva poca dimestichezza, preso a modello da molti suoi colleghi di provincia o di livello internazionale; basti pensare a Jack Lang, ministro della Cultura francese. E l’architetto dov’era? Ovviamente con l’assessore; anzi, era il suo specchio. Dunque assessore=architetto=? Certo ci sono dei distinguo: in tempi lontani fece scandalo il libro L’architettura di Roma Capitale, scritto con Vanna Fraticelli e Gianni Accasto, che al di là delle semplificazioni «moderne» guardava più da vicino le vicende dell’architettura a Roma, da quella post-papalina e «piemontese» fino a quella contemporanea, senza scandalizzarsi troppo del cinismo che da sempre alita nelle vie dell’Urbe. Scandaloso il libro, scandalose le polemiche sulla figura e l’opera di Louis Kahn che arroventavano il dibattito. Il ’68 era finito da poco, ma l’aria si stava facendo irrespirabile. Con il ’68 tra l’altro erano spariti i parlamentini universitari, dove giovani di buone letture, e spesso di future ambigue carriere, facevano la loro gavetta politica. Molti furono risucchiati nel vortice del Movimento per ritrovarsi alla fine del giro in posizioni molto lontane da quelle iniziali, ma questa è un’altra storia. Nicolini, già piccolo leader, superò brillantemente la tempesta e pochi anni dopo entrò nella Giunta di Giulio Carlo Argan, la prima espressa dalla sinistra dopo quella del sindaco Nathan. L’architetto in Giunta: non era il primo, tra l’altro Roma aveva già avuto purtroppo dimenticabili sindaci ingegneri. Un grande uomo di cultura, Argan, come sindaco, un architetto colto a quell’assessorato-Cenerentola che all’epoca il codice Cencelli comunale piazzava all’ultimo posto per capacità di drenare consenso o clientele, quindi un assessorato pro-forma. Ed è qui che l’architetto ha avuto la meglio sull’assessore. Che cosa ha in più un architetto colto e dedito alla politica rispetto al solito professionista «prestato» alla politica? Sa che cosa è un progetto. Progetto, per chi prende il problema sul serio e non per routine, è molto di più di quattro disegnini e della scelta delle piastrelle. Vuol dire unire obiettivi e strumenti, strategia e tattica, fondare il futuro sulla memoria profonda.
Per Nicolini il tema di progetto fu uno: Roma. Roma svuotata di ogni umanità dalle tenebre degli anni di piombo, privata della sua vitalità e della sua gioia di vivere. Il progetto-scommessa fu allora quello di far vivere la notte, con gioia, intelligenza e fantasia. La gente capì e uscì, collaborò consapevolmente o inconsciamente al progetto. E fu un’estate senza fine, che dilatò i limiti del calendario. Nicolini usò ogni strumento: le mostre in musei che nessuno visitava da anni facevano il pienone, il centro e la periferia si riempirono di palcoscenici e di luoghi deputati all’incontro gioioso. Quando però, terminata l’emergenza terrorismo, lo spettacolo finì, l’assessore scoprì di essere diventato scomodo, di essere praticamente solo, promosso a capo di un’istituzione virtuale come il Palazzo delle Esposizioni, tanto nuova e piena di buone intenzioni quanto in realtà priva di reali risorse e spazi di attuazione. Ritrovò allora l’Università, dove il contatto con gli studenti gli fornì motivazione, ritrovò il gusto del dibattito sull’architettura e la città. Soprattutto, si dedicò con entusiasmo a uno dei suoi mestieri segreti ma non troppo: quello dell’uomo di teatro. Attore e regista, ha giocato uno dei ruoli più antichi dello spettacolo, quello del capocomico, come Molière, come Eduardo. Un architetto capocomico, con un teatro a disposizione, voluto dall’Università a Reggio Calabria, piccolo ma vero. Sarebbe bello se portasse il suo nome.
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Last modified: 19 Luglio 2015