Che gran parte dellarchitettura contemporanea in Italia sia aggressiva, è ovvio. Che gli architetti non siano disposti a mollare nulla del proprio ego e vogliano lasciare il segno, è evidente. Che tutto ciò cimpedisca di vedere come sia necessaria una profonda trasformazione, una conversione, verso un differente modo di progettare, è preoccupante.
È inutile nasconderselo: gli architetti quasi sempre sono arroganti, prepotenti, superbi, boriosi, sfrontati, insolenti e tracotanti. Maneggiano senza riguardo quanto ci circonda. Vogliono lasciare una profonda traccia del proprio operato. Così ormai quasi sempre larchitettura diviene un luogo per stupire, ma non per abitare. Ma qualcosa sta cambiando.
Forse è tempo di riscoprire un carattere che, seppure spesso disprezzato, ci può aiutare. La timidezza non è una malattia ma una virtù preziosa che ci insegna a maneggiare il mondo con delicatezza ponendoci molti dubbi e chiedendo permesso prima di agire. In un mondo di sopraffazione sfacciata, la nonviolenza verso le cose è la più grande forza a nostra disposizione. La vera ricchezza dellarchitetto timido è data dal saper intervenire con poco, del quale poco non vi è mai penuria, utilizzando la conoscenza, la conservazione dellesistente e la stratificazione della nuova architettura con cautela, attenzione, affetto, umiltà e intelligenza. La sperimentazione consiste in parte nel lasciare le cose come stanno. Osservare, conoscere e intervenire dopo un lungo periodo di studio, al limite non intervenire per niente.
Così in silenzio e nella penombra si scoprono spie, tracce, sacche di resistenza per questo modo discreto di progettare che, paradossalmente, è una vera rivoluzione: è come parlare sottovoce in un mondo di urlatori. Qualche esempio: lo schivo recupero del cimitero storico di Timau-Cleulis, discreta e silenziosa traccia intelligente; e ancora in Friuli, il parco Ungaretti, che si stratifica con dolcezza sulla memoria del luogo; il recupero di un tabià a Selva di Cadore, che rispetta la materia delledificio conservandola; infine, dallaltra parte del globo, gli interventi di TYIN Tegnestue in Thailandia, che confermano un atteggiamento umile di ascolto della tradizione costruttiva locale.
Mi viene un dubbio: non sarà proprio questo nuovo atteggiamento, che comporta un cambiamento di paradigma, a generare il futuro dellarchitettura italiana? A pensarci bene è forse lunica architettura al mondo capace di caratterizzarsi, quando lo vuole, per il suo saper affrontare sia la città stratificata che il paesaggio antropizzato.
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