A un mese dal terremoto che ha quasi totalmente distrutto la capitale di uno dei paesi più poveri del mondo, la priorità è limpostazione di un piano di ricostruzione. Mentre sono 1 milione le persone senza dimora, il coordinamento delle fasi successive, complicato dallinstabilità politica, è ancora nel caos (le recenti catastrofi hanno insegnato come sia fondamentale rimettere lo stato locale al centro delle decisioni). Il piano di lungo periodo dovrà poi affrontare la mancanza di un regolamento urbanistico, la deforestazione e la necessità di ripensare Port-au-Prince nel suo insieme. Una commissione governativa lavora attualmente su tre ambiti: il bilancio dei danni, la realizzazione di strutture temporanee e un programma di studi urbani sulla ricostruzione di lungo periodo coordinato da Patrick Delatour, ministro del Turismo. Lopzione è quella di realizzare nella periferia accampamenti ufficiali provvisti di sistemi di smaltimento acque, centri sanitari e scuole, mentre 200.000 strutture abitative temporanee dovranno essere installate prima della stagione delle piogge, che inizia ad aprile. Secondo una stima della Banca interamericana di sviluppo, per le prime fasi di ricostruzione saranno necessari 3 miliardi di dollari.
In questo processo è fondamentale lapporto delle Ong, soprattutto quelle attive nel campo dellarchitettura e dellingegneria. I primi a recarsi sul posto sono stati i francesi Architectes de lurgence, la Ong accreditata dallUnione europea e dalle Nazioni Unite (con sedi in Canada e Australia), appoggiata e sostenuta dallUnion internationale des architectes e già attiva a Haiti prima del terremoto, che il 14 gennaio ha mandato 5 architetti e ingegneri per mettere in sicurezza ospedali, centrali elettriche e scuole e delimitare gli edifici a rischio crollo. «Il problema maggiore sta nel fatto che circa il 60% degli edifici non rispettava le normative, il che spiega le dimensioni così ampie dei danni provocati dal sisma. È ancora prematuro pensare però a un piano di ricostruzione», ha dichiarato Patrick Coulombel, cofondatore e presidente della Ong (www.archi-urgent.com).
Matthew Petersen, direttore generale dellagenzia di sviluppo sostenibile Global Green, già molto attiva nel processo di ricostruzione di New Orleans, vede nella ricostruzione una grande opportunità: «Se tra tre anni Haiti fosse meno vulnerabile alle interruzioni di elettricità, alle crisi sanitarie e alle catastrofi grazie a edifici antisismici solidi ed ecologici, questo terremoto avrebbe almeno un lato positivo». E auspica che qualunque programma di ricostruzione sia accompagnato da un piano di riforestazione (www.globalgreen.org).
Victoria Harris, presidente di Article 25, Ong il cui nome è un riferimento esplicito allarticolo della Dichiarazione universale dei diritti umani dellOnu che include il diritto alla casa, ricorda che «bisogna fare in modo che le nuove costruzioni rispondano alle norme attuali sul piano tecnico ma che rispondano anche ai bisogni della popolazione». Lassociazione promuoverà la costruzione di alloggi temporanei sul modello di quelli costruiti per il terremoto del 2005 in Pakistan (www.article-25.org).
Haiti: Ghana Responds è invece un gruppo ghaneano con profilo su Facebook supporta-
to dallarchitetto Joe Osae-Addo che aveva già lavorato a New Orleans per la Fondazione Make it Right di Brad Pitt (anche loro impegnati a Haiti) rielaborando la shotgun house, tipica casa originaria dellAfrica occidentale «migrata», attraverso i Caraibi e Haiti, fino a New Orleans.
Architecture for Humanity, Ong guidata da Cameron Sinclair, ha invece incominciato a raccogliere fondi per la ricostruzione a lungo termine sulla base del programma «Rebuilding 101» portato avanti a New Orleans.
Già il 17 gennaio Sinclair sull«Huffington Post» ne elencava i punti principali, smorzando i facili entusiasmi e i proclami ottimistici dei politici, sottolineando i tempi lunghi e ammonendo: «Se questo piano vi piace rubatelo pure, dobbiamo lavorare tutti in squadra, e non perdere le risorse delle donazioni lavorando ciascuno per conto suo!». Il progetto è in collaborazione con Aidg (Appropriate Infrastructure Development Group) e Yélé, il fondo caritatevole del musicista haitiano Wyclef Jean, criticato in passato per una poco chiara gestione contabile. Lanno scorso Yélé aveva lanciato, con il Royal Institute of British Architects, un concorso di architettura (non ancora arenato!) per la Cité soleil, il quartiere più povero di Port-au-Pince. Anche lInternational Council of Societies of Industrial Design lancia un appello ai designer per proporre alle Nazioni Unite soluzioni per la ricostruzione attraverso il forum Uniting Designers in Disaster su Facebook.
I finanziamenti rischiano però di essere il problema principale. Se la fondazione Jolie Pitt e numerosi vip hanno già fatto le loro generose promesse per gli interventi durgenza, i progetti di costruzioni ultimo grido e tutte ecologiche di molti architetti e urbanisti rischiano di essere al di sopra dei mezzi di un paese totalmente dipendente dagli aiuti internazionali e devastato dalla corruzione. Rimarrà al governo haitiano il compito di definire i limiti tra contribuzioni pubbliche e private, arbitrando tra la volontà di costruire infrastrutture durevoli antisismiche e le necessità impellenti di breve periodo.
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