Odile Decq, auditorium, rendering (© Odile Decq)
Santa Maria della Scala, luogo emblematico, sperimenta un innovativo processo di rigenerazione. Nei giorni in cui chiude la mostra di visioni e progetti (Odile Decq, Hannes Peer, LAN) una riflessione su un percorso che ha bisogno di una ricomposizione dei diversi tasselli
SIENA. Circa un anno fa, incuriositi da uno dei maggiori interventi pubblici all’interno di un sito Unesco italiano, guardammo con interesse alla presentazione del programma di recupero del Santa Maria della Scala di Siena, finalizzato alla realizzazione di uno dei più ampi centri culturali polifunzionali d’Italia.
In quell’occasione furono svelati i gruppi invitati e ci congedammo dall’evento con la speranza di rivedere i disegni nei tempi previsti, apprezzando la scelta di non proporre un unico progettista, ma elaborando un lavoro corale. Tuttavia, mantenemmo qualche perplessità sul processo adottato per la complessità di questa grande macchina urbana, ripromettendoci di monitorare l’andamento dei progetti.
Tre studi, tre temi
Finalmente sono stati svelati, anche con una mostra in chiusura proprio in questi giorni. Raccontando la storia e le trasformazioni del Santa Maria della Scala, si configura come uno strumento di comprensione pubblica di una vicenda complessa, iniziata alla fine degli anni Sessanta, quando Cesare Brandi denunciò duramente lo stato dell’edificio, definendolo come un “museo avvilito ad ospedale”, lanciando l’ipotesi che sarebbe dovuto diventare “il museo della città”, dimostrando quanto fosse importante trasformarlo in un luogo di fruizione pubblica.
Il risultato è una ricostruzione architettonica e culturale di grande interesse, con il percorso espositivo che si sviluppa attraverso una narrazione tematico-temporale che ripercorre le principali fasi di trasformazione da Antico Spedale a Nuovo Polo culturale/museale di Siena. La sezione introduttiva evidenzia le relazioni tra l’edificio e la comunità locale; la seconda analizza le prime mutazioni da ospedale a museo, partendo dagli anni Ottanta con il laboratorio internazionale Ilaud di Giancarlo De Carlo; passando per l’importante concorso internazionale del 1990 fino a descrivere il progetto vincitore di Guido Canali e la sua realizzazione per parti; in chiusura la sezione con le nuove idee per il recupero degli spazi non ancora utilizzati, che permette di aprire una riflessione.
I progetti elaborati da LAN Architecture, Odile Decq Architecture con Pangalos Feldmann Architectes e Hannes Peer Architecture hanno lavorato su parti distinte e puntuali della grande “città in forma di palazzo”, attraverso temi diversi. Hannes Peer si è concentrato sugli spazi del nuovo ingresso al museo, insieme al bookshop, al bar e ristorante, oltre al ripensamento della Casa delle Balie come luogo di accoglienza; Odile Decq si è focalizzata sul nuovo auditorium, immaginato come struttura flessibile nell’uso e insieme come cuore contemporaneo all’interno dell’edificio storico; LAN ha lavorato su un’area dell’edificio che attende una riforma totale come luogo espositivo e museale, pensato flessibile e adattabile nel tempo.
Approcci integrati in un masterplan
I tre progetti sono coordinati da Luca Molinari attraverso il suo masterplan. Teoricamente dovrebbe tenere insieme soluzioni diverse, partendo dall’ascolto di questo luogo e accettando le diversità: proponendo una relazione meno rigorosa con gli spazi storici oppure intervenendo il meno possibile sull’esistente, ma anche lavorando pesantemente sull’interno, pur mantenendo la configurazione degli esterni. Idee che immaginano il luogo come un piccolo mondo in forma di città con spazi per la didattica, lo studio, la ricerca, il restauro, un’area ristoro, un auditorium e una residenza per artisti.
Nel dettaglio: Odile Decq progetta un auditorium per musica da camera, cinema e conferenze, con il suo volume colorato che emerge dalle coperture esistenti. In generale l’intervento modifica considerevolmente l’interno, unendo le tre grandi sale del Palazzo del Rettore al sesto livello, con una nuova organizzazione interna, necessaria per accogliere la nuova funzione mantenendo le facciate esterne. Hannes Peer non tratta gli spazi assegnati come interventi isolati, ma introduce la piazza come componente fondamentale della proposta, che diventa il tessuto connettivo tra museo e città, tra interno ed esterno, tra movimento e sosta. Questo nuovo fulcro, mette in sequenza ingresso, reception, libreria, caffè bistrot, così come il ristorante al primo piano, dove nutrimento e contemplazione dell’arte entrano in simbiosi. LAN sembra rispettare maggiormente il luogo, impostando un quadro metodologico d’intervento sull’esistente per adattare la struttura alle esigenze contemporanee. Definendo un processo di cura per l’edificio anche con uno specifico manuale in cui il progetto viene spiegato, discusso e progressivamente adattato. Attraverso questa cautela l’intervento si riduce ad un unico gesto essenziale: integrare un nucleo centrale che ospita spazi per pause e interazione, servizi e collegamenti verticali.
I nodi: integrazione e fondi
Nella comprensione del complesso architettonico, le parti non convincono appieno. Non tanto per il singolo intervento, ma per la strategia complessiva di unione tra le nuove proposte e il progetto di Canali. “Conservare non è rifare: è comprendere ciò che perdura e sostenerne la durata”, diceva Francoise Choay. In questo caso, una eccessiva attenzione al dettaglio non può trascurare l’insieme, da non ricondurre metaforicamente ad un esoscheletro; idea probabilmente troppo concettuale.
Il rischio è che non emerga la giusta combinazione tra le parti di progetto e quelle in uso. Una unione che, invece, potrebbe essere spinta maggiormente con un’approfondita definizione del masterplan (di cui nella mostra c’è solo una flebile traccia) in modo da ricomporre tutti i frammenti progettuali. Ad oggi risulta molto difficile ipotizzare cosa potrà essere realizzato di questi progetti. Forse tutto, forse una parte. Oppure questo lavoro potrà essere un punto di partenza per ulteriori aggiunte che nel tempo comporranno il mosaico di un recupero complessivo.
La Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala sta muovendo i primi passi per rendere fattibile questo percorso, tracciando una strada nuova anche dal punto di vista dei finanziamenti; in primis uscendo dal perimetro terzo settore, per rafforzare la governance dell’ente, ma anche favorendo il coinvolgimento e la partecipazione di soggetti ed enti pubblici e partner privati. Anche se quest’ultima ipotesi potrebbe essere un passo rischioso. Comprensibile, in una strutturazione di questo tipo, la volontà di non gravare solo sul Comune, allargando il fronte dei soci con la possibilità di coinvolgere altri soggetti istituzionali come il Ministero della Cultura (l’ufficializzazione dovrebbe arrivare entro il 2026) e la Regione Toscana. L’auspicio è evitare che, come tanti bei progetti, anche questo rimanga per troppo tempo in un cassetto.


























