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Catherine Gay Menzel: non oggetti ma relazioni e atmosfere

Catherine Gay Menzel: non oggetti ma relazioni e atmosfere

La Casa Nova, Monthey, GayMenzel (©Ariel Huber, courtesy gaymenzel.com)

Intervista all’architetta, con studio a Monthey, tra le relatrici e i relatori della sesta edizione della biennale svizzera del territorio. Parlerà partendo dall’esperienza di un progetto pubblico simbolico, La Casa Nova. Conferenza sabato 3 ottobre a Lugano

 

“La Casa Nova di Monthey è un progetto emblematico del nostro lavoro, incarna perfettamente la nostra visione di architettura”. Parte da una situazione locale Catherine Gay Menzel. Il suo studio, con Götz Menzel, ha sede proprio a Monthey, meno di 20.000 abitanti, nel Canton Vallese, nella Svizzera francese.

 

Un progetto di rigenerazione che è una sorta di manifesto.

Ha una destinazione pubblica, una biblioteca, ricavata in un edificio postale rifunzionalizzato. Ciò che conta non è la funzione, ma l’atmosfera. Gli uffici comunali che si occupano di cultura ci hanno chiesto che avesse una dimensione domestica. La casa è uno spazio privilegiato e intimo, dove ci sentiamo a nostro agio. Spesso è colma di oggetti accumulati nel tempo: alcuni utili, altri legati a ricordi affettivi. Alcuni che amiamo, altri di cui vorremmo liberarci ma che finiamo per conservare. La Casa Nova accoglie proprio questo genere di oggetti, provenienti da diverse istituzioni pubbliche cittadine. I visitatori possono riconoscere elementi trasposti e materiali di recupero: il bancone della vecchia biblioteca, le poltrone dell’ufficio turistico, i tavoli della stazione ferroviaria, oltre a lampade, sedie e porte. Si tratta di arredi spesso banali o addirittura brutti, eppure parte integrante di un ambiente nuovo che, fin dal primo istante, appare familiare e accogliente.

 

Parliamo di contesto, di immaginari, di suggestioni, di ordinarietà. Saranno questi i temi che porterai in Ticino, nella conferenza della biennale svizzera del territorio?

Vogliamo che le persone sentano lo spazio come proprio, è una questione di connessione tra il corpo e il luogo. Anche in contesti eccezionali o in paesaggi unici, sono gli elementi ordinari a contribuire in modo singolare al significato e alla qualità di un ambiente. Nel progetto di Monthey c’è il restauro di un edificio esistente. Un processo che ci ha portato a lavorare sulla memoria del luogo. E, grazie ad un percorso di ascolto e di cura, abbiamo costruito una nuova memoria. Quella che proponiamo ai visitatori, cercando di coinvolgere la loro immaginazione o i loro ricordi.

 

Che si devono sentire come fossero a casa loro.

La cosa più importante. Abbiamo progettato dettagli e particolari di qualità, ma non sono scelte estetiche. Il punto centrale del nostro progetto non è un colore o un materiale, ma l’atmosfera che riusciamo a conferire allo spazio rinnovato. Si ottiene attraverso diversi elementi che si sovrappongono, compresi gli arredi. Solo l’atmosfera permetterà alle persone di stare bene in quel luogo. Ci piace lavorare sulle narrazioni e sugli immaginari contestuali legati ai luoghi e ai loro abitanti.

 

Significa anche lavorare con chi abiterà i luoghi che progettate.

Soprattutto negli interventi di piccola scala la consapevolezza delle persone è fondamentale. Consapevolezza dello spazio e delle questioni che lo spazio genera. Ad esempio quelle ambientali, che discuteremo negli incontri in Canton Ticino. Lì il territorio è forte, più forte che nelle altre zone della Svizzera, e deve essere inteso come un bene comune. Questo perché insieme alla forza, ha una sua fragilità.

 

Con quali strategie?

Ribadendo che questa è la questione più importante dei nostri tempi. L’unico modo per avere un territorio di qualità è che tutti sentano l’urgenza di fare qualcosa oggi: tutti insieme per il territorio, come elemento collettivo. Per troppo tempo i progettisti, e con loro le cittadine e i cittadini, si sono concentrati sul singolo edificio. Oggi è necessaria una visione più ampia. Anche quando i progetti sono piccoli, devono saper rispondere ad un’esigenza alta, tutti gli oggetti sono multidimensionali e concorrono alla trasformano dei paesaggi. Non ci devono interessare gli edifici o gli interventi isolati. Dobbiamo preoccuparci delle connessioni e delle relazioni.

 

La cultura progettuale diffonde fortemente questi approcci ma siamo sicuri che le istanze siano anche nelle comunità?

C’è un grande lavoro da fare. Per esempio è utilissimo ciò che propone l’Istituto Internazionale di Architettura. Ho letto l’intervista a Ludovica Molo e condivido in pieno l’importanza di costruire occasioni per favorire il dialogo. Nel nostro lavoro, soprattutto partecipando come giurata in commissioni di concorso, vedo una voglia di partecipazione – oggi in misura sempre maggiore – sia in cittadini singoli che organizzati in forme associative. C’è voglia di essere coinvolti nei processi. Al momento più nelle città che nelle aree periferiche, ma la consapevolezza sta crescendo dappertutto.

 

E gli architetti sono pronti?

È evidente che la professione trae beneficio da tali sfide. Naturalmente gli architetti ascoltano i loro clienti; tuttavia, ritengo che oggi interagiscano con loro attraverso un processo partecipativo più visibile e accessibile rispetto al passato. Considerano il progetto come il frutto di un dialogo costantemente aperto.

 

Chi è

Nata a Zurigo nel 1974, Catherine Gay Menzel è cresciuta nel Canton Vallese. Ha studiato al Politecnico federale di Zurigo (ETH), conseguendo la laurea in architettura nel 1999 sotto la guida del professor Andrea Deplazes. Nello stesso anno si è trasferita a Berlino, dove ha lavorato presso lo studio di Hans Kollhoff. Nel gennaio 2003 si è trasferita a New York, lavorando per Leslie Gill Architect e collaborando con Götz Menzel. È rientrata in Europa nel 2005, collaborando con Sabarchitekten AG e François Fasnacht Architekt a Basilea. Tra il 2007 e il 2008 ha lavorato presso lo studio Herzog & de Meuron ad Amburgo al progetto della Elbphilharmonie. Nel 2009 è entrata a far parte dello studio Roland Gay Architectes a Monthey, nel Vallese. Nel 2013 ha co-fondato lo studio di architettura GayMenzel. Dal 2018 è vicepresidente della commissione cantonale per l’edilizia del Vallese. Dal 2020 è docente ospite presso l’EPFL.

All’interno del ricco programma della 6° edizione della biennale svizzera del territorio, Catherine Gay Menzel sarà protagonista sabato 3 ottobre, a Lugano presso il Consolato Generale d’Italia, all’interno della Sessione 2 (dalle 16). Tema dell’incontro (moderata da Marc Frochaux, storico dell’arte e architetto, caporedattore di espazium revue) il riuso e la trasformazione del costruito: tra il restauro come pratica capace di generare nuovi linguaggi architettonici e una ricerca che attraversa scale diverse — dalla città al dettaglio costruttivo — muovendosi tra invenzione e trasformazione della materia.

Insieme a Catherine Gay Mentzel ci sarà Adrien Meuwly, architetto dello studio Comte/Meuwly (Zurigo) e professore all’ETH di Zurigo. Segue una tavola rotonda con Nzinga Biegueng Mboup, architetta e ricercatrice, Worofila (Dakar), e Fan Jiujiang architetto, Continuation Studio (Hangzhou).

 

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e l’Istituto internazionale di Architettura di Lugano. L’obiettivo è la diffusione e la comunicazione delle attività culturali legate alla 6° edizione biennale svizzera del territorio, Handle with care.

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Tag: , , , , , , , , , , Last modified: 28 Settembre 2026
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