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Scritto da: Città e Territorio Interviste Professione e Formazione

Anna Ramos: quartieri e patrimoni, ecco Barcellona capitale dell’architettura

Anna Ramos: quartieri e patrimoni, ecco Barcellona capitale dell’architettura
La direttrice della Fundació Mies van der Rohe racconta il programma dei 10 mesi. Con molta attenzione al quotidiano e alla trasversalità, e due luoghi simbolo restaurati: il Cinodromo e la sede dell’editore Gustavo Gili.

 

BARCELLONA. Lo scorso 12 febbraio un vento eccezionale ha posticipato a data da definirsi la cerimonia di apertura in pompa magna di Barcellona Capitale mondiale dell’Architettura. La presentazione da parte delle autorità e degli organizzatori è iniziata un po’ più in sordina, negli spazi del Canodromo e presso l’ex sede della casa editrice Gustavo Gili, in occasione dell’inaugurazione della maquette 3D di 82 metri quadrati della città, che vi rimarrà esposta in maniera permanente. Il sindaco Jaume Collboni ha definito questa seconda candidatura come “un’opportunità per i barcellonesi di guardare la città con gli occhi di un architetto, di riscoprirla”. Il programma propone un’offerta densissima e trasversale di 1.500 attività spalmate sui 10 mesi che vanno dal 12 febbraio al 13 dicembre, pensate per tutti i tipi di pubblico: mostre, talk, conferenze specifiche o cicli di conferenze, visite guidate e itinerari tematici, ma anche attività di quartiere, eventi culturali multidisciplinari e programmi educativi. Attività ibride che integrano l’architettura con l’arte, la danza, il cinema, la musica, l’artigianato e altre forme di espressione culturale, con uno sguardo periferico e democratico.

Dopo l’intervista a Maria Buhigas, incontriamo Anna Ramos, da 10 anni direttrice della Fondazione Mies van der Rohe, nell’edificio razionalista un tempo sede della casa editrice Gustavo Gili, specializzata in temi legati all’architettura, l’arte e il design, e premio FAD di Architettura nel 1961. Uno dei rari esempi di architettura industriale realizzata negli anni Cinquanta, che mantiene tutt’oggi il suo carattere originale. È in questo edificio, acquistato dal Comune 4anni fa con l’idea di farne un centro culturale, che l’ufficio tecnico della Capitale ha allestito il proprio quartier generale, sotto la direzione della Fondazione Mies van der Rohe, che assumerà in seguito la direzione della Casa dell’Architettura.

L’intervista rientra nell’accordo di media partnership che The Architectural Post e ilgiornaledellarchitettura.com siglano con UIA World Congress of Architects 2026 Barcelona che si concretizzerà con la copertura dei momenti principali del Congresso e, più in generale, di Barcellona Capitale mondiale dell’Architettura.

 

 

Questo edificio è uno dei lasciti più tangibili della Capitale dell’Architettura.

Esattamente. L’ex sede della Gustavo Gili, sarà uno dei punti di riferimento per dibattere, riflettere e divulgare l’architettura, con l’intenzione che mantenga questo ruolo anche in futuro. Uno spazio poliedrico che può adattarsi sia a un pubblico di quartiere che a uno professionale, ma anche al turista che vuole sapere cosa sta succedendo in città. Sono allestite qui le due mostre principali: “Barcellona=(intensità+diversità)xcomplessità”, di piccola scala ma concettualmente profonda, che invita a cambiare il punto di vista sulla città, e “Barcellona 2035”, dedicata ai grandi progetti in corso, con l’idea centrale che la città è permanentemente in trasformazione.

 

Il sindaco di Barcellona ha annunciato che a evento concluso l’edificio ospiterà la nuova Casa dell’Architettura e che la Fondazione Mies van der Rohe ne prenderà in carico la direzione

Si, uno spazio di riferimento che a Barcellona mancava. Quest’icona dell’architettura moderna sarà il legato più tangibile di quest’anno speciale, insieme ai progetti realizzati nelle pareti medianeras sparsi per i dieci distretti della città, un esempio di come con poco si possa migliorare la qualità dello spazio urbano. La città fa uno sforzo enorme affinchè lo spazio pubblico e le attrezzature urbane siano di qualità, ed è importante che i cittadini siano consapevoli di come l’architettura, l’urbanistica e il paesaggismo hanno un impatto reale nel quotidiano. Il lascito immateriale della Capitalità ha a che vedere con un cambio di mentalità, ma questo lo vedremo tra un po’ di anni.

 

In 10 mesi sono previste 1.500 attività in 77 spazi distribuiti nella città. Come nasce il programma?

Partiamo dal presupposto che, al contrario del Congresso della UIA, la Capitale dell’Architettura si rivolge a un pubblico ampio, di non addetti ai lavori. Circa il 20% del programma è stato promosso dall’Amministrazione, ma il resto è il risultato di una open call aperta a tutti: organizzazioni, associazioni, enti, ma anche singoli individui. Non abbiamo deliberatamente imposto un tema, per lasciare che l’ecosistema della cultura architettonica si sentisse libero di proporre, mantenendo ovviamente dei criteri di qualità. Abbiamo semplicemente formulato una domanda: di che cosa vorreste parlare? Ci interessa che gli architetti escano dalla loro zona di comfort per confrontarsi con altri attori del panorama culturale.

 

Qualche esempio?

Ospiteremo un concerto dell’Orchestra Sinfonica di Barcellona e una performance di danza in questo edificio; nel Museo Picasso si terrà una mostra su “Picasso: l’Architetto” e il Museo Nazionale d’Arte della Catalogna (MNAC) dedicherà una grande retrospettiva sull’architetto modernista Josep Maria Jujol, collaboratore di Antoni Gaudí. Tra le molte mostre, ce n’è una che si chiama “Gestar y Abitar”, concepita come uno spazio di riflessione individuale e collettivo sul ruolo degli alloggi sociali, come li pensiamo noi architetti e come poi vengono vissuti dalle persone. “Metropolis in the Making”, invece, è un’esposizione che riguarda la storia della pianificazione urbana in questa città. C’è una proposta che emerge dalle cooperative di abitazioni: un ciclo di conferenze, una mostra e delle visite guidate dove si racconterà cosa significa organizzarsi cooperativamente, dall’acquisto di un terreno, all’incarico all’architetto, alla materializzazione dell’edificio.

 

Come avete selezionato gli spazi? Come si articola il programma sul territorio?

Non volevamo costruire nulla di nuovo. La programmazione avviene in luoghi esistenti e che in alcuni casi contribuiamo a rendere attivi. In generale, si tratta di spazi che di solito non ospitano mostre di architettura, come il Museo Marittimo, per esempio. O che non ospitano mostre in generale, come il Deposito delle Acque Reali, nel distretto di Sarrià-Sant Gervasi, vicino alla Torre Bellesguard di Gaudí, che normalmente è aperto al pubblico solo in date specifiche. Durante questi 10 mesi si darà protagonismo a un distretto a turno e in ciascuno di questi abbiamo individuato uno spazio di riferimento. Spesso si tratta di edifici riabilitati che diventano essi stessi oggetto di interesse e riflessione (come il Canòdrom di Sant Andreu per citarne uno). Le attività vengono distribuite in modo capillare, con l’idea che si trovi la “capitalità” nel quotidiano, nell’edificio all’angolo, per esempio, passato sempre inosservato. È un po’ questa la filosofia: rendere l’architettura parte dell’esperienza quotidiana del cittadino. Il programma si estende anche oltre i confini di Barcellona, con puntate in altre città del territorio catalano.

 

 

C’è molto coinvolgimento dei quartieri.

Una persona del team si è occupata esclusivamente delle relazioni con le associazioni di quartiere, e devo dire che la risposta è stata molto positiva. Questa rete di così tanti spazi collaborativi fa che ognuno di loro contribuisca a diffondere il programma in modo capillare. La maggior parte dei cicli di conferenze, per esempio, si terrà nei centri civici, perchè sono luoghi già conosciuti e frequentati. Come le biblioteche.

 

Quali saranno coinvolte?

Ce ne sono tante: la García Márquez (Premio Fad 2023) per esempio, quella progettata da Josep Llinás nella piazza Lesseps (Premio Fad 2006), quella del distretto di Sant Antoni firmata dai Premi Pritzker RCR Arquitectes. L’architettura delle biblioteche di Barcellona è eccezionale, tra i progetti più amati dai cittadini secondo i sondaggi. Sfruttare questi spazi di qualità ci sembrava fondamentale: per esempio con un tour dell’edificio, ma anche con talk tra progettisti e utenti, o conferenze. E poi ci sono anche i mercati rionali. Possiamo contare su un patrimonio diffuso di architettura quotidiana di qualità. L’obiettivo è renderla visibile a chi la vive ogni giorno, educare lo sguardo e renderla comprensibile.

 

 

Una parte del programma è dedicata al patrimonio storico della città

Non dimentichiamo che è l’UNESCO che conferisce la capitalità. Gli edifici di Gaudí e del modernismo come il Palau de la Música e l’Ospedale di Sant Pau sono attrezzature potenti con la loro macchina comunicativa. Abbiamo stabilito delle sinergie anche con loro. Apriamo al pubblico una serie di edifici singolari, ma vogliamo andare oltre innescando un dibattito: cosa significa patrimonio? Cosa implica la sua conservazione? E il patrimonio moderno? Ci sembra importante risvegliare l’interesse dei cittadini anche su questi temi.

 

Quali strategie di comunicazione avete messo in campo per raggiungere il pubblico non specializzato?

Da gennaio è partita una campagna capillare con lo slogan “Vieni a scoprire la tua città”. Abbiamo un sito web dedicato e le reti sociali. Il programma è studiato per fasce di età: approfittiamo dei legami dell’Ordine degli Architetti con le scuole per raggiungere i più piccoli. Proponiamo workshop extrascolastici, ne sono già in corso 10 nei 10 distretti: i bambini stanno lavorando a un modello della città che vorrebbero, che sarà esposto a giugno nella sede del Comune. E poi i campus estivi tematici durante il mese di luglio. Dobbiamo raggiungere i giovani attraverso le reti, e per farlo sfruttiamo l’ecosistema: fortunatamente, ci sono già molti influencer che parlano di Barcellona e di architettura, che si affiancano ai nostri community manager. Noi come Fondazione Mies Van der Rohe, siamo un’istituzione molto apprezzata dai seguaci dell’architettura e questo aiuta nella diffusione. Al pubblico più adulto o agli anziani arriviamo tramite la stampa convenzionale, generalista, ma anche specializzata, e poi c’è la pubblicità sugli autobus, nei bar.

 

Quali sono i partner strategici?

Sono 5: il Col·legi d’Arquitectes, l’Arquinfad, che organizza i premi FAD, 48 Hours Open House, l’Ordine degli Architetti Tecnici e CONSTRUMAT, a cui si affiancano 15 membri accademici, ossia tutte le Scuole di architettura, urbanistica, paesaggismo presenti in città, e non solo. Con questi compagni di viaggio, siamo in grado di moltiplicare e raggiungere più luoghi.

 

Siamo solo all’inizio dell’anno, qual è il bilancio fino ad oggi?

Ciò che emerge è che l’approccio aperto è stata un’ottima scelta. Ci garantisce una diversità e una ricchezza di temi che con un metodo top-down non avremmo mai raggiunto. Partire con un tema predefinito chiude inevitabilmnete delle porte, se invece lasci aperta la domanda, ciò che arriva spesso è più interessante di quanto avresti immaginato.

 

Immagine di copertina: ritratto di Anna Ramos (© Anna Mas) 

 

La presenza italiana

Curati dall’Istituto Italiano di Cultura insieme al Consolato Generale d’Italia, in collaborazione con la Fondazione Mies van der Rohe, gli Aperitivi d’Architettura rientrano nel quadro delle 1.500 iniziative in programma quest’anno per Barcellona Capitale dell’Architettura 2026. L’obiettivo è quello di mettere in valore i rapporti tra Italia e Catalogna, offrendo al pubblico 5 occasioni di dibattito intorno all’architettura e l’urbanistica, ma anche sulle contaminazioni reciproche tra i due Paesi. Culturali, ma anche personali in alcuni casi. Si tratta di 5 appuntamenti a cadenza bimestrale suddivisi tra marzo e giugno, in diverse sedi rappresentative, ognuno dei quali sarà dedicato a un tema proposto e dibattuto da architetti italiani e catalani attivi sia nella pratica professionale che nella ricerca. Tra gli invitati Benedetta Tagliabue e Daria De Seta.

L’Italia è presente in programma anche con la mostra “Aldo Rossi y el grupo 2C-Construcción de la Ciudad”, curata da Antonio Pizza e prevista per ottobre presso la Escola Tecnica Superior d’Arquitectura (ETSAB) (un convegno è programmato a metà marzo) e con quella dedicata all’architetto e designer milanese Vincenzo Carmenati, che ha firmato progetti nella Costa Brava, allestita presso l’Istituto Italiano di Cultura fino al 14 marzo.

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Tag: , , , , , , , , , Last modified: 14 Marzo 2026