Un unico contenitore, tre mostre (le fotografie di Pino Musi, un catalogo del Novecento ticinese, tante esercitazioni didattiche), otto mesi di eventi e iniziative all’Accademia. Il direttore Riccardo Blumer: scuola che produce cultura
MENDRISIO (Svizzera). Il labirinto al piano terra, l’archivio costruttivo al primo, il racconto (continuo) per immagini al secondo. In linea con un luogo decisamente connotato (progettato da Mario Botta, solenne e ieratico, disponibile però ad interagire con allestimenti diversi) e con un programma espositivo ormai sperimentato, il Teatro dell’architettura dell’Università della Svizzera italiana promuove – insieme all’Accademia di architettura di Mendrisio – tre mostre. Aperte ad inizio maggio sono visitabili fino a dicembre. “Tre modi attraverso cui la Scuola mostra il suo lato più vero, di istituzione che produce cultura. Qui non si insegna un lavoro, ma si produce il valore di senso di una società”.
Le parole di Riccardo Blumer, direttore dell’Accademia, accompagnano in un percorso di progressiva scoperta: con temi eterogenei, sostenuto da sguardi multipli, con il coinvolgimento di studentesse e studenti. Al centro non l’architettura ma le architetture, i luoghi (anche locali) e le idee. Con tensioni che interpretano lo spazio centrale di Botta, rompendone (anche in sezione con la grande scultura in legno dello Sleipnir, il cavallo della mitologia nordica, che sembra aspirare al cielo riempiendo il vuoto) in qualche modo la sua stessa forma.
Un cavallo mitico
L’atrio al piano terra è una grande agorà. Si coglie normalmente con uno sguardo. Non adesso, non in questi mesi. Perché a costruire un percorso labirintico – un gioco, per chi vuole testarlo, attraverso successioni di porte da aprire, tutte diverse tra loro – sono sculture in legno. Le hanno progettate e realizzate studentesse e studenti dell’Accademia, nell’Atelier Forte, guidato da Duilio Forte, artista e architetto italo-svedese con studio a Milano (c’è moltissima Italia in queste mostre di Mendrisio, e in generale nell’Accademia), insieme a Simon Fikstvedt e Barbara Stallone.
Una grande installazione – da percorrere, anche in salita, a conquistare una dimensione inattesa e sorprendente al centro di questo grande spazio scenico – fatta di tante piccole installazioni. Archetipiche, iconiche, totemiche: la porta, il labirinto e – al centro – la grande figura dello Sleipnir. Allude e simboleggia all’esplorazione, alla scoperta della relazione tra uomo e spazio. Un’esperienza costruita in ambienti didattici, che si propone di insegnare a riflettere sul potere della costruzione.

Patrimonio Ticino
Sali di un piano e quella dimensione un po’ sognante e onirica lascia spazio ad una concretissima ricerca sull’architettura ticinese della seconda metà del Novecento: volumi e costruzioni – spesso in cemento armato – al posto di esili strutture in legno. “La storia serve a riconoscersi e a darsi identità”, anticipa Blumer. Qui i contorni della mostra, ricca e articolata, sono ben chiari: un luogo specifico (il Canton Ticino), una fase storica precisa (poco meno di 60 anni, dalla Seconda guerra mondiale alla fine del secolo scorso), uno sguardo orientato (“Non è storia dell’architettura, ma storia della costruzione. Una questione di tettonica”, spiega Franz Graf, docente all’Accademia e curatore dell’esposizione insieme a Britta Buzzi-Huppert, Carlo Dusi, Alessandro Bonizzoni e Sebastiano Verga).
Il percorso circolare è un’immersione nel patrimonio costruttivo del Ticino in una fase particolare: “Intorno a metà Novecento – continua Graf – qui cambia il modo di costruire. Abbiamo voluto guardare e studiare questo passaggio”. Il risultato è un’illustrazione sovrabbondante di materiali e di spunti: un centinaio di architetture selezionate e restituite dal lavoro degli studenti con disegni e immagini d’epoca, i filmati storici della Radiotelevisione della Svizzera italiana, le foto di Roberto Conte (a restituire cosa è oggi quel patrimonio, senza ricerca di iconicità), disegni piccoli, testi, grandi immagini, video, tanti modelli, quasi accatastati in una sorta di installazione-scultura, nel quarto e ultimo settore.
Un archivio (e due Archivi sono stati coinvolti: quello degli Architetti ticinesi e quello del Moderno dell’Università della Svizzera italiana) che spinge all’esplorazione e alla scoperta. Ci sono i grandi nomi, da Aurelio Galfetti a Livio Vacchini, ma anche architette e architetti meno noti. Come poco noti sono alcuni esiti, inattesi, di questa ricerca. Li spiega Graf: “Siamo abituati a vedere le fotografie in bianco e nero, ma quella era un’architettura molto colorata. Ci sono i materiali che ci aspettiamo, profondamente locali, ma anche soluzioni tecniche di importazione: per esempio il ricorso alla tecnica della volta catalana”.
Un’esposizione di questo tipo, e con questa vocazione quasi enciclopedica volta a diffondere una colta consapevolezza, si nutre di spin-off. Tra questi la pubblicazione dei Quaderni a cura dell’area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di Mendrisio. Curati da Franz Graf e Britta Buzzi-Huppert, sono approfondimenti monografici su architetture locali emblematiche, editi dalla Mendrisio Academy Press con le Edizioni Casagrande. I due autori hanno scritto per Il Giornale dell’Architettura sulla Casa di Ligornetto di Mario Botta, oggetto e soggetto dell’ultimo libro pubblicato. La mostra nel Teatro è stata l’occasione per l’uscita del dodicesimo Quaderno, dedicato ad un’architettura meno conosciuta e, appunto, molto colorata: il Villaggio vacanze “I Grappoli” a Sessa, concluso nel 1960, di Manuel Pauli e August Volland con Eva Pauli Barna.
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Fotografia metaforica
Al successivo – e ultimo – livello i colori svaniscono e gli spazi si diradano. Vincono ordine, sintesi, bianco e nero, dimensioni metaforiche più che reali. Siamo in alto, la copertura di questo grande cilindro abitato è molto vicina, ti senti proiettato verso il cielo. Il percorso, e così lo sguardo, fluiscono, scorrono, rimbalzano. E lo fanno anche le immagini di Pino Musi, appese alle superficie in cemento armato a vista, perfettamente liscio: non pannelli (o meglio, pochi pannelli) ma 6 lunghi scrolls, rotoli. Sono innanzitutto – dice il curatore Michael Jakob, docente di lettere comparate all’Accademia – “il segno del dialogo tra Musi e i muri tondi disegnati da Botta”.
Continuum non è solo, in latino, il titolo della mostra e dell’elegante catalogo (pubblicato da Mendrisio Academy Press e Silvana Editoriale, 18 €). Sembra più una proposizione iniziale, una sfida: costruire un percorso concentrico e fluido in uno spazio classico. Lo sguardo non deve fermarsi sulle immagini ma continuamente saltare da una all’altra: “Con il medium fotografico – continua – Musi pensa, dando ritmo e musicalità”.
“Non fotografia di architettura ma architettura della fotografia”, aveva sintetizzato Blumer. Ci sono scatti – 40 anni di lavoro – delle facciate di Milano e del cantiere di Notre-Dame a Parigi (le uniche 3 immagini di grande formato non inserite nei rotoli), c’è Shanghai, ci sono la Grecia e i luoghi della classicità, ci sono Mario Botta e Carlo Mollino, ci sono i centri e le periferie, ambigue e rappresentate senza cliché. Ma fermarsi a questo significherebbe non comprendere fino in fondo la poetica di Pino Musi, artista visivo italiano, che oggi vive a Parigi: “Definirlo fotografo appare riduttivo, sebbene la fotografia sia lo strumento elettivo che lo contraddistingue. La sua è, in ultima analisi, una pratica del pensiero mediata dallo sguardo: un esercizio intellettuale che piega il rigore tecnico alla necessità di svelare la realtà sotto una luce inedita, trasformando l’atto del vedere in una autentica forma di conoscenza” aggiunge Jakob.
“Io non celebro l’architettura, la problematizzo”, è la risposta di Musi. Che presenta ai muri le sue fotografie (organizzate per metafore, 6 appunto come i lunghi rotoli, tutti in bianco e nero: Origine, Metonimia, Iperbole, Superficie, Transizione, Incompiutezza) e nelle vetrine le sue pubblicazioni. Ci sono pochissimi testi, non ci sono didascalie. Solo alcuni fogli di sala, se vuoi conoscere luoghi e date degli scatti. Musi li mette a disposizione, ma preferisce parlare d’altro, non fermarsi al dove e al quando: e così la mostra suggestiona concentrandosi sui perché, evocando flussi, turbinii, incroci, ritmi, transizioni, non-finito, bordi, ambiguità.
Perché questa mostra alta, e non solo perché in alto nel Teatro, fa questo, costruisce immaginari. Non tanto di architettura, ma per l’architettura.
Immagine di copertina: Mendrisio (Teatro dell’architettura, Mario Botta), le mostre del semestre estivo 2026
“Pino Musi. Continuum”
a cura di Michael Jakob
“La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica”
a cura di Franz Graf
“Sleipnir e il Labirinto di Porte”
Installazione delle studentesse e degli studenti dell’Accademia di architettura, a cura di Atelier Forte
Mostre promosse dall’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana
8 maggio – 20 dicembre 2026
Teatro dell’architettura Mendrisio
Via Turconi 25, Mendrisio, Svizzera





























