Visit Sponsor

Scritto da: Città e Territorio Forum Mosaico

Clima, coste, progetto: la Calabria interroghi il Mediterraneo

Clima, coste, progetto: la Calabria interroghi il Mediterraneo
Il ciclone Harry emblema di un cambiamento epocale. La riflessione della responsabile scientifica di ABITAlab, laboratorio dell’Università Mediterranea di Reggio, attivo sui temi degli effetti dell’innalzamento delle acque sulla fragilità degli ambienti 

 

In Calabria, per 800 km di costa, su 440 comuni, 116 sono costieri. Ciò significa che oltre agli arenili, ai servizi e alle aste fluviali che giungono fino al mare, molti insediamenti si trovano con i loro centri storici, i loro quartieri e i loro parchi urbani a ridosso della costa. 

Indubbiamente a tale geografia si deve aggiungere l’edilizia che non ha rispettato limiti, confini e aree di concessione e ha costruito un paesaggio di prime e seconde case in fascia prospiciente l’arenile e/o ha utilizzato le infrastrutture balneari, non stagionali, ma con vere e proprie costruzioni sulla spiaggia. Una condizione che negli anni ha reso ancora più a rischio la particolare condizione tra mare e infrastrutture della mobilità, ferrovie e strade statali, rendendo sempre più sottile e ridotta la profondità del litorale e sempre più a rischio i territori costieri e il loro patrimonio naturale e costruito.

 

Eventi estremi e scenari di tendenza

Da gennaio a febbraio 2026, in 40 giorni, si sono susseguiti 4 eventi calamitosi, così riferiti, in uno scenario in cui le fasce costiere dello Jonio e del Tirreno della Calabria, affacciate sul Mediterraneo, hanno subito danni importanti alle reti stradali, ai sistemi di waterfront, al patrimonio e alle stesse opere di difesa già presenti.

Con la tempesta mediterranea Harry, tra il 20 e il 21 gennaio in 72 ore si sono versati circa 500 millimetri di pioggia, tanta acqua quanta ne cade in mezzo anno e con tormenta di vento a 100 km orari e onde alte che hanno raggiunto la media di circa 8 metri, fino ad arrivare anche a 16 metri nella Sicilia Orientale, mentre i litorali della Calabria Jonica venivano investiti dall’uragano senza risparmiare tratti di costa, anche in presenza di opere di difesa, che in qualche caso hanno di fatto amplificato l’impatto delle masse solide spostate dalla mareggiata e dal vento. 

Questo è quello che è accaduto a Bova, a Siderno, a Locri, a Palmi, a Scilla, litorali della costa della Città Metropolitana di Reggio Calabria, con la perdita di interi tratti di lungomare e di arenili e il coinvolgimento di parte di abitati e reti stradali.

Gli scenari di cambiamento climatico dovuti agli impatti da gas climalteranti di fatto si manifestano in tutte le loro dinamiche evolutive naturali e da anni dimostrano come il Mar Mediterraneo sia un hot-spot climatico in grado di riferire sui probabili e prevedibili fenomeni di impatto da multirischio, aumentando del 50% gli accadimenti da alluvioni e del 10% i fenomeni da erosione.

Il Mediterraneo aumenta il suo livello del mare di circa 1,4 cm all’anno e dagli anni ’80 il livello della sua temperatura è in aumento di circa 0,5 °C all’anno. Ad oggi la sua temperatura è di circa 4°C in più e la temperatura media superficiale delle acque è di 27°C. Dopo il 2080, il surriscaldamento del mare subirà ancora un maggiore scostamento e nel 2100 sono previsti aumenti per circa 3.5°C- 4,5°C rispetto alla temperatura attuale. 

È così che il mare, surriscaldandosi, ingrossa le piogge, aumenta il suo livello di innalzamento delle acque, che si abbattono lungo i litorali con un’ampiezza non propria delle mareggiate; il Mediterraneo inoltre perde la sua capacità di up-take dell’anidride carbonica e dei gas climalteranti, perdendo quindi la capacità depurativa che fa vivere meglio e salva ogni specie, compresa quella umana.

 

Cambia il clima, deve cambiare il progetto 

Il fatto è che il Mediterraneo è già in un’altra era climatica, quella che non attende gli eventi disastrosi di questi giorni in Calabria, sui litorali jonici e tirrenici in ugual misura e in diverso modo. Fanno fatica a comprenderne urgenze e necessità i territori, le città, il modo ancora di insediarci sui territori costieri o lungo le aree fluviali; un modo che ancora non incontra modelli di governance volti più all’adattamento, che alla mitigazione, cercando sempre di riparare piuttosto che di prevenire, salvaguardare e servirsi degli scenari predittivi per attuare processi virtuosi di politiche pubbliche e strategie efficaci per territori e comunità in transizione.

Il Rapporto di Valutazione del 2021 dell’IPCC, con lo scenario RCP6, e i riferimenti di concentrazione di gas serra in atmosfera di fatto riferisce sugli SSP, gli Scenari Socioeconomici Condivisi riportandoci a considerare i modelli socio-economici corrispondenti a quelle scelte che anche nel futuro peseranno sui nostri territori e sulle comunità a livello globale e locale, in ugual misura.

Il Piano Nazionale di Adattamento Climatico, a distanza di due anni dalla sua approvazione non vede piena applicazione nelle città italiane, se non attraverso protocolli e linee guida che non hanno la forza di rintracciare la pianificazione ordinaria e modificarne i caratteri strutturali verso azioni più strategiche. Quello stesso Piano di Adattamento che in molti paesi europei è la sola e unica strategia con cui si programmano le trasformazioni sui territori, si pensano gli spazi pubblici e gli insediamenti delle città, si gestiscono gli eventi naturali attraverso pratiche innovative di soluzioni basate sulla natura, in cui le infrastrutture ecologiche urbane valgono al pari di quelle della mobilità. 

Un diverso approccio alla trasformazione urbana, ma anche alla gestione degli spazi pubblici-privati, all’uso permeabile dei suoli, alla progettazione evoluta e temporanea di strutture a servizio delle attività ricettive, commerciali, alla migliore gestione dei sistemi naturali periurbani e della loro messa a servizio del metabolismo delle reti urbane. Un nuovo modo di intendere la rigenerazione urbana attraverso applicazione di tecnologie e misure adattive e resilienti.

 

Coste e litorali da ripensare

La Calabria, con le sue città medie e piccole, dovrà pensare al suo presente da “riparare” e al suo futuro da “risarcire”, come tanti territori italiani, certamente facendo i conti con una particolare esposizione del suo territorio ai fenomeni di impatto provenienti dal mare, ma con una condizione in cui nel tempo occorrerà tentare quanto più possibile l’arretramento di strutture di insediamento lontane dal mare, riconsiderando anche il ripopolamento dei centri delle aree interne in corrispondenza delle marine. 

Rimangono fragili quei territori che hanno le loro linee ferrate che corrono lungo la costa. Il progetto del lungomare dovrà trovare una sua naturale condizione nel lasciare il posto al reinsediamento nella fascia costiera della macchia arbustiva mediterranea e le aste fluviali a carattere torrentizio, dovranno tornare a ri-pascere gli arenili. 

La perdita di costa si avrà in profondità e in lunghezza e i km mancanti non potranno che essere recuperati con uso più flessibile dei caratteri dei litorali, in cui spiagge e sistemi delle infrastrutture non potranno che progettarsi con una visione di lungo periodo, capace di accompagnare tale modificazione insediativa e territoriale come una nuova geografia di paesaggio da abitarsi in maniera mutevole e sostenibile.

Immagine di copertina: simulazione fotografica sull’innalzamento del livello del mare in località Favazzina al 2130 (Tirreno, Reggio Calabria, © A. Palermiti)

Autore

(Visited 333 times, 1 visits today)

About Author

Share
Tag: , , , , , , , , Last modified: 23 Febbraio 2026