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Architetture palladiane, fabbriche ante litteram

Una mostra al Palladio Museum di Vicenza riflette sui caratteri protoindustriali del territorio veneto

 

VICENZA. Sovente ci si dimentica che la realizzazione delle architetture palladiane non è un episodio storico astratto accaduto più o meno fortuitamente in un territorio qualsiasi. Gli edifici hanno avuto origine in virtù di ragioni precise determinate dalla realtà geografica, culturale, economica e sociale locale, elementi descritti in modo esemplare usando molteplici punti di osservazione nel mirabile volume di Denis Cosgrove Il Paesaggio Palladiano. La trasformazione geografica e le sue rappresentazioni culturali nell’Italia del XVI secolo. Queste ville, prima ancora di essere architetture, erano fabbriche ante litteram, luoghi dedicati alla produzione, nonché teatri di rappresentanza del potere e, purtroppo, anche elementi di forte prevaricazione delle classi agiate sulle altre fasce della popolazione, giustificati da cosmopoliti patrizi in nome del loro raffinatissimo livello culturale.

Così, il Palladio Museum ha scelto di focalizzare la propria attenzione proprio sugli aspetti proto-industriali della Serenissima, mettendo in mostra alcuni interessanti esiti di una ricerca internazionale di lunga durata. Fra molti fatti emersi, si pensi, solo ad esempio, che nella sola Vicenza (e zone limitrofe), intorno alla metà del Cinquecento si produceva circa il 40% della seta realizzata in tutta la terraferma veneziana. È un’espressione territoriale e presupposto tutt’altro che secondario: assieme ad altri, in combinazione con una profonda cultura, ripetuti desideri d’innovazione e spinte politiche delle élite, tutto ciò ha creato il sostrato da cui è generata la fioritura architettonica che oggi possiamo compiutamente apprezzare.

Ideata e prodotta dal Cisa (Centro Internazionale di Studi di Architettura) Andrea Palladio, l’esposizione permette di riflettere sulle basi della fortuna economica d’allora nella zona in cui sorgono le Ville, soprattutto fra il vicentino e il trevigiano. Un’area in cui, accanto a nuove pratiche agricole rese possibili da complessi sistemi irrigui e di bonifica, pure gli opifici produttivi, grazie a una rete commerciale molto estesa e ramificata in Europa, contribuivano alla prosperità della regione vendendo artefatti derivati da materie prime di qualità, che dovevano la loro differenza, il plus del prodotto finale, a lavorazioni e tecniche innovative per l’epoca, trasformandoli così in beni che, grazie alle loro qualità peculiari, erano assai ambiti nell’intero continente.

 

Un esteso panorama d’indagine

Le riflessioni del gruppo di ricerca sono figurate materialmente in mostra in modo articolato e danno idea dell’interessante metodo di analisi che, più di comprimere, si è preoccupato d’estendere ampiamente il panorama d’indagine. Per questo motivo ritroviamo, vicini gli uni agli altri, quadri, disegni, documenti, libri rari, stampe d’epoca, complessi modelli storici di meccanismi privilegiati (dotati di privilegio, ossia brevetto), oggetti d’uso d’allora, oreficeria, spade ed altri campioni di produzioni locali coeve. Artefatti posti in relazione fra loro con numeri, percentuali e diagrammi, cui si aggiungono delle ricognizioni filmiche di fabbricati proto-industriali dell’epoca che ne documentano lo stato attuale, in alcuni casi bisognevole di tutela e recupero.

Le scelte allestitive adottate, formalmente corrette, sono convincenti quando tentano una teatralità evocativa, come nel caso degli attrezzi galleggianti in aria, ma non lo sono altrettanto per i materiali di supporto, sofferenti non tanto della rusticità intrinseca quanto, piuttosto, dell’assenza nella cura del dettaglio, probabile presupposto di progetto. Il marcato protagonismo delle cromie ha lo strano effetto di evidenziare nelle sale, più che gli artefatti, le spieghe poste al loro servizio.

A ben vedere, germi di futuro si ritrovano spesso contenuti nel passato: qui, oltre a contemplarlo in una visione analitico-retrospettiva, possiamo operare utili riflessioni e confronti, ispirandoci ad esso per tentare d’immaginare futuri possibili. La storia non è certo una miniera dalla quale cavare soluzioni immediatamente spendibili, ma può divenire un potente ausilio progettuale, valido per molte discipline.

 

 

«Acqua Terra Fuoco. Architettura industriale nel Veneto del Rinascimento»

Palladio Museum, Contrà Porti 11, Vicenza
12 novembre 2022 – 12 marzo 2023
a cura di: Deborah Howard
www.palladiomuseum.org/rinascimento

 

 

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Last modified: 28 Novembre 2022