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Filippo De PieriWritten by: Professione e Formazione

Mike Davis (1946-2022)

Le molte stagioni di un intellettuale militante, figura unica nella cultura urbana contemporanea

 

Mike Davis, scomparso il 25 ottobre scorso a 76 anni dopo una lunga malattia, è stato una figura unica nella cultura urbana contemporanea. Divenuto famoso a inizio anni novanta come una specie di angelo nero emerso dalle rovine del reaganismo e del thatcherismo, ha portato le città al centro del dibattito pubblico e politico, usando la storia come uno strumento per denunciare le contraddizioni del tardo capitalismo. Davis non ha mai scritto un’autobiografia, ed è un peccato, perché sarebbe stata di quelle che non si dimenticano, e sarebbe forse diventata il libro più venduto di un autore che di libri ne ha comunque venduti molti. Si può immaginare che qualcuno un giorno prenda la sua vita e ne faccia una serie televisiva. Mi piace fantasticare su come sarebbe articolata, seguendo un arco narrativo che attraverserebbe diverse epoche storiche e una pluralità di generi. La si potrebbe suddividere, così almeno proporrei, in tre stagioni.

La prima ci farebbe assistere al maturare di una consapevolezza politica e di un avvicinamento al marxismo da parte di un ragazzo cresciuto ai margini di una grande città della costa ovest americana. I toni sarebbero quelli del ritratto collettivo di un ambiente operaio, percorso da un sotterraneo senso di rivolta: un po’ Andor, un po’ Ken Loach. Vedremmo Davis nascere in una famiglia che si occupa di distribuzione di carni. Lo seguiremmo mentre abbandona la scuola a sedici anni, per lavorare al posto di suo padre. Osserveremmo la vita quotidiana dentro un reparto di macellazione e alcune figure incontrate in quei luoghi, che introducono il giovane Davis alla militanza politica. Lo vedremmo consegnare polli al mattino e incontrare Herbert Marcuse al pomeriggio. Due episodi sarebbero dedicati al suo altalenante rapporto con l’università: l’iscrizione al Reed College e l’espulsione per aver pernottato troppe volte in un dormitorio femminile; le sue esperienze come organizzatore di proteste studentesche. La stagione si concluderebbe con l’adesione al partito comunista e il lavoro dentro la libreria del partito a Los Angeles, da cui si fa licenziare dopo aver cacciato un russo dal negozio.

La seconda stagione si sposterebbe in Europa e seguirebbe il crescere di Davis – dopo un periodo di studio alla UCLA – come attivista e storico a contatto con alcuni prestigiosi circoli intellettuali europei. Il cuore del racconto sarebbero gli anni spesi a Londra come redattore della «New Left Review» (1980-86), in contatto con figure di rilievo del dibattito marxista come Perry Anderson. La ricostruzione degli ambienti anni ottanta dell’ufficio sarebbe puntigliosa, un Mad Men in versione trotzkista. Vedremmo Davis sviluppare lentamente una vocazione alla ricerca e alla scrittura. Seguiremmo infuocate riunioni di redazione in cui il nostro difenderebbe forse l’idea che le città debbano diventare il centro dell’attenzione per rinnovare l’incisività analitica di una cultura radicale di sinistra. Alcuni flashback ci riporterebbero alle sue esperienze come camionista, ai pomeriggi passati consegnando scatole di bambole Barbie ai cancelli delle gated communities della West Coast. La stagione si concluderebbe su un cliffhanger prima trionfante, poi apocalittico: il ritorno in America, la pubblicazione di Città di quarzo nel 1990, infine le rivolte di Los Angeles del 1992, che sembrano confermare tutte le diagnosi contenute in quel volume e trasformano il suo autore in una sorta di profeta.

La terza stagione seguirebbe il Davis autore di successo e avrebbe in molti episodi un tono più decisamente fantascientifico, basato su salti temporali in stile Dark, o magari Doctor Who. Vedremmo Davis viaggiare nel tempo, talvolta insieme allo scrittore cyberpunk William Gibson, per vivere in presa diretta le rivolte e le catastrofi oggetto dei suoi libri: nell’India dell’Ottocento per Olocausti tardovittoriani (2001); in Sud America negli anni sessanta per Il pianeta degli slum (2006); a New York nel 1920, per l’attentato di Mario Buda che dà il via a Breve storia dell’autobomba (2007); e più volte nella stessa Los Angeles, luogo che sembra offrirgli a più riprese le chiavi più importanti per la comprensione del mondo contemporaneo (Geografie della paura, 1998). Troveremmo in questi cortocircuiti le radici di un approccio alla storia molto particolare, basato meno sulla filologia quanto più su una partecipazione diretta e militante allo svolgersi dei fatti. In una parte maggiormente legata alla vita quotidiana, diciamo un college drama stile The Chair, seguiremmo Davis nel rapporto con la cultura ufficiale, con gli editori, con il pubblico, e soprattutto con il mondo accademico. Vedremmo prestigiosi professori rifiutargli cattedre perché studioso troppo poco controllabile e giovani ricercatori rimproverargli pubblicamente di essere ancorato a un modo poco scientifico di produrre conoscenza, lontano dalla crescente specializzazione degli urban studies.

Sarebbe un bell’omaggio, ma forse Davis non avrebbe voluto che si girasse una serie su di lui. Uomo del ventesimo secolo, profondamente ancorato all’oggetto libro come strumento di diffusione del sapere, ha sempre creduto che la sua scrittura, potentissima ed evocativa, dovesse parlare da sola e che lo scrittore-personaggio dovesse rimanere sullo sfondo. Oggi che misuriamo il peso della sua scomparsa è lecito chiedersi se l’influenza più grande sui modi di studiare le città, alla fine, sia da cercare nelle sue pubblicazioni, o non piuttosto nel modo in cui lo stesso Davis ha reinventato la figura dell’intellettuale pubblico alle prese con la questione urbana, immaginando una forma d’impegno scientifico e di partecipazione alle lotte sulle questioni ambientali nel ventunesimo secolo.

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Last modified: 22 Novembre 2022