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Paola BiancoWritten by: Reviews

Racconti migranti tra Europa e States

Il castello hollywoodiano di Sunset Boulevard, le carriere oltreoceano di due progettisti ferraresi, le vicende della signora Gropius: quattro libri tratteggiano storie minori, di memoria e fascino

 

Non c’è luogo sulla terra che abbia colonizzato l’immaginario collettivo più di Hollywood, quartiere di Los Angeles, mecca del cinema mondiale. Hollywood si trova tra due celebri arterie stradali: Wilshire Boulevard e Sunset Boulevard, in cui si concentrano oggi teatri di posa, locali per la vita notturna, alberghi e le abitazioni delle star del cinema. Qui si trova anche lo Chateau Marmont, notissimo albergo, oggetto del recente Il castello di Sunset Boulevard. Storia, avventure e segreti dell’albergo più celebre di Hollywood del giornalista, scrittore e critico cinematografico Shawn Levy (EDT, collana La Biblioteca di Ulisse, 2020, 424 pagine, 24 euro). L’autore ripercorre le vicende costruttive, dal progetto del 1927 al suo completamento nel 1929, fino agli ampliamenti e trasformazioni degli anni successivi, di pari passo con le sue frequentazioni come luogo prediletto dalle celebrities. Chateau Marmont si caratterizza per una spiccata verticalità, in un contesto contrassegnato invece, soprattutto a inizio Novecento, da edifici bassi: svetta con i suoi 8 piani fuori terra, la forma a L, la presenza di una torretta ancora più alta, all’incrocio tra le due ali, e i tetti di pendenza spropositata per la California del sud. Levy stesso lo definisce un edificio incongruo. L’idea imprenditoriale fu dell’avvocato Fred Horowitz; progettisti furono invece Arnold A. Weitzman, cognato di Horowitz, di formazione europea e, per la struttura del guscio in cemento anti-sismico, William Douglas Lee. L’ispirazione venne dall’Europa e precisamente dallo Chateau d’Amboise, un castello gotico nella Loira francese: l’ambizione era un edificio nuovo ma con atmosfera d’antan, da vecchio continente. Inizialmente il palazzo era destinato ad appartamenti, solo in seguito ne fu scoperta la vocazione alberghiera. In questi locali hanno soggiornato moltissimi Vip: dagli attori del muto alle star del sonoro, dai musicisti rock negli anni sessanta e settanta ai fotografi di moda, fino ai divi della tv (vi morì John Belushi). La lettura è di grande godimento, in quanto unisce alle vicende architettoniche e urbanistiche locali (illustrate anche da foto e disegni) quelle più frivole delle celebrità che l’hanno frequentato.

E permette l’incontro con la figura di Edgardo Contini, critico d’architettura e ingegnere di origini ferraresi emigrato negli Stati Uniti nel 1939 con la famiglia in seguito alle persecuzioni razziali del fascismo – in quanto ebreo ed esponente di quella famiglia Finzi-Contini del famoso romanzo di Giorgio Bassani – protagonista del volume Edgardo Contini (1914-1990). Ingegnere italiano sulla West Coast. Tra Early Modernism e International Style (di Fausto Giovannardi e Olimpia Niglio, Aracne, collana Esempi di Architettura 48, 2020, 176 pagine, testo italiano-inglese, 18 euro). A metà anni quaranta Contini iniziò a lavorare proprio a Los Angeles, dove ebbe una lunga carriera collaborando anche con nomi molto noti, da Charles Eames a Eero Saarinen, incrociando anche – nello studio Victor Gruen Associates, di cui era socio – un giovane Frank O. Gehry. Fu anche autore del dirompente piano per la città di Forth Worth, mai realizzato, con una visione urbanistica ante-litteram che privilegiava i pedoni alle auto. Contini, che insegnò anche alla University of Southern California e alla UCLA, si definiva un ingegnere umanista e univa alle conoscenze tecniche una spiccata sensibilità estetica ed una creatività di matrice tutta italiana. Il volume, oltre a essere un omaggio a una figura purtroppo poco conosciuta a livello italiano, è una lettura stimolante che fa riflettere sulla sempre maggiore necessità di contaminazione tra culture.

Parallelo e analogo è, della stessa collana, Adamo Boari (1863-1928) Arquitecto entre America y Europa (a cura di Martin Manuel Checa-Artasu e Olimpia Niglio, Aracne, Esempi di Architettura 52, 2021, 652 pagine in 2 volumi, testo italiano-spagnolo, 48 euro). Architetto-ingegnere, anche lui di origini ferraresi, si laureò in ingegneria a Bologna nel 1886, ma iniziò la carriera in Brasile e soggiornò a lungo anche negli Stati Uniti (lavorerà a Chicago nello studio di Frank Lloyd Wright) e in Messico (la sua magnum opus fu il Palacio de Bellas Artes a Città del Messico, tuttora il teatro d’opera e la sala da concerto più importante del paese), per poi fare ritorno in Italia. I corposi volumi riportano le ricerche effettuate a cavallo tra i continenti e presentano i capitoli curati da Checa-Artasu in lingua spagnola: il primo si concentra sui primi anni di carriera ed è ampiamente illustrato da schizzi di progetto, da foto attuali degli edifici e da ulteriori appendici che delineano a tutto tondo la figura. Il secondo invece si concentra proprio sull’attività svolta in Messico, dove Boari trascorse i 15 anni centrali di carriera.

Racconta ugualmente una storia di migrazioni e di architetture tra Europa e America La signora Bauhaus (di Jana Revedin, Neri Pozza, 2020, 304 pagine, 18 euro) che si muove sull’onda delle celebrazioni per il centesimo anniversario della fondazione del Bauhaus. Anche questo è un romanzo (come il più noto La ragazza del Bauhaus, di cui abbiamo già trattato). L’autrice è una docente universitaria di lingua germanica, i personaggi e la vicenda sono reali: la storia personale e professionale di Ise Frank, libraia e giornalista di origini ebraiche che sposò Walter Gropius e divenne così la portavoce del Bauhaus, scrivendo per l’architetto discorsi, articoli e cronache. Un impegno che è durato tutta la vita e che ha fatto sì che le vicende siano giunte fino a noi: con l’ascesa dei nazisti in Germania infatti, pianificò con la fotografa e compagna di avventure artistiche Irene Hecht, ebrea come lei, la fuga prima in Francia e poi in America. Qui si tennero le prime retrospettive sul Bauhaus e trovarono rifugio gli insegnanti della scuola, divenuti nel frattempo indigesti al Terzo Reich. Il libro sviluppa la ricerca dell’autrice sulle fonti documentali e dirette sul personaggio (Revedin ha conosciuto l’ultima nipote di Ise ancora in vita, Evelyne) e indirettamente sulla scuola. Presenze fondamentali nel romanzo, oltre a quelle già nominate e ad altre di ambito più familiare, sono quelle di Bruno Taut e di Marcel Breuer. Scopriremo così che la celebre foto (qui riprodotta in copertina) di donna mascherata sulla sedia Wassily del 1925 altri non è che Ise, ritratta in un momento particolare della propria esistenza. In conclusione, un’altra storia che meritava di essere portata alla luce e che può ancora rivelarsi fonte d’ispirazione.

 

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Last modified: 14 Aprile 2021