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Michele RodaWritten by: Reviews

Immagini di un mondo che cambia, tra tunnel e muraglie verdi

Con sguardi inediti, due documentari raccontano gli impatti locali di grandi trasformazioni globali: la nuova ferrovia che attraversa il Caucaso per la Via della seta e la barriera naturale che combatte la desertificazione del Sahel

 

I due lavori cinematografici A tunnel e The great green wall, che già dal titolo fanno intuire il punto di vista architettonico e la dimensione costruttiva che li caratterizza, descrivono, con molti elementi di analogia, il processo di realizzazione d’infrastrutture di grandissima scala, visto attraverso gli occhi delle popolazioni che ne subiscono i drastici cambiamenti. Sono proprio alcuni dei personaggi, non attori ma cittadini – dal ferroviere di un piccolissimo villaggio georgiano all’adolescente nigeriana, orfana, vittima delle violenze di Boko Haram – a diventare emblemi del mondo che sarà. Oltre ad avere molto in comune, i film sono stati presentati in Italia quasi contemporaneamente: A tunnel ha avuto l’anteprima alla 68° edizione del Trento Film Festival “Montagne e Culture” (27 agosto – 2 settembre 2020), mentre The great green wall ha chiuso la programmazione della XXIII edizione di “CinemAmbiente” (Torino, 1-4 ottobre 2020). Usciti nel 2019, entrambi privilegiano le riprese in cui la figura umana si staglia sullo sfondo di luoghi complessi e critici. Affascinanti e stimolanti dal punto di vista dell’immagine e della fotografia, hanno un taglio giornalistico, quasi d’inchiesta, ed esprimono punti di vista diversi, spesso antitetici e paradossali.

I due film accompagnano lo spettatore in un viaggio. Temporale quello proposto in A tunnel (docufilm di Nino Orjonikidze e Vano Arsenishvili, Artefact Production e Ventana Film, 2019, durata 1h 32’): 6 anni di riprese nelle montagne e nelle foreste georgiane, lungo la linea che separa Europa e Asia. Il tunnel che viene costruito, prevalentemente da lavoratori cinesi nascosti nella montagna (la cui presenza è rivelata quasi esclusivamente dalle esplosioni nelle attività di scavo), è un piccolo, ma strategico, frammento della nuova Via della seta, fasci di corridoi ferroviari per persone e merci, capace di accorciare tempi di percorrenza tra Oriente e Occidente, favorendo rapporti commerciali. La Georgia è uno dei paesi che per primo ha sostenuto con entusiasmo il progetto fortemente voluto da Pechino. Zvare e Moliti, 2 piccoli villaggi rurali, circa 150 km ad ovest di Tbilisi, sono lo scenario di un racconto senza narratore, con cambi di scena senza transizioni, con frequenti salti. Il documentario di produzione tedesco-georgiana, infatti, mette in scena le diverse figure umane che abitano questi luoghi e le loro preoccupazioni per un futuro che, almeno per ora, significa soprattutto distruzione (frane e smottamenti rimodellano continuamente il paesaggio) e il sospetto verso le imprese coinvolte. Compare più volte una capanna in legno, simbolo immobile e resistente, a cui il tunnel toglie materialmente il terreno sotto gli esili pilastri in legno, emblema di una progressiva drastica separazione: pochi metri sotto il suolo sfrecceranno i treni del nuovo mondo, al di sopra quello stesso suolo perde pezzi e porta una piccola grande rivoluzione per una comunità impaurita e inconsapevole.

 

È geografico invece il viaggio, con una partenza ad ovest (in Senegal) e un arrivo ad est (in Etiopia), narrato in The great green wall (docufilm di Jared P. Scott, Seville International e Make Waves Production, 2019, durata 1h 30’). Quasi 8.000 km nel Sahel, lungo la linea che separa il Sahara dall’Africa centrale, che vengono percorsi, prevalentemente in bus, con alcune tappe (a Bamako, ad Abuja e poi in Niger), dalla narratrice, Inna Modja, cantante e attivista franco-maliana. Ai silenzi, interrotti dagli scoppi, di A tunnel, si sostituiscono i suoni coinvolgenti della musica africana. Il documentario, di produzione inglese, mette al centro l’utopia della Muraglia verde, una fascia alberata, in corso di realizzazione dal 2007, su iniziativa dell’Unione Panafricana: ad oggi è stato piantato circa il 15% delle piante previste per ostacolare la desertificazione che viene dal Sahara. Il film unisce immagini riprese con droni dall’alto (bellissime quelle delle trasformazioni dei paesaggi delle enormi savane) con gli incontri di Modja: con le piccole comunità locali, con gli studenti delle scuole e sui palchi dei concerti. Emerge la dimensione visionaria di un’idea ambiziosa, fatta non di elementi continui (come pure un muro dovrebbe essere) ma che si costituisce come mosaico di frammenti diversi. Ognuno con una propria personale aspirazione. The great green wall viene raccontato come una possibile risposta ai mali che affliggono uno dei luoghi più poveri e travagliati del mondo: dalle violenze dell’integralismo islamico alla desertificazione (impressionanti a questo proposito le immagini del lago Ciad che dal 1970 ad oggi si è ridotto di circa il 90%), dalla povertà alle migrazioni (le stime dicono che nei prossimi 25 anni 60 milioni di persone cercheranno di lasciare l’Africa). Un muro di speranza, che non divide ma che vuole costruire il futuro, che si contrappone al tunnel (“dannato tunnel”, si sente ripetere più volte) che invece di unire sembra spiazzare una popolazione che lo subisce, costruito di nascosto sotto la montagna. In questo senso i due film restituiscono plasticamente i paradossi di questo mondo contemporaneo.   

Per approfondire: greatgreenwall.org

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Last modified: 8 Febbraio 2021