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Davide FragassoScritto da: Interviste

Il presidente di Europan Italia: l’Italia nonostante tutto…

Con cadenza biennale, da oltre 20 anni Europan stimola la progettualità degli under 40 di tutta Europa sui temi della riqualificazione urbana: nelle prime 11 edizioni si sono confrontati oltre 80.000 progettisti (16.000 italiani), impegnati su 574 città: 1.600 i progetti premiati, di cui 200 in Italia. Nonostante la rilevanza di cui gode, si fatica ancora molto a vedere conclusi i progetti vincitori nelle nostre città (addirittura nessun sito italiano presente nell’ultima edizione). Se infatti il rapporto tra progetti costruiti e da costruire è di poco inferiore a quello di Spagna e Francia, rispettivamente prima e seconda, resta comunque alto il tasso d’incompiuti e ritardi che rendono clamorosa la notizia di un’inaugurazione. Livio Sacchi ci illustra il quadro della situazione.
Che giudizio può dare del rapporto tra le amministrazioni, l’associazione e i progettisti vincitori del concorso, vista anche l’assenza di aree italiane al bando Europan 11? Perchè tanti ritardi nella realizzazione delle opere rispetto al resto d’Europa?
Noi italiani dobbiamo imparare a comportarci con maggiore serietà: bandire un concorso significa assumersi una precisa responsabilità. La trasparenza e l’internazionalizzazione che è propria di Europan spesso impedisce quei favoritismi locali che purtroppo segnano, in maniera più o meno consapevole, la condotta delle amministrazioni meno illuminate. In questi casi Europan può essere un interlocutore scomodo. Le difficoltà italiane non sono, per fortuna, soltanto nostre: la gran parte degli altri paesi membri di Europan attraversa una fase delicata e di ciò si è resa conto anche la segreteria centrale in Francia.
Qual è lo stato dell’arte in Italia per i progettisti under 40?
La condizione italiana mi sembra, nonostante tutto, estremamente vivace. Le capacità dei nostri progettisti continuano a essere apprezzate all’estero. Le difficoltà che i giovani incontrano nel momento in cui provano a inserirsi nel mondo del lavoro derivano da alcuni fattori abbastanza identificabili, primo fra i quali il numero esorbitante di laureati che non ha eguali. Tali numeri determinano anche preparazioni approssimative, spesso lontane da ciò che il mercato del lavoro e l’industria delle costruzioni richiedono. Si aggiunga che s’impara a fare l’architetto costruendo architetture: il ritardo con cui ciò avviene riduce sensibilmente la competitività progettuale che, come in tutti gli ambiti creativi, si assottiglia con il passare degli anni se non è sostenuta da una pratica forte. Il futuro è nell’accettazione della sfida posta dalla competizione globale, imparando a lavorare per i mercati stranieri: l’Asia è ancora oggi un mercato significativamente in crescita, l’Africa è un continente dove il know how professionale, sia locale sia d’importazione, è largamente sottodimensionato rispetto alla domanda. Gli architetti italiani devono imparare a misurarsi con professionisti seri che non provengono più solo dai paesi storicamente forti nel settore ma anche da India, Cina, Egitto, Siria, ecc.: soprattutto ingegneri, preparati a lavorare in inglese, spesso anche in arabo; abituati ai sacrifici e disposti a trasferirsi in aree climaticamente, culturalmente e socialmente difficili.
Che cosa migliorerebbe nell’organizzazione di Europan rispetto alla qualità dei progetti partecipanti?
Credo che una strada interessante sia incentivare gli scambi fra i giovani progettisti con forum, seminari, workshop e altri momenti di approfondimento progettuale, favorendo la formazione di gruppi internazionali, esperendo insomma, nei fatti, ciò che purtroppo non avviene all’interno delle nostre scuole e dei nostri dottorati, ancora così poco attrattivi rispetto agli stranieri. Stiamo anche pensando alla gestione comune di progetti in paesi diversi e ad altre forme d’integrazione.

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Last modified: 8 Luglio 2015