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Scritto da: Inchieste

Qui il privato imita il pubblico

In Alto Adige, tra il 2001 e il 2010, per scegliere come realizzare 82 edifici è stato necessario redarre 3049 progetti; a tanto ammonta il numero dei partecipanti a concorsi di progettazione nell’ultimo decennio. Nessun altra professione sottopone se stessa a questo sfiancante e, da un punto di vista economico, apparentemente insensato allenamento. Partecipando a un concorso gli architetti applicano volontariamente a se stessi una selezione darwiniana; qui non valgono rendite di posizione, né scatti di anzianità, nessuna capacità è presupposta in base a un curriculum, ma questa deve essere ogni volta dimostrata di nuovo. I concorsi sono la vera liberalizzazione di cui la nostra professione ha bisogno, rappresentano l’unico modo con cui si può garantire a un giovane architetto la possibilità di accedere a incarichi professionali di rilievo che né la soppressione dell’esame di stato o la riduzione degli anni di tirocinio, né tanto meno la possibilità di offrire uno sconto maggiore sul proprio onorario facilitano. L’esperienza altoatesina lo dimostra: da almeno trent’anni i concorsi di progettazione contribuiscono in maniera decisiva al rinnovamento e alla crescita della nostra cultura architettonica. Molti dei giovani studi professionali sudtirolesi oggi conosciuti anche fuori provincia non esisterebbero se non avessero avuto la possibilità di ottenere importanti incarichi pubblici e privati frutto di concorsi. I concorsi sono poi un luogo di ricerca e sperimentazione, in un certo senso la scuola comune che ci manca. L’Alto Adige non ha una propria facoltà di architettura, per studiare si deve abbandonarlo, si va al di qua o al di là dalle Alpi. Una volta tornati siamo un po’ tutti trascrittori, in un territorio comune, di conoscenze fatte altrove. Ci piace vedere cosa fanno gli altri, mescolare le carte dando vita a uffici ad assetto variabile, ad alleanze temporanee, in cui si intrecciano le scuole diverse da cui proveniamo. I concorsi hanno reso possibile questa mobilità e permeabilità delle scuole. Sono un campo di sfida professionale certo, ma anche un’occasione di confronto, una specie di laboratorio comune attraverso cui si diffondono rapidamente innovazioni architettoniche e grafiche, sensibilità progettuali e mode. Da questa sala di disegno collettiva emergono alcuni atteggiamenti progettuali condivisi, una sorta di canone in fieri che la rivista che dirigo, «turrisbabel», si è incaricata di registrare con precisione.
82 concorsi in 10 anni potrebbero sembrare molti, sono però poca cosa rispetto a quanto si è costruito in questo decennio. Nonostante la nostra categoria offra praticamente gratis questo tipo di servizio, i committenti non ne approfittano e preferiscono non avere alternative tra cui scegliere. Sono gli architetti, sui quali grava la parte più rilevante del loro costo, a reclamare nuovi concorsi, mentre le amministrazioni pubbliche sembrano talvolta concederli controvoglia, quasi si trattasse solo di un costoso gioco per architetti. Eppure quanto valga l’investimento è facilmente misurabile confrontando lo stato delle opere pubbliche nel resto d’Italia con quello altoatesino. Uno scarto provocato, più che dalle maggiori disponibilità economiche (reali, senza farne un alibi però, poiché esse danno ragione del numero e non della qualità delle opere realizzate), direi da un ricorso abnorme agli appalti concorso, al project financing, agli affidamenti diretti per «chiara fama», alla gare per prestazioni di servizi. Tutti strumenti con i quali di fatto il committente rinuncia a decidere ciò che vuole costruire delegando la scelta alla sola valutazione del prezzo, al gusto di un finanziatore, alla speranza che un architetto di successo possa produrre sempre architetture di valore o, come nel caso delle gare per prestazioni di servizi, cercando al più di captare tra le parole delle relazioni tecniche la sagoma di un edificio reale. Il campo di applicazione dei concorsi di progettazione andrebbe invece non solo difeso, ma allargato a comprendere ogni tipo di manufatto che investa il nostro territorio e va riconosciuto all’amministrazione provinciale di Bolzano di essersi mossa nell’ultimo decennio in questo senso bandendo i primi concorsi per opere infrastrutturali.
Un quarto degli 82 concorsi sono stati banditi da committenti privati. Il vino ha fatto da apripista con un’equazione, qualità del prodotto uguale qualità dell’architettura, che si è affermata in altri ambiti produttivi: dalla birra alle falegnamerie, dai caseifici ai serramentisti. Un fenomeno che solo marginalmente ha coinvolto invece l’industria turistica. I concorsi per nuovi alberghi sono rari e non si sono svolti nei veri motori del turismo altoatesino, Val Gardena e Val Badia, quanto piuttosto in aree meno esclusive a opera spesso di imprenditori che per la prima volta investivano in questo settore. I concorsi privati sono ancora troppo pochi e andrebbero incentivati. per migliorare l’efficienza energetica di un edificio, si concedono sgravi fiscali o addirittura di aumentarne la cubatura (cioè di manometterne la forma per ottenere un sigillo Casaclima), uno scambio improprio (litri di combustibile per metri cubi di volume) che pare non scandalizzi nessuno. Eppure avrebbe molto più senso premiare chi, scegliendo la via del concorso, mostra di essere consapevole che costruire significa assumersi delle responsabilità civili nei confronti del contesto che si andrà a modificare.
Questa perorazione del concorso potrà sembrare eccessiva: non è un metodo di selezione sempre infallibile; la percentuale di quelli che non si sono conclusi con un’effettiva realizzazione (per errori nella definizione dell’incarico progettuale, a causa di un eccesso di azzardo finanziario da parte della committenza o perché la giuria ha scelto il progetto sbagliato) è, anche da noi, troppo alta; né si può dire che sia sempre il progetto più innovativo a essere premiato, alla pratica concorsuale è connaturata una certa «inerzia», un ritardo a recepire mode e novità salvo poi, una volta accettate, sposarle con tenacia; ma questi sono i difetti dei concorsi da sempre e un modo più corretto per affidare un incarico a me non viene in mente.
La distribuzione territoriale dei concorsi banditi nell’ultimo decennio è tutt’altro che omogenea. La densità di concorsi maggiore si riscontra nel comprensorio della Val d’Isarco mentre il comprensorio Salto Sciliar ha una densità di concorsi per abitante due volte inferiore alla media provinciale. Una scarsità di concorsi in parte giustificabile per la mancanza di un «capoluogo» all’interno del comprensorio ma allo stesso tempo incomprensibile tenendo conto che al suo interno si trovano alcuni dei più ricchi comuni altoatesini (Val Gardena e Alpe di Siusi). Considerando la distribuzione nei 5 maggiori comuni della provincia le disparità sono ancora maggiori, a Bressanone sono stati banditi nel decennio proporzionalmente quasi 10 volte più concorsi che a Laives.
Per quanto riguarda la provenienza dei progettisti vincitori circa tre quarti sono altoatesini il resto va ripartito tra le altre province italiane, l’Austria, la Germania e la Svizzera; «l’invasione» da fuori sembra non trovare riscontro nei numeri anche se spesso sono i concorsi per incarichi più rilevanti a essere vinti da progettisti stranieri. La maggior parte dei concorsi sono stati banditi da enti pubblici, quelli privati sono circa un quarto del totale anche se è probabile che alcuni concorsi privati non siano stati rilevati. I concorsi aperti sono stati il 57% del totale, per 15% era prevista una preselezione e il 28% sono stati concorsi a inviti, di questi, contrariamente a quanto si possa immaginare, meno della metà, 11 su 23, sono stati banditi da privati, 13 da enti pubblici, in particolare amministrazioni comunali.

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Last modified: 18 Luglio 2015