Roma. Il fossato che, soprattutto di questi tempi, marca la divisione fra politica e società sembra si sia palesato, nella sua profondità, pure durante la premiazione del XXII Compasso dOro svoltasi il 12 luglio scorso. Intervistato, Italo Lupi, riferendosi al discorso introduttivo del sottosegretario di Stato alla Presidenza del consiglio Gianni Letta, ha avuto modo di definirlo un «insopportabile sproloquio» e non era certo unico fra i presenti in sala a nutrire riserve a proposito. È stata una cerimonia particolarmente lunga, secondo Giancarlo Illiprandi, fresco Compasso alla carriera. Una cerimonia faticosa, con interventi a volte interminabili. Alla fine il presidente di Artemide, Ernesto Gismondi, interrogato, ironicamente disquisiva sul trasferimento della sede della premiazione fuori Milano. Dopo leccezione di Torino, nel 2008, questa è la prima volta a Roma, nellanno delle celebrazioni dellUnità. Secondo Luisa Bocchietto, presidente Adi, «abbiamo raggiunto un palcoscenico nazionale: il design è italiano». Anche le nostre Poste hanno fatto la loro parte, festeggiando loccasione con un annullo speciale e un francobollo, purtroppo sciapo; peggiore delle uscite sul design nostrano già edite intorno al 2000. Artefatti sicuramente perdenti se accostati a prodotti simili: in particolare, la memoria corre alle affrancature del 2009 dedicate al British Classic Design dalla Royal Mail.
Comunque sia, in futuro, delle polemiche sulla riuscita dellevento e delle iniziative collaterali, forse non rimarrà quasi traccia. Per i premiati, soprattutto, limportante era arrivare a far parte di un elenco dopere delle quali non poche, in passato, si sono ricavate un posto sicuro della più interessante porzione di «storia del design». Più in là nel tempo, calata la polvere, si capirà se e quanto, riconosciuto valido oggi, potrà entrare a far parte della «storia» che si scriverà domani, e se vi entrerà con il medesimo valore e vigore di quanto prodotto e premiato a suo tempo.
Senza indugiare baloccandosi di ottuse nostalgie, è necessario semplicemente convenire che moltissimo è cambiato, rispetto a un tempo. Le schiaccianti esigenze di mercato e le necessità di profitti certi sempre più ravvicinati mal si accordano con le esigenze di ricerca. Capita purtroppo di frequente che le innovazioni di prodotto siano sottilmente proditorie: veramente minime e, per contro, assai enfatizzate. Si punta più su una facile cosmesi effimera, sul valore transeunte dello stile, alla stregua duna moda furba e andante, piuttosto che sulla sostanza vera: la necessità di rispondere a un bisogno reale. Operazioni forti e visionarie come quelle fatte a suo tempo da Enzo Mari, altro novello Compasso alla carriera, con Dino Gavina, come fu «Metamobile», probabilmente oggi non sarebbero possibili. Circa 40 anni orsono, nel 1974, i due pensarono di proporre dei kit per lautocostruzione di mobili essenziali a basso costo, estetica garantita e processo di produzione elementare. Soluzioni qualitativamente e quantitativamente valide per arredi di massa proposti in tre versioni per ogni elemento a listino: la prima, in pacco di elementi prefiniti per lautomontaggio; la seconda, come prodotto finito; la terza, mettendo a disposizione, in alternativa, il disegno esecutivo a mo di cartamodello per lautocostruzione, in cambio del rimborso delle sole spese postali. Sul catalogo si leggeva una singolare avvertenza «Simon International ed Enzo Mari autorizzano ogni persona (che non ne faccia oggetto di produzione per fini commerciali) a fabbricarsi i modelli qui presentati per uso proprio». Tra le prime proposte della collezione vi era «Riomarin», tavolo semplicissimo disegnato da un tizio che si chiamava Carlo Scarpa. Anche questo è stato il «design italiano»: vero design democratico. Ante litteram. Copyleft. Ante litteram.
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