Tanto tuonò che piovve. Nel senso che, dopo il lungo travaglio che è seguito alle operazioni di voto per il rinnovo del Consiglio nazionale degli architetti (schede andate perdute, altre pervenute in ritardo, altre ancora inviate a diverse e non pertinenti emanazioni del ministero di Giustizia) e la lunga e curiosa attesa per la proclamazione, si è giunti infine a un insediamento, con lassegnazione formale delle cariche, per certi versi sorprendente.
Non tanto perché il nuovo presidente, Leopoldo Freyrie, non avesse i requisiti per aspirare alla sua carica (esperienza e autorevolezza), ma perché proprio questi requisiti sembravano e sembrano ancora a molti renderlo inidoneo a dare il segnale del grande rinnovamento che questo nuovo Consiglio, nel messaggio elettorale prima e ora anche nei comunicati rilasciati alla stampa e agli architetti italiani, mostra di voler esprimere.
Vè da aggiungere che lo scrutinio non gli ha riservato un punteggio lusinghiero (decimo su quindici), ma soprattutto che è il più longevo del Consiglio nazionale (insieme al presidente uscente Massimo Gallione), essendo ininterrottamente in carica dal 1997 e sempre con ruoli di prestigio. Se questa lunga permanenza nel massimo organo di rappresentanza degli architetti italiani fosse stata accompagnata da risultati promettenti e, soprattutto, efficaci per rendere meno faticoso e più soddisfacente il lavoro del progettista (e degli iscritti in generale), nulla da dire. Invece, non sono pochi gli Ordini, che pure hanno votato per il gruppo che è uscito vincitore dal confronto elettorale, che trovano il bilancio di tanti anni insufficiente, se non negativo.
Ecco dunque le ragioni della sorpresa: e la presenza nel nuovo Consiglio, insieme a Freyrie, di ben sei altri vecchi (per non pochi di essi, anche in senso anagrafico) consiglieri, rende ancor meno convincente laspirazione al cambiamento.
In ogni caso, presidente e Consiglio vanno ora messi alla prova: ne potrebbe scaturire invece un mandato carico dinnovazioni e risultati, a partire da una vera «rivoluzione» nei rapporti tra Cnappc e Ordini provinciali. Ma, se così fosse, come è augurabile, ci sarebbe da chiedersi cosa ha impedito in passato ai Consigli che hanno preceduto lattuale (così ricco di consiglieri uscenti), di ottenere quei risultati che tutti si aspettano. Maliziosamente, ci sarebbe da pensare che quelli non rieletti siano stati «scaricati» perché ne costituivano la «zavorra»: e se così fosse, occorrerebbe chiaramente e onestamente dichiararlo. Sennò resterà, fino a prova contraria, il dubbio che si sia cambiato qualcosa, affinché nulla cambiasse.
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