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Scritto da: Professione e Formazione

Marco Vitale: in Italia il ministro della Cultura dev’essere anche ministro dell’Economia

«Bresciano di nascita, milanese di residenza, internazionale per cultura e attività», alpinista, amante della bicicletta con cui ha percorso mezza Italia, Marco Vitale vanta un curriculum sterminato di incarichi pubblici e privati. Nelle recenti elezioni comunali, è stato animatore del Comitato dei 51 professionisti che ha sostenuto Giuliano Pisapia. Cominciamo la nostra conversazione dal suo discorso al convegno di Napoli del Fai, in cui ha sostenuto la necessità, per superare la crisi economica, di tornare ai bisogni reali insoddisfatti, identificati anche, se non soprattutto, con la cultura.

Perché in un’epoca di crisi strutturale del capitalismo, penuria di consumi, lavoro scarso e sottopagato, elabora una teoria dei bisogni con al centro la cultura?
Prima del ballottaggio di Milano, nel corso di un incontro al circolo De Amicis ho concluso il mio intervento così: a Milano «il vero assessore all’Economia sarà l’assessore alla Cultura, perché in quel settore s’intrecciano i temi dello sviluppo nuovo». Da anni diciamo che siamo entrati nell’economia della conoscenza, coerentemente dobbiamo produrla, promuoverla, metterla in commercio.

Ci sono esempi positivi?
Il più positivo è Torino. Città grigia ai tempi in cui era una company town, dominata da una monarchia che Carlo Cattaneo avrebbe combattuto, quella degli Agnelli e della Fiat, alla fine degli anni novanta con la crisi della Fiat si è trovata in un periodo di grande paura. Invece di reagire chiudendosi, si è aperta riscoprendo le radici che erano state occultate. Questa è una lettura culturalmente orientata della città, grazie a una sintesi politica, cominciata con il sindaco Valentino Castellani. Una storia simile è quella di Genova. Negli anni settanta era una città affondata. Anche lì c’è stato un rimbalzo economico quando i filoni dell’assistenza si sono interrotti. Minoranze illuminate hanno ripensato la città a partire dalle radici e il porto è tornato al centro della vita cittadina. Ora partiamo da Milano per andare a cena nel porto antico. Anche lì tutto ciò è stato possibile grazie alla sintesi politica di un grande sindaco, Giuseppe Pericu.

E Milano invece?
È andata indietro nelle strutture pubbliche, nella strategia politica. Invece nell’animazione disordinata delle professioni e delle attività private resta nei primi dieci posti tra le città-nodo di reti mondiali. Il valore della cultura, del paesaggio urbano deve tornare in primo piano. Qui il vero sindaco è stato Salvatore Ligresti. Non va bene.

Non sarà eccessivamente pessimista? Palazzo Reale ospita mostre importanti, la Triennale è all’avanguardia, ha appena aperto il Museo del Novecento con file di visitatori…
Il Museo del Novecento è l’unica realizzazione recente, la Triennale l’ha fatta Davide Rampello nonostante il taglio delle risorse pubbliche e fa parte di quella vitalità professionale di cui parlavo, ma il resto, quella che noi aziendalisti chiamiamo la basic strategy, non c’è. La Villa reale di Monza, di cui il Comune è un socio importante, è un asset straordinario, grande come Versailles, cinque volte le dimensioni dell’Expo. Il Comune ha detto: non ho un euro, non me ne frega niente. Questa è ottusità.

Uno dei temi della campagna elettorale è stato il contestato Piano di governo del territorio. Lei che cosa ne pensa?
Il Piano è stato approvato senza discutere le eccezioni della città. Pertanto è illegale. Tutti lo sanno. Nel merito è basato su un assunto strategicamente demenziale: riportare a Milano 700.000 persone che sono andate a vivere fuori per ragioni di mercato. Su questo nasce l’ipotesi di una colata di cemento che non si vede come possa stare in piedi economicamente. È  incredibile come persone di valore possano pensare una cosa del genere.

Ecco, lei da quale assunto partirebbe per ridisegnarlo?
L’urbanistica è politica. E la grande urbanistica è cultura di una città. Qui manca una visione, tutti gli studiosi dicono: «alziamo gli occhi oltre le mura spagnole». Anziché illudersi di far tornare la gente, sosteniamo questo grande territorio, organizziamo la mobilità, il verde nella cintura, i servizi. Non c’è bisogno di enti metropolitani, quelle sono balle, ma di disegni metropolitani.

L’ex sindaco Albertini ha rivendicato che a Milano lavorano nei diversi mega progetti i più grandi architetti internazionali. È un primato?
Questi progetti sembravano giusti qualche anno fa, ora chiamano la ribellione della gente per le strade. Andate a Rogoredo-Santa Giulia, un quartiere senza servizi e abbandonato. Grande architetto: Norman Foster. Risultato: uno schifo. Non per colpa sua, probabilmente, ma della mancanza di gestione del territorio. Sull’area della ex Fiera vedremo come andrà a finire. L’operazione è stata impostata su valori molto alti, il progetto scelto non sul merito (quello di Renzo Piano era migliore) ma sul valore economico. Anche lì non verrà un grande risultato. La lezione è che il grande architetto non basta: se non si vuol bene al territorio, si finisce per fregare la gente. La politica dei grandi architetti non è una politica, ma solo uno show.
Nei prossimi anni Milano e l’Italia saranno coinvolti in un grande evento, l’Expo. Una questione controversa, con timori che il business vada a detrimento del paesaggio. Qual è il suo pensiero?
Il nuovo amministratore Giuseppe Sala sta prendendo una rotta corretta, ma finora è stato gestito in modo disastroso da una cricca pericolosa. Primo: è stato bloccato da lotte intestine di potere e interessi che andavano sistemate prima e non dopo, e sulle quali ci sono ancora ombre; secondo, si è scelto il progetto degli orti, che chiunque sapeva essere non realizzabile, dunque un non-progetto. L’Expo, volenti o nolenti, non si scrive in libertà, ha una disciplina, requisiti che l’organismo internazionale impone. E i paesi vogliono dire la loro sui padiglioni. Bisogna conciliare tante esigenze. Il territorio si presta a un fuori salone molto interessante, grazie a una storia agricola di primo piano. Questo deve diventare un filone. Cascine bellissime dovrebbero essere collegate con l’Expo, sempre che nel frattempo non le spianino. Poi c’è la Villa reale di Monza, alcuni musei come quello di Treviglio. Siamo ancora in tempo per farne un successo, ma senza le cifre ridicole, inventate e truffaldine messe in giro all’inizio (e mi dispiace che la Bocconi le abbia avallate). Ci sono fior di facoltà universitarie, vanno mobilitate. È una delle ultime occasioni per rianimare la città della cultura.

All’inizio dell’intervista lei ha detto che l’assessore alla Cultura è il vero assessore all’Economia. A livello nazionale si dice invece che il ministro dell’Economia sia il vero ministro della Cultura.
Io vorrei che fosse esattamente il contrario. Sono un grande estimatore di Tremonti come gestore del bilancio. Ma bisogna investire. A Pechino l’istituto italiano di cultura vive con 20.000 euro. A Pechino, la capitale del mondo! Assurdo. Allora la mia boutade vuol dire questo: il rigore finanziario serve per investire nell’innovazione, nella cultura e nella tutela del paesaggio urbano. Così si crea occupazione vera, qualificata e giovanile. La Ruhr quando ha chiuso l’industria pesante si è trovata in crisi: territorio inquinato, disoccupazione al 15%. Il governo tedesco ha messo 10 miliardi di marchi in una fondazione di esperti. Risultato: territorio risanato puntando sull’economia soft, una gioia per i giovani.

In Italia le pianificazioni a dieci anni non vanno di moda. Si preferiscono stati di emergenza, commissari, protezioni civili…
Una pagina terribile, scandalosa. Si inventa l’emergenza perché la bande affaristiche possano fare tutto ciò che vogliono.

Un conflitto su questi temi si crea spesso, tanto più in tempi di crisi, tra tutela del paesaggio e posti di lavoro. Spesso l’occupazione viene usata per forzare i vincoli paesaggistici. Che cosa ne pensa?
Si tratta di una cosa barbara, fa parte della nostra incultura. In Lombardia c’è un territorio alpino, l’alta Valtellina con Bormio e le cinque valli che la circondano. Terra di sviluppo equilibrato, con solide radici culturali, che stava decollando. Poi sono venuti i campionati del mondo di sci. Occorrevano 100 milioni di euro per gli impianti. La sciagurata Regione ne ha riversati 300. Dove sono andati? Ad arricchire una decina di persone, ricoprendo l’alta valle di falansteri di cemento che non creano nulla, anzi l’hanno declassata, facendo lavorare gli operai solo pochi mesi. Il territorio è in decadenza, i giovani non si sposano perché non possono permettersi case da 7.000 euro al metro quadro e vanno lontano.
Girando l’Italia, si constata che non è un caso isolato. Che cosa sta succedendo, qual è l’economia sottostante a questo fenomeno?
In quelle case si riversa denaro sporco che arriva da lontano e in questo modo si sbianca. Però intanto si è compiuto un delitto contro il paesaggio, contro il lavoro, contro la cultura della comunità che ora ha portato anche a inchieste giudiziarie con decine d’indagati. Tutto ciò è avvenuto attraverso operazioni violente con metodi mafiosi. Per la violenza non c’è bisogno d’imbracciare kalashnikov.

Lei definisce l’Italia «un paese una volta bellissimo», gli italiani «un popolo infelice» e invoca una «rivolta morale». Siamo a un punto di rottura?
Noi viviamo molto male, la rivolta morale nasce sempre da un interesse a vivere meglio.

Nei sondaggi il paesaggio emerge come un valore primario per gli italiani, poi nella vita quotidiana diventa una variabile dipendente. Come mai?
C’è una consapevolezza del paesaggio come valore, anche economico. Non a caso la Costituzione è la prima a tutelarlo. Poi però la gente è distratta. Qui gioca molto la cattiva informazione, la gente pensa che il paesaggio sia curato da altri: leggi, istituti, organismi. Questi invece sono fatiscenti, incompetenti, influenzati da interessi economici spesso illegali e tangenti. Quando si prende atto della situazione reale, la ribellione c’è.

Le è capitato di constatare personalmente reazioni in questo senso?
Da qualche anno lavoro sulla valorizzazione del paesaggio e della cultura di alcune valli alpine. La Val Camonica era siderurgia e tessile, del paesaggio non s’interessavano. Poi con la crisi dell’industria, la gente comincia a domandarsi che cosa c’è d’altro. E si scopre che in 40 chilometri c’è un condensato di opere d’arte incredibile, dalla Crocifissione del Romanino a Pisogne, dove l’artista non si sentiva imbrigliato dai committenti bresciani, a Moretto. Pittori sommi che hanno lasciato testimonianze straordinarie, e poi graffiti tra i più importanti d’Europa e, a Cerveno, l’insieme di sculture religiose del Settecento più importante d’Italia. Improvvisamente è scattato un senso d’orgoglio e persone di valore si sono messe a lavorare insieme. Dopo alcuni anni con la Fondazione Cariplo abbiamo costituito il primo distretto culturale, per far diventare tutto ciò fattore di sviluppo. I risultati sono ottimi. I mestieri tradizionali continuano. Si mette in moto un turismo di qualità. E cresce l’autocoscienza della comunità, depositaria di ricchezze che ignorava. Su quell’esempio, siamo impegnati ora in Val Sabbia, che ha il punto d’eccellenza a Bagolino, con un grande pittore italiano, Antonio Stagnoli. Lavorando su questo personaggio, abbiamo realizzato un centro civico che ha valorizzato un grande palazzo del Cinquecento (di proprietà del Comune ma completamente abbandonato), con una mostra permanente di trenta opere di Stagnoli regalate al Comune e un centro per ragazzi.

Lei è appassionato d’arte e buon collezionista. In questo periodo a cosa si appassiona?
Io sono eclettico. Per cui, nonostante sia molto legato al passato, ora sono proiettato sulla pittura contemporanea. Sul Novecento italiano.

Nel 1993 è stato assessore al Bilancio a Milano nella giunta Formentini. Le piacerebbe occuparsi di questi temi con un incarico istituzionale stabile?
È stato un anno divertente. Con Philippe Daverio facevamo liti furibonde, lui voleva sostenere la musica contemporanea. Per me quella roba è incomprensibile, la musica è Gershwin… Io ho sempre avuto un principio: quando vengo chiamato a funzioni istituzionali, non dico di no perché credo che faccia parte dell’etica pubblica. Nella grande Repubblica veneta, chi rifiutava era severamente punito. Se lo desidero? Dico di no, perché nelle posizioni istituzionali si dedica un enorme tempo a cose burocratiche di bassissimo contenuto, allora meglio dare il proprio contributo da free lance, collaborando dall’esterno con le istituzioni. Il risultato è migliore.

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Last modified: 10 Luglio 2015