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Filippo De PieriWritten by: Inchieste

Firenze, si cambia!

Firenze. Forse la vera notizia è che in città si fa ordinaria amministrazione. Un anno e mezzo dopo la sua vittoria all’elezione a sindaco nel giugno 2009, Matteo Renzi (36 anni) ha portato alla prima fase di approvazione da parte del Consiglio il Piano strutturale comunale (Psc), riprendendo il filo di un lavoro che la precedente giunta aveva intrapreso senza condurlo a termine e cercando, soprattutto, di concluderlo in tempi brevi. Dopo gli scandali urbanistici e le vicende giudiziarie che avevano travolto diversi esponenti dell’amministrazione Domenici, anche questo è un modo per riportare l’urbanistica a una dimensione normale, di gestione quotidiana.
Oppure si può pensare, non necessariamente contraddicendosi, che la notizia sia che il nuovo Psc di Firenze si propone come un piano di svolta. A partire da quello slogan, «volumi zero», che indica con decisione la direzione del «rifare» (e non più del «fare») città, azzerando tra l’altro le previsioni edificatorie non attuate del precedente piano; oppure a partire da gesti dimostrativi come la discussa pedonalizzazione di piazza del Duomo.
È soprattutto nel campo delle infrastrutture e dei trasporti che la giunta sembra cercare un nuovo protagonismo fiorentino, non esitando a entrare in polemica con i grandi interlocutori nazionali (in primo luogo le Ferrovie) e a proporre di rivedere progetti già avviati, secondo schemi ambiziosi che proprio nel documento di piano sembrano trovare un primo punto di sintesi. Tutto questo sarebbe probabilmente meno interessante se a guidare il Comune non ci fosse questo trentaseienne Pd cresciuto nel partito popolare, che cita spesso Giorgio La Pira (il sindaco democristiano degli anni cinquanta-sessanta) e non manca di suscitare simpatie anche a destra. Il suo stile decisionista ha già prodotto molti piccoli strappi in quel compassato mondo di plantigradi che è oggi il centrosinistra italiano, ma misurarsi con la tradizione di esperienze amministrative e di rapporto tra saperi accademici e politici che l’urbanistica italiana ha accumulato negli ultimi decenni non è necessariamente facile, neppure per un «rottamatore». Abbiamo incontrato Renzi nel suo ufficio di Palazzo Vecchio.

Il nuovo Psc è stato redatto da un gruppo di lavoro interno agli uffici comunali, senza consulenti esterni. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Firenze ha vissuto una fase tormentata, con indagini che hanno riguardato alcune vicende urbanistiche ed edilizie e che in alcuni casi si sono rivolte direttamente contro dipendenti del Comune. L’ufficio urbanistico era l’ufficio più in difficoltà della macchina amministrativa. In un periodo in cui tra l’altro le polemiche contro i cosiddetti «fannulloni» della pubblica amministrazione erano all’ordine del giorno, abbiamo scommesso sui nostri funzionari per dare un segnale forte. È la stessa ragione per cui ho deciso di assumere personalmente l’assessorato all’Urbanistica. Certo abbiamo cambiato alcuni dirigenti e riorganizzato il lavoro, ma abbiamo anche voluto far capire che il Psc non doveva essere uno strumento di cui avere paura o su cui cercare di salire, ma la grande occasione per riflettere sul futuro della città.

Che rapporto c’è tra il nuovo piano e le ipotesi che erano state elaborate dal precedente consiglio comunale?
I due piani strutturali che erano stati già adottati ma non approvati avevano lasciato un patrimonio di elaborazioni avanzato e un quadro conoscitivo approfondito. Noi siamo partiti da questo lavoro e vi abbiamo inserito alcune idee di fondo. La prima è quella di una Firenze che dice basta al consumo di suolo e fa dell’innovazione ambientale non un feticcio ideologico ma una scelta strutturale, in linea con le principali città del mondo. La seconda è quella di una Firenze città della modernità, capitale dell’innovazione e della qualità della vita, una città che non è solo un museo a cielo aperto e non sta solo lì a contare i turisti. Più Berlino che Venezia. Un’altra riguarda il linguaggio del piano, il fatto che il piano esce dal burocratese per esprimere obiettivi che tutti possono capire. Per esempio abbiamo ripreso da New York il principio secondo cui ogni fiorentino dovrebbe avere un parco, o un giardino, o una piazza a dieci minuti a piedi da casa propria.

Una delle sue prime scelte da sindaco è stata pedonalizzare piazza del Duomo…
Qualcuno forse pensa che sia stato solo un gesto mediatico, in realtà si è trattato della più grande operazione culturale che faremo a Firenze in questo decennio. Non c’è operazione più grande del restituire a piazza del Duomo la sua funzione di piazza e non di «elegante spartitraffico», come diceva Alberto Arbasino. Piazza del Duomo è uno di quei luoghi in cui un’amministrazione ha la possibilità di far percepire subito ai cittadini uno scarto rispetto al passato. Io rivendico anche il valore di alcune demolizioni, come quella della pensilina di Cristiano Toraldo di Francia, accanto alla stazione di Santa Maria Novella, e non perché io ami le demolizioni ma perché è importante non considerare tutto quello che viene fatto a Firenze come qualcosa che vale per sempre; staccarsi dall’idea, tipica delle Soprintendenze, che Firenze sia immutabile. Ci stiamo avviando a demolire anche alcuni quartieri di edilizia popolare (in via torre degli Agli a Novoli, in via Rocca Tedalda) che nei prossimi cinque anni ricostruiremo in tempi certi, secondo i criteri della sostenibilità ambientale, restituendo agli abitanti case più belle in luoghi che erano diventati dei simboli di degrado.

Il Psc indica la strada dell’intervenire su aree già urbanizzate ma non tenta di fissare un disegno generale dei luoghi di trasformazione.
La principale area di trasformazione di Firenze non si trova in un luogo specifico ma è rappresentata dall’immenso volume di contenitori dismessi, situati su tutto il territorio comunale. Questa è una partita fondamentale, soprattutto nell’anno del federalismo demaniale: occorre capire cosa verrà ceduto al Comune, cosa il Comune potrà gestire, anche attraverso accordi con le amministrazioni centrali, e poi si potrà avere un’idea più chiara delle funzioni da ricollocare e delle prospettive che si aprono. La grande sfida di Firenze non si gioca sui terreni della periferia ma sulla capacità di ricondurre a una soluzione unitaria tutti questi interventi.
Per quanto riguarda la periferia, la priorità del Piano è bloccare la corsa all’oro sulle aree ancora libere, che sono del resto quasi esaurite. Finora sembrava quasi che ci fosse un diritto morale a costruire da parte di chi possedeva terreni. È con questo tipo di logica che bisogna chiudere. Solo dopo aver fatto questo sarà possibile aprire un ragionamento su alcuni spazi potenzialmente interessanti, inserendoli però dentro un modello che considera prioritaria la definizione del sistema della mobilità pubblica.

Dove trova le risorse per le grandi opere infrastrutturali che il Psc propone?
Alcune opere, come la tangenziale sotterranea, si possono fare in project financing anche subito. Quando una città è vitale come lo è Firenze, che «Tripadvisor» giudica tra la migliori città d’Europa, le risorse si trovano, anche attraverso forme innovative. Abbiamo enormi vantaggi competitivi che solo noi possiamo perdere. Più serio è il problema dei tempi, ma d’altra parte questo è un Piano che non può non ragionare in una prospettiva almeno ventennale.

Pensa che sia opportuno affiancare al Psc altri tipi di pianificazione, per esempio strategica?
A Firenze si è discusso di piano strategico per dieci anni, a partire dal 2000, dando vita a riflessioni anche interessanti. Ma il piano nel suo complesso è stato una sconfitta, perché ha dato più importanza al coinvolgimento dei soggetti sociali rappresentativi rispetto alla concretezza del progetto. La responsabilità del fallimento è soprattutto di quelle associazioni di categoria che sono entrate nel processo come portatrici di singoli interessi e non di una visione d’insieme e hanno portato il piano verso una concertazione snervante e autoreferenziale. Abbiamo bisogno di altre forme di pianificazione e di condivisione delle scelte. Noi abbiamo sperimentato strumenti partecipativi per la consultazione dei cittadini sul Psc e abbiamo lanciato l’iniziativa degli incontri denominata «100 luoghi», che continueremo per tutto il 2011.

Il governo dell’area metropolitana è da sempre un problema centrale per Firenze. Qual è il margine per una condivisione delle scelte con i comuni contermini?
Noi abbiamo un ottimo rapporto con i comuni della Piana per quanto riguarda il 90% delle scelte concrete. Alcuni punti forti di contrasto ci sono e sono quelli più visibili. Uno riguarda lo sviluppo del polo aeroportuale, per cui la Regione sta cercando in questo momento di definire una soluzione. Un altro riguarda il fatto che i comuni intorno a Firenze hanno piani strutturali che non condividono l’opzione dei volumi zero, il che ha un impatto sul funzionamento dell’area metropolitana. Infine vi è un forte contrasto di tipo politico perché, in una situazione in cui tutti i comuni sono governati dal Pd, io sono portatore di un’idea di partito  molto diversa da quella di quasi tutti i sindaci della Piana.
La questione comunque è nazionale, non locale: in Italia bisognerebbe fare le città metropolitane, senza se e senza ma. Personalmente sono particolarmente interessato alle proposte dell’Anci, ma soprattutto credo a una prospettiva immediata di riorganizzazione delle aziende pubbliche locali che forse può sembrare banale ma oggi rappresenta, insieme ai trasporti, l’aspetto più concreto intorno a cui costruire, nei fatti, una dimensione metropolitana.

Che cosa si potrà fare per garantire una qualità architettonica nelle trasformazioni che il Psc renderà possibili?
Bisogna prendere atto del fatto che un sindaco, oggi, non ha strumenti per governare e gestire la qualità architettonica. Io non ho lo spazio per dire «quello sì, quello no». Ho i miei giudizi su alcuni edifici di Firenze, ma finché faccio il sindaco li tengo per me. Questo è triste ma forse è anche un bene. E non credo che la soluzione stia nel fare come quei politici che puntano sulla caccia al nome, con risultati spesso discutibili.
Prenda il quadrante di Novoli: è un esempio di luogo in cui le precedenti amministrazioni hanno scelto di coinvolgere nomi grandi, o comunque riconosciuti, e li hanno messi insieme in una sorta di festival dell’architetto di grido. Il mio obiettivo oggi non è tanto valutare la qualità del risultato, anche se so che questo dibattito appassiona i fiorentini, ma fare aprire questi edifici, restituire il quartiere a un contesto di normalità. È solo questa qualità urbanistica che può costituire lo sfondo per la qualità dell’architettura. E d’altra parte proprio Novoli mostra anche che ogni tentativo di garantire qualità non può non confrontarsi con il problema del rispetto dei tempi amministrativi, cioè con il grande problema dell’efficienza del sistema paese. Quando il Palazzo di giustizia di Leonardo Ricci è stato pensato, trent’anni fa, era un palazzo di giustizia contemporaneo: ma oggi?

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Last modified: 10 Luglio 2015