Tardivo e inopportuno, il Ministero di Giustizia ha scelto comunque di indire le elezioni per il rinnovo del Consiglio nazionale degli architetti: il 23 dicembre 2010! Facile pensare che lo scrutinio non si farà per tutta la durata delle feste di fine anno e che – se non si sovrapporrà al rinnovo dei Consigli di altre categorie professionali – la proclamazione degli eletti potrà aver luogo ben più di un mese dopo la scadenza di legge dellattuale mandato.
Nellattesa di sapere come andrà a finire, si possono trarre da ciò che è accaduto nel lungo periodo che le ha precedute (iniziato, nei fatti, già allindomani del rinnovo dei Consiglio provinciali, lo scorso anno) alcune considerazioni.
Innanzitutto, la permanenza in carica del gruppo che si insediò nel 1997 per la prima volta, animato da un forte spirito di rinnovamento e guidato da Raffaele Sirica, ancorché comprendente solo più quattro dei componenti originari, sembra incerta. La prematura scomparsa di Sirica, lo scorso anno, ha fatto emergere negli Ordini italiani, comera prevedibile, una forte voglia di rinnovamento, al di là dei meriti che il Consiglio uscente si era conquistato. Di qui, una inusitata e a un certo punto frenetica costruzione di programmi e di alleanze, caratterizzati tutti da una forte esigenza di partecipazione e coinvolgimento nelle politiche professionali.
In effetti, il Cnappc, soprattutto negli ultimi anni, ha allentato molto i rapporti con la rete degli Ordini provinciali, riducendo le periodiche conferenze nazionali ad affrettati momenti di comunicazione anziché a occasioni di confronto. Il suo stesso rinnovo era sempre, in passato, deciso dallalto (e ciò è avvenuto per ben tre mandati consecutivi), facendo della cooptazione uno strumento di tacitazione preventiva di ogni aspirazione ad avvicendare i consiglieri uscenti. Da gennaio, dunque, si sono moltiplicati i documenti e gli appelli per dare con queste elezioni lavvio a un processo di ringiovanimento e di revisione sostanziale degli obiettivi dellazione della massima rappresentanza di categoria.
I programmi che sono circolati – almeno tre, tra quelli più articolati e approfonditi – al di là di un modo diverso di intendere il futuro cnappc (pur sempre necessitevole, per essere modificato nelle sue finalità istitutive, di una legge nazionale), concordavano tutti fin dallinizio su alcuni punti fermi: una nuova «architettura ordinistica» volta a consentire agli Ordini di svolgere effettivi compiti di indirizzo e verifica sulloperato del Consiglio nazionale, a partire dallesame del suo bilancio; una revisione delle procedure di assegnazione degli incarichi pubblici; il ripristino di una tariffa (rivista eventualmente «alla tedesca») di riferimento obbligatorio per le prestazioni professionali; un limite alla caotica legificazione continua, in tutti i settori (dalla sicurezza allo snellimento delle procedure), portatrice di confusione e di crescenti responsabilità per i progettisti; una riforma del modello formativo universitario, oggi totalmente avulso dal mondo reale della professione e indifferente a ogni seria programmazione dellimmissione dei laureati nel mercato; lintroduzione, seppur in via sperimentale, della formazione continua e dellaccreditamento post laurea e, infine e soprattutto, la creazione di una struttura – autonoma o subordinata al cnappc – di erogazione di servizi, ormai indifferibili e necessari in particolare per gli Ordini minori.
Nella ricerca di un allargamento dei consensi, questi programmi sono stati poco a poco integrati e semplificati reciprocamente, fino a ridursi dalla, spesso notevole, consistenza iniziale a una sola pagina, sottoscritta il 16 ottobre da ben 81 Ordini su 104. Una larghissima maggioranza su pochi concetti, molto banalizzati e incapaci di rendere evidenti le differenze che ancora si registrano tra gli schieramenti, che erano in via di definizione ancora a due settimane dal voto.
A questo proposito, va sottolineato che il meccanismo elettorale non prevede una rappresentanza territoriale omogeneamente distribuita nel Consiglio nazionale, lasciando libera la presentazione delle candidature e la scelta dei componenti.
Naturalmente vi sono Ordini e Regioni la cui consistenza di iscritti si traduce in un peso elettorale molto più forte: è il caso di Roma, Milano, Napoli, Torino e Firenze tra gli ordini e di Lombardia, Triveneto e Sicilia tra le regioni.
Proprio per evitare le alleanze tra i soli Ordini più grandi, in grado di assicurarsi la maggioranza dei voti senza esser veramente rappresentative di tutte le ripartizioni geografiche italiane, si sono molto adoperate le Consulte e le Federazione degli Ordini per trovare candidature condivise, che fossero reale espressione delle regioni o dei raggruppamenti di regioni, piuttosto che degli elettori più forti. Ma si è trattato di un tentativo poco riuscito. Quasi mai, infatti, una regione ha trovato laccordo sullo stesso candidato, rendendo evidente la scarsa capacità di coordinamento e di composizione dei conflitti – spesso personalistici – delle associazioni volontarie tra gli Ordini, quali sono appunto le Federazioni interregionali.
Cosa resterà, comunque, di questo importante passaggio elettorale? Sicuramente un consistente cambio generazionale. Scorrendo la lista delle candidature, infatti, risultano quasi assenti ormai gli ultrasessantenni, mentre chiedono spazio le nuove generazioni di quarantenni e cinquantenni. E sarà un ricambio che coinvolgerà anche gli Ordini da cui i candidati sono espressi. In gran parte si tratta infatti dei loro presidenti, che cederanno il posto, se eletti, a successori ancor più giovani. Anche in questo caso, infatti, si tratta il più delle volte di presidenti giunti al loro terzo mandato e quindi con una «carriera» di dieci anni alle spalle che non potrà più essere prolungata, grazie – è il caso di dirlo – alla legge che ha fissato a due soltanto le permanenze consecutive in Consiglio. In un paese sclerotizzato e dominato dagli anziani come il nostro, è sicuramente un bene.
Quanto al buono che sapranno fare i nuovi eletti, chi vivrà vedrà.
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