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Scritto da: Città e Territorio

Istanbul predica bene e razzola male

Istanbul. Assegnando il titolo per la prima volta a una città non appartenente all’Unione, Istanbul è stata nominata Capitale europea della Cultura 2010, insieme alla tedesca Essen e all’ungherese Pecs. La circostanza è stata abilmente sfruttata dal governo turco per «commercializzare» la città sul mercato globale, vendendo l’immagine di una realtà urbana dinamica, cosmopolita e moderna. All’insegna della retorica dell’integrazione europea, dell’apertura ai valori della contemporaneità e della sostenibilità ambientale, ci si è limitati all’organizzazione di una serie di festival multidisciplinari tra loro sconnessi e senza un reale progetto culturale, trascurando le finalità d’investire in settori trainanti come inizialmente dichiarato. Queste auto-celebrazioni effimere sono passate pressoché inosservate agli occhi della popolazione locale, che invece vive sulla propria pelle le attuali politiche di marketing urbano che, promuovendo i temi del recupero e della valorizzazione, mirano alla cancellazione dei tessuti storici e, con essi, a «liquidare» la stratificazione culturale e la vitalità dei suoi quartieri centrali, a forte caratterizzazione etnica (rom, curda o anatolica). Un pretesto per «normalizzare» la città e renderla più appetibile per il mercato internazionale. Gli interventi programmati dall’agenzia Istanbul 2010 seguono le politiche urbane già avviate dalle autorità cittadine che tendono a trasformare i vivaci quartieri storici in una Disneyland in versione ottomana. La tecnica d’intervento è apparentemente soft: si restaurano le facciate ma, contemporaneamente, si trasforma integralmente l’interno degli edifici, senza alcuna sensibilità architettonica e senza tener conto del substrato culturale, sociale ed economico del luogo. Ancora più sconcertante è l’idea di città che viene portata avanti nelle aree esterne, dove il singolare e denso tessuto urbano, caratteristico degli ultimi 50 anni, in molti ambiti viene espropriato dalla compagnia semi-pubblica Toki per essere sostituito con un’edilizia anonima: prevalentemente torri senza alcuna qualità. Come ha dichiarato l’attuale sindaco, l’architetto Kadir Topbas, il centro storico prende a modello la Parigi contemporanea, mentre le periferie s’ispirano ai peggiori esempi asiatici. Le fragili basi del progetto culturale Istanbul 2010 non sono sfuggite all’Unesco, che ha fortemente criticato le politiche di gestione del patrimonio storico cittadino, tanto da minacciarne la cancellazione dalla lista dei siti Patrimonio dell’Umanità. Nel summit di Brasilia del luglio scorso è stato presentato un rapporto nel quale si sottolinea la pessima tutela e valorizzazione dei siti archeologici, nonché la perdita del tessuto originario nei contestati progetti di riqualificazione urbana nei quartieri di Sulukule, Suleymaniye, Fener, Balat e Tarlabasi (le demolizioni di quest’ultimo sono iniziate l’11 agosto, primo giorno del Ramadan). In questo incerto scenario vengono presentati dalla Municipalità numerosi progetti di grandi firme internazionali e locali: Ken Yeang, Massimiliano Fuksas, Kengo Kuma e gli studi Kurokawa, Tabanlioglu e Mvrdv; su tutti, svetta il nuovo improbabile centro finanziario griffato Zaha Hadid, frutto di un concorso internazionale bandito nel 2008.

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Last modified: 14 Luglio 2015