In fondo, lo aveva anticipato Pier Paolo Pasolini tanti anni fa, più con amarezza che con cattiveria: lItalia è un paese costruito da geometri e portaborse. Certo, aveva in mente gli anni del dopoguerra, della ricostruzione e del «miracolo economico», in cui si dovette fare di necessità virtù. Perché lItalia, sconfitta e distrutta, rurale e poco alfabetizzata, non aveva altri tecnici che loro, i geometri, per cercare di rinascere. Gli architetti, blasé come Adalberto Libera o più semplici e cordiali come Mario Ridolfi, noti e meno noti, erano ancora pochi, unélite che lavorava per una committenza colta. Mentre furono i geometri, appunto, nati per «misurare la terra» e preparati soprattutto in topografia, che si videro affidare un compito immane senza avere già allora le competenze necessarie ad affrontarlo. E ben lo sapeva il legislatore, che fin dal 1929 (quando venne emanato il loro Regolamento) li riteneva atti essenzialmente a far misure e stime, salvo progettare «modeste» costruzioni che non implicassero, si badi bene, «pericolo per la incolumità delle persone». In ogni caso, esauritosi il ciclo di sviluppo, con i suoi benefici e i suoi squilibri, venne anche da noi, tardivamente, il tempo di formare con unistruzione superiore le nuove generazioni. Ma, con luniversità di massa, ci si sarebbe aspettato il riordino delle professioni tecniche, il ritorno dei geometri ai loro compiti originari e laffidamento delle trasformazioni del territorio esclusivamente agli architetti. Non fu, sciaguratamente, così. Anzi, da allora, con uno stillicidio di provvedimenti, inizia la loro escalation verso più ampie competenze, esplicite o implicite. Che riguardano via via, dal 1971 in avanti, cemento armato, progettazione antisismica, pratiche urbanistiche, sicurezza nei cantieri, certificazione energetica, I primi anni del boom di laureati vedono crescere, di pari passo, le costruzioni sparse, altro endemico male italiano. I geometri si impossessano indisturbati del territorio extraurbano, che cospargono di ogni genere di fabbricati «minori», contribuendo a operare una delle più nefande devastazioni paesaggistiche e ambientali dEuropa. Gli architetti spesso non sono da meno, ma operano nelle città in cui con essi possono convivere, grazie anche a una inarrestabile proliferazione, oltre ogni necessità, degli insediamenti. I geometri, in sostanza, anziché esser ricondotti a ragionevoli limiti di esercizio professionale, crescono ancora di importanza, con la complicità di forze politiche ed economiche compiacenti. E si affermano i «geometroni», che non si pongono più limiti e fanno di tutto: dai testamenti alle dichiarazioni dei redditi, dalle transazioni immobiliari alla direzione di imprese edili e impiantistiche, dalle onoranze funebri alle rappresentanze di commercio. Senza dimenticare quelli, tanti, che diventano sindaci e assessori e membri di commissioni edilizie e gestiscono lurbanistica con la ristretta mentalità – in qualche modo conseguenza della loro formazione – di chi vede nella terra non un bene collettivo raro e insostituibile da usare con parsimonia, ma unoccasione, pur legittima, di reddito. Lorizzonte delle loro prestazioni si fa sempre più ampio e – purtroppo – radicato nellopinione pubblica, che li ritiene fungibili sul piano delle capacità agli architetti (e agli ingeneri) ma meno cari, senza che nessuno smentisca con lautorevolezza necessaria questa falsa credenza. Non lo fanno gli Ordini professionali, in fondo preoccupati di aprire conflitti «disdicevoli» tra categorie tecniche, non lo fanno le Università, troppo occupate a contare soddisfatte la crescita senza limiti delle matricole, per pensare di avvertirle dellasfissia del mercato che le attende, una volta conseguita la laurea. Ma non lo fanno le forze politiche, permeate di diplomati che affondano il loro consenso in un corpo elettorale analogamente condizionato dai diplomati. Una ritrosia e una colpa fatali perché ora tutti rimpiangono la bruttezza dei nostri centri abitati, la permissività dei nostri piani regolatori, il lassismo con cui si è assistito al diffondersi dellabusivismo e dellillegalità edilizia: frutti tutti di una assoluta mancanza di cultura del progetto e della qualità urbana, della quale i primi responsabili sono coloro che dovevano esibirla come corredo primario e indispensabile delle loro competenze. Ora siamo allepilogo. Sotto la spinta della crisi e senza alcuna valutazione oggettiva del sopravvenuto esaurimento del loro ruolo, i geometri e i loro compiacenti sostenitori stanno dando vita allultimo, disperato tentativo di far crescere non le loro conoscenze, ma le loro competenze, per legge. Come se la società di oggi non chiedesse ben altro agli stessi laureati, per accompagnare uno sviluppo – se ancora si può definire così – socio-economico che deve ineluttabilmente essere sostenibile. Respingiamo queste assurde richieste e facciamo tornare i geometri ai limiti prestazionali del decreto del 1929. Dire no a questa sorta di «accanimento terapeutico» per rianimare una figura professionale ormai superata dai laureati triennali è in primo luogo una dimostrazione di rispetto del consumatore, per usare un termine che oggi piace al legislatore europeo e nazionale. In quale altro modo lo si può tutelare da una preparazione largamente insufficiente e che non dà alcuna sensibilità progettuale? Quanti sanno che tra le loro materie di studio non rientrano Urbanistica, Storia dellarchitettura, Progettazione architettonica, Restauro e che le loro discipline tecniche sono solo quattro, Contabilità, Estimo,Tecnologia e Costruzioni, dal terzo anno di studi in avanti? Ma purtroppo questa preparazione sembra sopravvalutata in Parlamento.
(Visited 161 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- Siena, frammenti di storia e di progetti 23 Settembre 2026
- Comunità e architettura: chi plasma chi? 23 Settembre 2026
- Memoria, poi bene comune, ora luogo sospeso 23 Settembre 2026
- Passeggiando nel paesaggio 23 Settembre 2026
- Lifen oggi: esperimenti urbani a Wuhan 22 Settembre 2026
- Le mani sulla città (digitale) 21 Settembre 2026
- Ricorrenze musicali, architetti protagonisti 20 Settembre 2026
- Ludovica Molo: autonomia del progetto e cura dei luoghi 16 Settembre 2026
- Costruire Cultura: dialoghi su architettura, città e innovazione 16 Settembre 2026
- Il gres porcellanato nelle architetture residenziali contemporanee: una scelta di qualità 16 Settembre 2026
- La nuova Capanna Carrel al Cervino: le sfide del progetto e del cantiere 15 Settembre 2026
- La torre del presidente 15 Settembre 2026
- Ticino, attraverso la storia materiale del costruito 15 Settembre 2026
- Polvere, macerie, progetti, ricostruzione 14 Settembre 2026
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata




















