Vienna. Sono un centinaio gli oggetti che lHofmobiliendepot (Museo del mobile) presenta per spiegare il fenomeno Ikea. Non dunque ripercorrendo semplicemente le tappe di un solido successo, costruito dal 1943 a oggi, con scelte industriali accorte e strategie commerciali vincenti, ma che nel tempo è cresciuto fino a diventare un vero e proprio fenomeno culturale e sociale di portata globale. Come dimostra il catalogo Ikea, creato anno dopo anno negli 8.000 mq di superficie degli studios di Älmhult e pubblicato in 28 lingue con la favolosa tiratura di 200 milioni di copie. E come dimostra anche la gigantografia che campeggia nelle auguste sale del museo e che ritrae una donna con burka nero accompagnata da un bimbo che spinge un carrellone pieno di prodotti Ikea davanti a una grande scritta gialla in arabo su fondo blu, i colori del colosso svedese.
Eppure anche la globalità di proposte dilaganti nel pianeta ha radici lontane e ben localizzate, e il curatore Markus Laumann ne mette in evidenza alcune, esemplari e illuminanti: un gioco facile grazie alle sterminate collezioni del museo viennese. Lintento della mostra è infatti la contestualizzazione del fenomeno Ikea allinterno della storia del design mettendo, uno accanto allaltro, padri ideali e figli concreti, idee e creazioni ormai antiche e rielaborazioni dei designer che firmano la gamma di prodotti cash and carry dellimpresa scandinava.
Ed ecco allora tutta linfilata di cataloghi dal 1951 a oggi, ed ecco un progenitore: la premiata ditta austriaca Thonet, che già nellOttocento produceva accattivanti cataloghi illustrati e plurilingue. Ed ecco uno scaffale-libreria in legno scuro (1908), figlio della creativa stagione delle Werkstätte di Monaco, giustapposto al celeberrimo «Billy». O la sedia con lo schienale bucherellato (1929), in legno dipinto di rosso a firma Josef Hoffmann per Thonet, o di Hans Coray per Blattmann (1938) in metallo grigio, o di Roland Rainer per la Stadthalle di Vienna (1952), o di Rodney Kinsmann (1971), e per Ikea nella reinterpretazione di Nicholai Wiig Hansen (1999). O ancora la mitica sedia «Thonet n. 18» della metà dellOttocento, che rivendica la propria originalità traslata da Ikea dapprima nel 1964 nel modello standard «Ögla» in legno, rivisitato in plastica massiccia e scartato nel 1983 perché troppo pesante e definito nel 1999 in legno, ma questa volta leggerissimo, perché, per Ikea, «form follows logistics» e i costi di trasporto sono fondamentali quanto funzionalità e gradevolezza.
Fra i padri del design Ikea sono esposti anche pezzi di Alvar Aalto, Mies van der Rohe, Achille Castiglioni o Vico Magistretti, in una rete di rimandi che evidenzia il flusso creativo, le ispirazioni, le contaminazioni e qualche volta anche i rifacimenti sfrangiati verso il plagio.
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