«Quella della Protezione civile è lunica normativa che considera, in linea con le normative comunitarie relativamente alla accelerazione delle procedure, la variabile tempo come reale e cogente».
Questa considerazione – contenuta in una delle dieci risposte date da Guido Bertolaso alle domande rivoltegli da Eugenio Scalfari su «La Repubblica» – pone a mio parere una questione centrale nella vicenda legata alla realizzazione di importanti opere pubbliche attraverso la Protezione Civile.
Mi riferisco allinnaturale estensione del concetto di «emergenza» in base alla quale si è deciso di ricorrere a procedure «eccezionali» non solo – come sarebbe opportuno – in occasione di gravi calamità naturali, ma per eventi quanto mai prevedibili: il G8 alla Maddalena, le opere per le celebrazioni dei 150 anni dellUnità dItalia, i mondiali di nuoto, la Vuitton Cup, ecc. Il quesito appare persino banale: la variabile tempo non dovrebbe essere considerata «reale e cogente» per tutte le opere pubbliche?
In molti dei dibattiti che si sono susseguiti in questi giorni su stampa e televisione mi è sembrato venisse rivelata una verità sconcertante: poiché la normativa che in Italia regola la realizzazione delle opere pubbliche è inutilmente complessa, laboriosa e richiede tempi lunghissimi per lespletamento delle procedure, lunica soluzione per dare concretezza e celerità alla «cultura del fare» è il ricorso alle procedure di emergenza.
A nessuno viene in mente che il problema non è ricorrere a provvedimenti da «stato di emergenza» – che deve comunque sempre essere «concesso» dal governo – ma riformare radicalmente le leggi che governano lordinario? In queste settimane si è ripetutamente sostenuto che se la regola non funziona la soluzione non è nella sua modifica ma nella moltiplicazione del numero di deroghe. Non sarebbe più coerente riconoscere che se non si possono realizzare le opere per il G8 alla Maddalena o gli stadi per i mondiali di nuoto con le leggi ordinarie è necessaria una loro profonda riforma?
Tra lelefantiasi delle procedure e lassenza di procedure ci sarà una via di mezzo. Lo dimostra quanto avviene in molti altri paesi europei dove, in regime di assoluta normalità, le opere pubbliche sono dieci volte meno lente e tre volte meno costose. Chi ha deciso che regole di appalto concorrenziali, sistemi rigorosi di controllo, costi ragionevoli siano incompatibili con certezza dei tempi ed efficienza delle procedure?
Il problema non può essere cercare scorciatoie caso per caso ma riscrivere regole valide sempre per tutti. Se la macchina burocratica della pubblica amministrazione – a tutti i livelli, a partire da quelli locali – è ingessata e lenta, non si potrebbe avviare un serio processo di modernizzazione anziché lasciare tutto comè e creare ogni volta una Spa di diritto privato con capitale pubblico?
A nessuno viene in mente – ad esempio – che un contributo decisivo per ottenere tempi e costi certi di unopera pubblica sarebbe offerto da un più alto livello qualitativo della progettazione?
Mi auguro che da tutta questa vicenda che ha investito il sistema Protezione Civile emerga finalmente nel mondo politico la consapevolezza che il nostro Codice degli appalti non funziona (e lOrdine degli architetti di Roma continua a ripeterlo, inascoltato, in tutte le occasioni e in tutte le sedi), che va ridefinito nel suo impianto generale e non «bypassato» con progressive «eccezioni alla regola».
Spero ci si accorga che in questi anni si è prodotto un ipertrofico corpo normativo nel settore delledilizia fatto di leggi spesso sbagliate, inutilmente ripetitive, contraddittorie, con margini di interpretazione tali da lasciare unintollerabile discrezionalità; che sono stati raggiunti tassi troppo elevati di inefficienza della pubblica amministrazione in fase di programmazione, autorizzazione e controllo.
Per Bertolaso applicare ai Grandi Eventi le norme sullemergenza è lunica strada percorribile perchè sono le «uniche norme che consentono di operare con efficacia, come ho dimostrato in questi anni».
Personalmente non mi rassegno allineluttabilità di tale affermazione. Non credo che esistano ragioni di natura genetica che consentono agli italiani di essere efficienti solo in situazioni di emergenza. Resto ancora convinto che possano essere prodotte norme e prassi «normali» che permettano di operare con efficacia, con i dovuti controlli, rispettando regole concorrenziali e senza dover ricorrere alla Protezione Civile.
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