Helsinki. Il Design Museum, consapevole che il bel disegno sta al Pil nazionale finlandese come i petroldollari agli Emirati Arabi, annuncia una rilettura del Modernismo con una geografia di riferimento che abbraccia lintera esperienza europea e americana. Il titolo della mostra «Modern[ism]» conquista una parentesi quadra che rilancia il tema nella stagione degli ismi e riassume in oltre duecento oggetti il meglio della produzione dalletà delloro agli anni sessanta.
Prestiti provenienti da istituzioni come il Ghent Design Museum fanno da garanzia, mentre la parabola progettuale di un immarcescibile Alvar Aalto ne è ancora il capolettera con prodotti icona come la sedia Paimo, leggendario esempio di piegatura del multistrato. Nellinsieme lelemento di forza della mostra è però rappresentato dalla produzione di piccoli oggetti, figli di un dio minore che rimarcano con evidenza la prerogativa del design nordico che ha saputo cavalcare la «funzione» senza abbracciarne lortodossia. Sono nevergreens che contemplano anche lidea di uno scivolamento verso il bizzarro: lavori meno noti come ferri da stiro, cocktail-shaker, piastre arricciacapelli, servizi di porcellana e altre micro invenzioni nate dalla mano felice di designer che già negli anni venti hanno messo a servizio dellindustria il loro estro senza trasformare la pratica in esercizio intellettualistico. I marchi sono celebri e non. Tra i primi, Georg Jensen e Arabia, la prima manifattura scandinava ad aver sperimentato luso del gres. Le matite, invece, appartengono a talenti come Aage Rasmussen artefice della grafica per le ferrovie danesi, Sigvard Bernadotte, il fondatore della Bernadotte AB di Stoccolma, dove Jacob Jensen firmerà le prime soluzioni minimaliste Bang & Olufsen o Kurt Ekholm che con Arabia, per lappunto, nelle vesti di direttore artistico scriverà una delle prime grandi pagine del low-budget ad alto contenuto di design. Ovvero quello stile nordico sempre così anche amabilmente democratico.
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