Venezia. La conferenza stampa di presentazione della 12° Biennale, lo scorso 22 gennaio, non è stata un fuoco dartificio di nomi e programmi roboanti. Un solo grande nome, quello del direttore di questa edizione, Kazuyo Sejima, e il titolo da lei scelto, «People Meet Architecture» hanno tuttavia trasmesso efficacemente ciò che si propone di essere la prossima Biennale. La minuta progettista nipponica non usa molte parole e molto tempo per comunicare ai giornalisti il suo pensiero, riuscendo a essere al tempo stesso semplice ma non banale, delicata ma potente come le sue architetture e come la frase con cui esordisce: «Sono un architetto, e il mio sogno è che larchitettura possa fare molto per lo stile di vita contemporanea; e che la gente possa fare molto per larchitettura». Partendo da questa idea Sejima ha provato a immaginare una Biennale che aiuti gli individui e la società a relazionarsi con larchitettura, larchitettura a relazionarsi con gli individui e le persone a relazionarsi tra loro. Una biennale che permetta di sperimentare le potenzialità dellarchitettura, per comprendere come essa esprima nuovi modi di vivere e per mostrare che è il frutto di valori e approcci differenti. Per realizzare questi obiettivi – che potrebbero sembrare scontati e che tuttavia paiono da diversi anni lultima preoccupazione per numerosi progettisti e curatori – Sejima ha chiesto agli architetti invitati (i nomi non sono stati ancora comunicati) di essere curatori dello spazio loro assegnato, impegnandosi a rendere comprensibile il processo che sottintende il loro progetto e a cercare una relazione con il contesto in cui opereranno, considerando lesperienza sia fisica sia concettuale del visitatore. Non dunque una mostra-contenitore di fotografie o modellini di progetti realizzati o da realizzarsi, ma una serie di spazi che possano essere percepiti in una sorta di continuum coerente e comprensibile, benché scaturiti da differenti intenzioni e modalità progettuali.
Sejima non ha condito con altre considerazioni o dettagli operativi le intenzioni di questa Biennale, peraltro già anticipate e illustrate con entusiasmo e sensibilità dal presidente Paolo Baratta. Il titolo «People meet architecture» è in linea con lo spirito che ha determinato la scelta dellarchitetto giapponese come direttore di questa edizione: esprime lidea di unarchitettura come luogo dincontro programmato, che ci aiuta a organizzarci e a diventare società; esprime lorganizzazione di uno spazio in cui si vive e non la rappresentazione di oggetti potenti; esprime unarchitettura in grado di tracciare confini tra in e out, tra persone e funzioni, ma non come segno di violenza.
Gli eventi di punta di questa Biennale, in programma dal 29 agosto al 21 novembre ai Giardini e allArsenale (vernice 26, 27 e 28 agosto), saranno i «Sabati dellArchitettura» e il «Progetto università». I primi sono appuntamenti settimanali previsti per tutta la durata della mostra, ciascuno dei quali sarà curato, oltre che da Sejima, da ciascun direttore delle precedenti Biennali: Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi, Francesco Dal Co, Hans Hollein, Massimiliano Fuksas, Deyan Sudjic, Kurt W. Forster, Richard Burdett, Aaron Betsky. Il «Progetto università», finalizzato ad attivare specifici protocolli dintesa con gli atenei, propone una collaborazione con scuole italiane ed europee per la definizione di programmi di visita alla mostra che costituiranno un momento formativo per gli studenti delle facoltà di Architettura, Ingegneria, Design, Comunicazione e Sociologia. E proprio gli studenti, come ha detto Baratta, potranno forse trarre nuove speranze e stimoli nella direzione indicata da Sejima, e constatare che si può essere grandi architetti anche, e forse soprattutto, progettando in funzione delle persone e della società.
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