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Scritto da: Città e Territorio

Shanghai oltre l’Expo 2010

SHANGHAI (CINA). Al terzo piano della Sala delle esposizioni per la progettazione urbana, un’avveniristica città in miniatura decora il pavimento. Il plastico, un vero e proprio work in progress, è la proiezione della Shanghai del 2020, una megalopoli di oltre 25 milioni di abitanti che vivono in armonia e prosperità. Che si tratti di sogno utopistico o di reale progetto per uno sviluppo organizzato, il prossimo decennio giudicherà il successo di questo imponente esperimento di crescita urbana.
Con lo slogan «Città migliore, vita migliore», l’Expo 2010 aprirà tra meno di sei mesi, ma la città più grande della Cina aveva un occhio al futuro ancor prima di ottenere l’assegnazione nel 2002. Spinta dalla crescita economica e demografica, Shanghai ha vissuto più di vent’anni d’innovazione in fatto di progettazione urbana. Alcuni esperimenti si sono rivelati più riusciti di altri, sebbene nessuno neghi che le sfide future siano sconfortanti. Spencer Doddington, ex studente di architettura dell’Università Tongji che ora fa visite guidate, è convinto che l’Expo abbia già migliorato la vivibilità della città: «I benefici tangibili sono numerosi», dice, «C’è una cintura verde in crescita lungo il fiume, l’inquinamento industriale è stato eliminato e l’aria è notevolmente più pulita. Presto avremo persino i taxi d’acqua». «Sulla scia dell’Expo, penso che le autorità di Shanghai stiano riesaminando la crescita urbana», concorda la storica dell’architettura Anne Warr, «I piani quinquennali ci sono e contemplano infrastrutture per i trasporti, spazi verdi, città satellite, centri urbani e così via. Come accade nelle principali città del mondo, anche Shanghai dovrà affrontare il problema dell’approvvigionamento idrico e del riscaldamento globale. È costruita sull’argine fangoso di un fiume e ogni anno sprofonda un po’ di più: l’innalzamento del livello marino non farà che aggravare il problema».
Per capire il principale motivo dello sprofondamento di Shanghai basta guardare l’epicentro del plastico, dove la riproduzione del gruppetto di grattacieli di Pudong sovrasta i dintorni. Da non molto sono iniziati gli scavi per il più alto, la gigantesca Shanghai Tower firmata dal megastudio Gensler, che nel 2014, una volta ultimata, dovrebbe diventare il secondo grattacielo al mondo per altezza. Se i critici deridono lo skyline in continua crescita di Pudong definendolo una stravaganza immotivata (e onerosa) – si stima che il nuovo Shanghai World Financial Centre resterà vuoto per il 40% – Art Gensler, presidente dell’omonimo studio statunitense, è comprensibilmente più ottimista: «Noi speriamo che la Shanghai Tower sia una fonte d’ispirazione per nuove idee su come possono essere i grattacieli sostenibili», dice, «Abbiamo tappezzato l’intero perimetro della torre di spazi pubblici e in ogni gesto abbiamo integrato un modo di pensare ambientalista».
Se Pudong è il ground zero di una Shanghai risanata, nelle periferie si stanno dispiegando i risultati di un esperimento assai diverso. Lì, secondo l’ormai noto slogan «Una città, nove satelliti», l’architettura trapiantata dall’Occidente è incarnata da nove aree urbanizzate disposte lungo un grande anello che circonda la città. L’obiettivo è che, prima o poi, queste zone residenziali ospitino oltre mezzo milione di persone, alcune delle quali costrette a lasciare il sito dell’Expo. Ciascuna delle nove città è stata disegnata da un architetto straniero scelto con cura attraverso una sorta di concorsi.
Pujiang, in stile italiano a pianta romana, è opera di Gregotti Associati International con tanto di imponente palazzo e sistema di canali alla veneziana. Thames Town, costruita alla periferia di Songjiang, è forse quella più sorprendente: progettata dal britannico Paul Rice (studio Atkins), è una città in stile inglese sviluppata attorno a una piazza medievale, con vicoli di acciottolato, case in stile Tudor, villette georgiane e magazzini vittoriani che riassumono «cinque secoli di sviluppo architettonico britannico in un progetto edilizio di cinque anni». Ultimata nel 2006, oggi Thames Town è un luogo bizzarro. I progettisti si sono accaparrati la maggior parte degli immobili, trasformandola in una città fantasma. Gli elevati costi edilizi si sono tradotti in elevati prezzi di vendita: la villetta media, che può costare più di 6 milioni di renminbi (quasi 900.000 dollari), va ben oltre ciò che la maggior parte degli abitanti di Shanghai può permettersi, visto che il reddito annuale medio è poco più di 30.000 renminbi (4.400 dollari). «“Una città, nove satelliti” ha avuto un successo eterogeneo per quanto riguarda gli obiettivi iniziali, uno dei quali era fornire alloggi alla manodopera che si riversa a Shanghai», commenta Warr, «Le città come Anting (in stile tedesco) e Pujiang, dove gli architetti si sono limitati a disegnare un bel posto in cui vivere senza aderire rigidamente a un tema nazionale, a mio avviso sono le più riuscite dal punto di vista estetico, commerciale e sociale». A proposito di crescita e disegno urbano, l’architetto Raefer Wallis dello studio A00 Architecture a Shanghai, privilegia un’ottica più generale: «Come accade alla maggior parte delle città cinesi, alleggerire il centro dalle pressioni è un problema trascurabile», dice, «Tutti i centri urbani subiscono enormi tensioni. La soluzione sta nel pensarli in modo olistico: contemplare la sostenibilità sociale, economica ed ecologica da cui, attualmente, sono ancora lontanissimi».
Per quanto riguarda il tema dell’Expo «Città migliore, vita migliore», nessuna metropoli ha ancora risolto le sfide del xxi secolo: energia a basse emissioni, acqua potabile sostenibile, riduzione dell’inquinamento di aria e acqua, smaltimento dei rifiuti efficiente. Shanghai, però, ha qualche speranza di riuscirci. «In genere l’Occidente si concentra sull’approccio del “meno peggio” alla progettazione della città, cioè ridurre l’impatto negativo sull’ambiente: meno tossine, meno rifiuti, meno emissioni di anidride carbonica. Così, però, invece di risolvere il problema, lo si rimanda», sostiene Wallis, «Tutta Shanghai è un’Expo. La città dispone già di una solida piattaforma per l’innovazione. Qui i cambiamenti avverranno più in fretta perché non sono calati dall’alto. Shanghai ha tutte le potenzialità per scavalcare l’Occidente e liberarsi dell’approccio del “meno peggio” allo sviluppo urbano. A dirla tutta, non ha altra scelta».

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Last modified: 17 Luglio 2015