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Scritto da: Città e Territorio

No al trasferimento del Palagiustizia

Riceviamo dall’associazione Italia Nostra un commento sul piano di rilocalizzazione dal Palazzo di Giustizia di Milano (progettato da Marcello Piacentini nel 1933-1940), che apre un dibattito sui significati e sulle strategie di valorizzazione di edifici simbolicamente rilevanti.
Solo da pochi mesi è stata diffusa la notizia che i ministeri della Giustizia e dei Beni Culturali, Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano hanno avviato una procedura per il trasferimento degli uffici giudiziari e del carcere di San Vittore dalle sedi attuali, tra cui lo storico Palazzo di giustizia, a un nuovo insediamento, denominato Cittadella della giustizia, da costruire nel quartiere di Porto di Mare. Negli atti amministrativi sinora redatti si legge, quanto al Palazzo di giustizia, che la «crescente domanda di giustizia ha registrato un forte incremento di esigenze funzionali», sicché esso non sarebbe in grado di rispondere a tali esigenze nelle strutture originarie.
L’area di Porto di Mare, ubicata nell’estrema periferia sud-est di Milano e in parte ricadente nel Parco Agricolo Sud, è stata individuata, così si legge, perché, essendo in stato di degrado e abbandono, la realizzazione della Cittadella della giustizia ne consentirebbe la riqualificazione e perché vicina all’autostrada del Sole, alla stazione ferroviaria di Rogoredo e dotata di metropolitana. Quanto al finanziamento dell’opera, si legge che le strutture in questione, per collocazione centrale e caratteristiche architettoniche, costituiscono «una rilevante risorsa economica», talché il loro «riuso» sarebbe sufficiente a finanziare la rilocalizzazione delle funzioni.
L’operazione è stata oggetto di studi preliminari ora in fase avanzata, ma l’Accordo di Programma che ne costituirebbe la base non è stato firmato. La bozza redatta delinea però chiaramente il «riuso» che si vorrebbe fare del Palazzo di Giustizia: un museo, ma soprattutto un albergo di lusso, spazi commerciali e di ristoro, uffici e residenze.
Molti sono gli aspetti che fanno considerare questo progetto del tutto inopportuno. Anzitutto, sul piano logistico, sono recuperabili all’interno e all’esterno del Palazzo ampi spazi, sufficienti a rispondere alle future esigenze degli uffici giudiziari (cambio di sede dell’Archivio notarile; informatizzazione dei processi e degli archivi). Addirittura in area limitrofa è già oggi in costruzione un grande edificio adibito a uffici giudiziari! L’area di Porto di Mare è mal servita, difficilmente raggiungibile e al suo degrado si somma quello del vicino quartiere Santa Giulia, ove il faraonico intervento programmato è tragicamente fallito (vedi articolo a fianco). Ma ciò che soprattutto incredibilmente sparisce nell’argomentare la necessità del trasloco è proprio l’apprezzamento del piano culturale e simbolico, fondamentale nel valutare tutta l’operazione.
Fiat Iustititia ne pereat mundus, Iustitia fundamentum regni. Questo è scritto sui frontoni del Palazzo, che nasce e vive come Palazzo di Giustizia. Progetto di Marcello Piacentini, realizzato negli anni trenta, contiene opere di Carlo Carrà, Gino Severini, Mario Sironi e altri grandi artisti. Un luogo che volutamente manifestava – secondo i codici del periodo – l’autorità della Giustizia e che tutt’ora, in tempi di democrazia, rappresenta dignità e prestigio della funzione giudiziaria. Essa ha oggi la possibilità di essere esercitata, a Milano, in un luogo ricco di simboli e di richiami forti, un luogo che impone a tutti la riflessione sui suoi scopi, sui suoi metodi e sui suoi effetti. La Giustizia repubblicana si è appropriata del Palazzo e ne ha fatto un suo luogo d’elezione, secondo a nessuno, nemmeno al Palazzaccio di Roma. Ne fanno fede, se non altro, le centinaia di ore di riprese televisive che hanno riguardato, in questi anni, l’attività giudiziaria che vi si è svolta. Sbaglierebbe molto chi, ancor più nell’attuale società dell’immagine, sottovalutasse la portata simbolica dell’edificio milanese e la sua funzione di storicizzazione della giustizia. Ebbene, lo sfratto della Giustizia dal Palazzo sarebbe il segnale della marginalizzazione e burocratizzazione della Giustizia, plasticamente relegata in una periferia anonima, priva d’identità, collocata là dove lo impongono la speculazione immobiliare e finanziaria. Se si vogliono riprove, basti pensare al tragico destino di contenitore commerciale che si prefigura per il Palazzo e alle mire di vari immobiliaristi sulla destinazione della sedicente Cittadella della giustizia.
Se questa è l’alba luminosa del sol dell’avvenire, credo che dobbiamo riflettere molto a fondo se acconsentire a un’operazione simile o se invece propugnare un’altra soluzione e indicare il vero traguardo di modernità da perseguire in questa situazione, partendo, per costruire la futura Cittadella, dal Palazzo di Giustizia, qui dove è ora, promuovendone un restauro che ne preservi le grandi qualità architettoniche e artistiche e le coniughi con le esigenze logistiche di operatori e utenti, ammodernandone gli impianti, utilizzando al meglio gli spazi interni, sfruttando le aree e i palazzi limitrofi, ma rifuggendo da soluzioni inutilmente dispendiose, culturalmente povere, urbanisticamente dannose, simbolicamente disastrose.

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Last modified: 17 Luglio 2015